Domenico Romeo, intervista
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Domenico Romeo, intervista

Il 20 aprile inaugura la prima personale di Domenico Romeo.

Dobbiamo rimandare la mostra di Romeo. Ci servono ancora due settimane e quindi la data dell’apertura sarà sabato 20 aprile. Ci servono perché la mostra di Romeo è una mostra complessa, il suo lavoro è un lavoro complesso e il concetto generale della mostra è ancora più complesso.

L’avviso che la galleria ha diramato per comunicare la posticipazione della mostra di Domenico coglie appieno l’essenza del suo modo di fare arte, e lo coglie ancora di più il ridondante ripetersi dell’aggettivo utilizzato: complesso.
È la complessità infatti che caratterizza l’estetica dell’artista, un insieme di segni ed immagini che si compenetrano totalmente scomparendo quasi gli uni negli altri, mimetizzandosi per poi emergere nella loro unicità nelle circostanze più inaspettate, a seconda dell’occhio che osserva.
In questa occasione, ancor più dei lavori precedenti, il fulcro dell’ispirazione deriva da un desiderio quasi paradossale, l’esigenza di non voler essere capito. Da questa esigenza, mi spiega Domenico, nasce un alfabeto criptico, quello che lui denomina un cammino labirintico senza filo d’Arianna, un codice da me per me, quell’idea che porterà l’artista a denominare la mostra Clausura.

«Con il termine clausura intendo principalmente chiusura al fine di ricerca e meditazione. Ma clausura è anche un atteggiamento nei confronti di un mondo, è ritiro. È appunto necessità di cripticismo in una società dove tutto è esplicito, detto, ridetto. Clausura è dovere di parlare a sé stessi, interrogarsi e mettersi in discussione».

Con questo spirito nasce dunque la prima personale dell’artista presentata alla 999 Contemporary Gallery di Roma con il titolo di Clausura, ancora una volta un rimando all’inaccessibilità della sua estetica complessa.

«La personale alla 999 Contemporary, se vogliamo, vede la luce anche grazie a DUDE. Circa un anno fa la vostra redazione vide Sonniloqui, una serie di illustrazioni che facevo reinterpretando i sogni, e decise di dedicarmi uno spazio facendomi spiegare il lavoro

«L’articolo venne letto anche da Stefano, il gallerista della 999, che apprezzò e si appuntò i miei contatti con l’intento di cercarmi. Due giorni dopo per puro caso andai in galleria a vedere la mostra di Alice Pasquini insieme ai miei fraterni amici di SBAGLIATO, anch’essi in scuderia 999, che mi presentarono il gallerista. Dopo qualche chiacchiera più o meno futile ripresi la bici e tornai a casa. Giusto il tempo di mettere la chiave nella toppa e squilla il cellulare, era Stefano che si scusava per non aver capito chi fossi e mi invitava a tornare in galleria il giorno dopo portando con me l’agenda delle illustrazioni che aveva visto nell’articolo. Il giorno dopo fui puntuale, splendeva il sole e io entravo a far parte della famiglia del triplo 9. Adesso è alquanto buffo raccontare a voi questo aneddoto alla vigilia della mia prima personale.»

Domenico quasi ricama sui fogli.
Con una precisione eccellente narra favole, decorandole.
Con la stessa attenzione di un amanuense medievale definisce volti, corpi di animali che al posto di folte pellicce indossano alfabeti criptici, lettere stilizzate talmente fluide da celare ermeticamente il duro lavoro che ha portato a questo risultato.

«Da poco gioco con la calligrafia estremizzandone il suo valore estetico, cerco di portarla dove nessuno ha fatto mai. Provo un enorme piacere quando mi lascio andare a texturizzare tutto e l’eleganza del risultato mi appaga».

E aggiunge:

«Nutro un grande interesse per l’arte islamica che è intrisa di calligrafia. Ha sicuramente influito nel mio stile di rappresentazione. Soprattutto in passato mi sono concentrato di più su silhouette animali e altre forme per reinterpretare sogni e sensazioni. Sebbene inizialmente la mia calligrafia fosse astratta, adesso cerco di integrare la parte illustrata con frasi di senso compiuto, come fossero dei promemoria per il futuro, rigorosamente con il mio alfabeto».

Un amanuense dunque, un sarto meticoloso, un artigiano della calligrafia e del disegno che più che imprimere segni sembra scolpirli tridimensionalmente, rendendoli vivi.
Inoltre, sorprendentemente, con la stessa maniacale precisione che caratterizza la sua estetica sulla carta, questa volta Domenico aggiunge al suo repertorio classico un’inedita soluzione estetica lavorando su supporto e dimensioni per lui nuovi, metri e metri di muro in cemento.

«Premetto che non sono uno streetartist (ammesso che questa categoria esista), non ho mai lavorato su muro ma ho accolto la sfida ben volentieri. La superficie non era delle migliori, anzi era davvero pessima soprattutto per il tipo di risultato che cercavo. Una volta iniziato ho dovuto infatti modificare il progetto mantenendone però il concetto di fondo, cose che possono capitare la prima volta! Per me non cambia nulla a livello di approccio che sia un foglio o un muro, in base a ciò che sento di dire, progetto e realizzo. Lavorare su grandi pareti è molto divertente infatti ce ne saranno altre a breve».

Nel suo fare artistico c’è sempre il dialogo tra la comunicazione di un messaggio e la volontà di nascondersi, restare incompreso, una contraddizione che costantemente compare nelle sue geometrie, linee proiettare verso l’esterno che si alternano a spinte opposte, verso una centralità. È Domenico stesso che continua a spiegarmi quanto forte sia la necessità di esternare un qualcosa che non possa essere decodificato, quasi un paradosso, l’esigenza di coinvolgere l’osservatore attraendolo nel labirinto di lettere per suscitare la curiosità ma soprattutto condividere con chi osserva un percorso di ricerca.

Elegantemente complesso.

Qui sopra e nella foto di apertura, Romeo al lavoro per il festival Memorie Urbane.

Foto di Hèppi Noise

Foto di copertina di Arianna Barone.

Sopra alcune tavole di Sonniloqui, un lavoro di Domenico Romeo pubblicato per la prima volta da DUDE quasi un anno fa, il 28 aprile 2012.

Valentina Guttuso
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