«A Bologna non c’è più Blu e non ci sarà più finché i magnati magneranno. Per ringraziamenti o lamentele sapete a chi rivolgervi».
Vi sarà capitato di leggere in questi giorni questa frase, con cui lo street artist Blu si è espresso, alle 17.59 di sabato pomeriggio, sulla sua pagina Facebook, dopo un’ondata impazzita di immagini, didascalie, commenti, analisi a caldo, giudizi e opinioni riversate sulla rete in seguito alla cancellazione di tutte le sue opere presenti a Bologna e realizzate nell’arco di vent’anni.
Era già successo a Berlino, con due enormi murales che sovrastavano la Curvystrasse e che si erano impiantati nell’immaginario berlinese di noi tutti, in protesta alla gentrificazione della zona.
Succede a Bologna in seguito ad un’operazione realizzata da Genus Bononiae, un circuito museale sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e presieduto da Fabio Roversi Monaco, rettore dell’Università cittadina dal 1986 al 2000, presidente dell’Accademia di Belle Arti, del Consiglio di Amministrazione del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea e di altre istituzioni economico-culturali cittadine. Insomma, uno dei potenti per eccellenza della città che, per «salvare i graffiti dall’abbandono e dalla distruzione», ha organizzato una mostra – che verrà inaugurata il prossimo 18 marzo – dal titolo Street Art. Banksy&Co. L’arte allo stato urbano e che esporrà opere di street art letteralmente staccate dai muri che le ospitavano in origine. Opere prelevate, nella maggior parte dei casi, senza il consenso dell’autore.
Le motivazioni espresse da Roversi Monaco sono quelle di un desiderio di conservazione della street art, di lascito ai posteri. Motivazioni che crollano già nel momento in cui sono pronunciate, perché la street art ha in sé la peculiarità di essere site specific e a scadenza. È site specific perché è pensata per il muro o l’ambiente che la accoglie. Si pensi al murale del centro sociale Xm24, il più grande di tutti ad essere cancellato, nonché il più significativo: è stato realizzato in un momento in cui sul centro incombeva una minaccia di sgombero, in cui la sua struttura è stata sventrata per lasciare spazio ad una rotonda. È effimera, perché è fatta per accogliere l’usura del tempo, la sovrapposizione degli elementi che la strada, o i muri, le danno.
La conservazione della street art può essere benissimo operata tramite la fotografia. Il grande murale di Blu realizzato a Napoli sulle pareti di un ex ospedale psichiatrico, che senso avrebbe di esistere se non lì?
Le reazioni alla rimozione delle opere, si diceva prima tantissime, sono tutte accomunate da un’emotività esasperata: io stessa, appresa la notizia, ho vissuto una sensazione di lutto, una sorta di privazione di qualcosa di carissimo – la fisionomia della città che abito e che amo –, la stessa che ho provato durante lo sgombero di Atlantide ad ottobre 2015, storico centro sociale delle comunità LGBT e punk e uno degli ultimi baluardi della “Bologna che fu”.
I motivi, così come i livelli del discorso, sono tanti. In primis, c’è appunto che è cambiata la fisionomia cittadina: quando penso a Bologna non posso non pensare al contrasto tra l’arancione dei suoi muri, una certa luce data da portici e illuminazione e il bianco contornato di nero delle figure antropomorfe del Blu “primo periodo”. Così come non posso pensare ad una Bologna senza Pea Brain di Cuoghi Corsello o senza gli animali inquietanti di Ericailcane.
In secondo luogo – e qui si spiega il paragone con lo sgombero di Atlantide – l’operazione di Blu è stata vissuta come l’estrema conseguenza di un periodo di repressione delle esperienze altre simbolo di Bologna, che sta vivendo attualmente un grande processo di gentrificazione.
Qui si dovrebbe aprire una parentesi lunghissima, ma mi vorrei limitare a dire che il discorso è complesso e che la dialettica (e lo scontro) potere costituito – antagonismo, istituzioni – sottoculture è insita alla città e cresce e diminuisce ciclicamente.
Da quando mi sono trasferita a Bologna, nel 2006, posso contare due fasi acute di crisi di una certa Bologna antagonista e contro-culturale. Il primo è riconducibile agli anni di Cofferati, che a causa della durezza delle sue politiche culturali e sociali è stato soprannominato “lo sceriffo”.
Il secondo è questo in corso: Bologna è reduce di sgomberi recenti quali quello di Bartleby – il centro sociale che faceva riferimento all’Università e soprattutto alla facoltà di Lettere e Filosofia – e in ultimo quello di Atlantide, passando per le miriadi di sgomberi di occupazioni abitative – su tutte quella drammatica dell’Ex Telecom.

«Quello di Atlantide – ha detto oggi l’ex assessore alla cultura Alberto Ronchi, fuoriuscito dalla giunta proprio in seguito al suo sgombero, in un’intervista a Radio Città del Capo – è stata una svolta politica in città e dopo quell’evento a Bologna il centrosinistra non esiste più». Blu, nel cancellare i suoi murales e soprattutto quello sulla parete di Xm24, che in chiave Signore degli Anelli rappresentava le realtà politiche e culturali in scontro da anni in città (quelle di cui parlavo prima, appunto), ha deciso di lasciare visibile solamente l’ex centro sociale, in fiamme.
Un piccolo gesto da cui ripartire per leggere tutto il clima che accoglie la decisione di cancellare tutta la sua opera bolognese, che va a segnalare che con lo sgombero di Atlantide «c’è stato un elemento di grande rottura nel rapporto tra i cittadini o una parte dei cittadini e l’amministrazione».
Al di là della diatriba su chi ha ricevuto il danno o no, se Roversi Monaco o la cittadinanza tutta, Blu con questo gesto, questa performance, ha rimarcato ancora una volta che la sua street art è politica e che, proprio come gesto politico, può essere violenta.
Poco tempo fa, un altro street artist mi ha detto che la sua arte non era per tutti. Al momento sono rimasta interdetta: come sarebbe a dire che l’arte considerata pubblica per eccellenza non è di tutti? Che grado di spocchia c’è dietro un’affermazione del genere? Poco dopo, però, ho capito che quello che intendeva dirmi era che la street art non è un abbellimento dell’intonaco del palazzo. Che ha un valore politico, o sociale, o artistico, che non è quello di essere di servizio.
Nel caso di Blu, le sue opere hanno senso nel momento in cui c’è un dialogo tra loro e lo spazio urbano.
Venuto meno questo dialogo, è il momento di fermarsi a pensare e in questo caso, per lui, fare tabula rasa.
Dal punto di vista politico e comunicativo, le ombre grigie che da venerdì notte hanno invaso Bologna non sono meno significative delle versioni figurative che le precedevano.

