Dieci ragazze per Freud
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Dieci ragazze per Freud

«[…] ma nelle questioni pratiche della vita, la donna è giudicata dalle leggi degli uomini, come se non fosse una donna, ma un uomo.»

«Si prega di non discutere di Casa di Bambola»
Chi a fine Ottocento si fosse trovato nelle fredde regioni nord europee, avrebbe probabilmente letto queste parole aprendo un elegante biglietto che informava di una grande festa.
Questa nota era riportata infatti sui cartoncini d’invito ai ricevimenti delle buone famiglie scandinave.
È interessante parlare di questa postilla per sottolineare il clima vittoriano protagonista dell’opera di H. Ibsen, dramma in cui si osa mettere in discussione il conformismo familiare borghese scandalizzando le benpensanti platee con un’eroina che si ribella al suo ruolo tradizionale di moglie.
La casa delle bambole alla quale la donna vittoriana vuole sottrarsi è la condizione stessa del matrimonio borghese, condizione che relega la donna ad un ruolo marginale, un oggetto che non può e non deve provare piacere, quella condizione di cui parla E. Fromm affermando che:

«La grottesca immagine freudiana delle donne come di esseri essenzialmente narcisistici, incapaci di amore e sessualmente freddi, è mera propaganda maschile»

Proprio da questa riflessione nasce il progetto artistico Dieci ragazze per Freud.

La curatrice della mostra Lori Adragna concentra la propria attenzione su questa tematica: «Più approfondivo le mie letture più sentivo di non poter aderire alla grottesca immagine freudiana delle donne come esseri essenzialmente narcisisti, incapaci d’amore».
Così, partendo proprio dalla domanda che Freud pose a Marie Bonaparte in una delle sue ultime lettere Cosa vogliono le donne?, si sviluppa questa mostra, progetto artistico che esplora in maniera eterogenea sfaccettature diverse del panorama femminile.
La curatrice ci parla della nascita del progetto.

«Ciò che mi ha spinto a ideare questa mostra non è l’intenzione di scalfire il valore delle teorie freudiane dall’indubbio merito di spalancare una porta sull’inconscio; né tanto meno il promuovere rivendicazioni di stampo vetero-femminista basate sulla discussa questione penisneid (invidia del pene).
Il progetto nasce piuttosto dal desiderio di interrogarsi su quanto la psicanalisi — inventata da un uomo “sulla” e “per” la cura delle donne — non abbia cavalcato l’onda maschilista e patriarcale della patologizzazione del femminino»

Con questo spirito nasce il group show tutto femminile, progetto proposto da NUfactory per il teatro Palladium che per l’occasione diventa un vero e proprio contenitore-laboratorio, spettatore di dinamiche artistiche diverse.
La curatrice mi spiega come la sua infanzia sia stata fortemente caratterizzata dalla venerazione del padre per Freud, fattore imprescindibile all’interno del suo percorso di crescita tanto da voler diventare lei stessa vestale del pensiero paterno.

«Per questo motivo penso di aver consumato un doppio tradimento: votarmi all’arte piuttosto che alla psichiatria e rinnegare Freud preferendogli Jung. Chi è Sigmund Freud?, mi chiedevo. Il padre della psicanalisi che ha ispirato movimenti femministi oppure il reazionario misogino e fallocrate come lo definisce il filosofo Michel Onfray?»

Oversize n.10: 10 Ragazze per Freud.
a cura di Lori Adragna per NUfactory, 26 marzo – 30 aprile 2012 @ Palladium;
Inaugurazione: lunedì 26 marzo h 19.00.

Parlando con Lori, mi viene in mente quella storia delle donne raccontata da G. Duby e M. Perrot, descrizione dello sviluppo della presa di coscienza femminile che analizza il modo stesso del fare artistico così differente di donne come Sonja Delaunay, Hanna Höch fino ad arrivare ad Ana Mendieta e Barbara Kruger. In un simile parallelismo, partendo dalla forza dello stesso concetto, la varietà di sentimenti e la forza femminile è tradotta dalle dieci ragazze in espressioni e tecniche artistiche diverse.
In maniera sorprendentemente differente infatti, la femminilità è declinata ogni volta in modo ironico, sensibile e provocatorio mettendone a nudo desideri, pulsioni che cercano di rispondere alla domanda del filosofo passando dalla pittura al collage, dalle installazioni alle video performance il tutto nel tentativo di descrivere come la donna venga ad essere identificata, come appare agli occhi di chi la osserva e quanto questo sia in contraddizione con la concezione stessa che la donna ha di sé.
Il foyer del Palladium si trasforma dunque in una vera e propria fucina in movimento che ospita video performance nelle quali protagonista è il linguaggio mass-mediatico che distorce e manipola il concetto stesso di corpo, collage di foto femminili contornate da slogan ritagliati da riviste nei quali l’immagine stessa diviene simbolo di forza fino ad arrivare a foto di donne con finte barbe di tessuto, esperimento ironico sulla percezione soggettiva e mutevole che abbiamo del nostro corpo.
In modi completamente differenti, le dieci artiste cercano di rispondere alla domanda del filosofo, a volte quasi eludendola di proposito, ironicamente, come se anche questo fosse un messaggio.
Interessante la scelta della curatrice che ha deciso di tralasciare il testo critico della collettiva assegnando alle dieci ragazze il compito di interpretare l’esperienza con le proprie opere e l’aggiunta di rispettivi testi che vanno a sommarsi all’intervento imprescindibile di un non addetto ai lavori, la psicologa Nicoletta Zanoletti.

È lei che mi spiega come il suo approccio a quest’esperienza artistica sia stato prima di tutto in qualità di spettatrice ancor prima che psicologa, potendo in questo modo apportare utili contributi al fine di comprendere le molteplici voci femminili.

«Il tema ricorrente è sicuramente l’immagine corporea della donna ma anche e soprattutto la sua identità. Le donne denunciano gli aspetti frustrati, non visti e svalutati della società che, manifestando tratti maschilisti, la riduce ad oggetto — bello ma vuoto — da mostrare o da manipolare, secondo i bisogni narcisistici di “altri”.»

Ascoltandola, il panorama contemporaneo non mi appare molto lontano da quella casa di bambola che rinchiudeva l’eroina di Ibsen.
La relegazione di corpi ed identità sembra costantemente ritornare.
Partendo dalla donna vittoriana che tristemente anticipa quel kinder küche kirche nazista, il panorama resta invariato nel mondo alienante della casalinga americana degli anni Cinquanta descritta da B. Friedan, annoiata e spinta al consumo di alcol e psicofarmaci, fino ad arrivare ai giorni nostri dove molto spesso, come ricorda Nicoletta, la donna rischia di essere fraintesa e collocata all’interno di stereotipi culturali che la mortificano, costruendole una maschera.

«Ciò che le artiste ci dicono dunque, è che la donna vuole andare oltre i limiti imposti per autodeterminarsi, affermando cosa vuole attraverso la libera scelta di realizzare i propri desideri. Diviene portavoce delle gabbie intime, culturali, religiose e sociali in cui è rinchiusa e si ribella a gran voce ai soprusi che violentano la sua dignità»

Un uomo osò affermare questo:

«Ci sono due tipi di leggi morali, due tipi di coscienze, una in un uomo e un’altra completamente differente in una donna. L’una non può comprendere l’altra; ma nelle questioni pratiche della vita, la donna è giudicata dalle leggi degli uomini, come se non fosse una donna, ma un uomo.»
(H. Ibsen)

Dieci donne lo traducono in arte.

Valentina Guttuso
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