Berlino. Biennale 2010. www.berlinbiennale.de
Berlino è al momento la città del mondo con la più alta concentrazione di artisti per metro quadrato. Ampi spazi, bassi prezzi e un animo progressista.
La Biennale considerata tra le più controverse nel mondo dell’arte si è conclusa all’inizio del mese di Agosto creando reazioni varie, positive e negative quasi dubbiose.
L’esibizione rispecchia il lavoro del suo curatore, l’artista Artur ?mijewski, noto per il suo lavoro in fotografia e video particolarmente concentrato sulle relazioni di potere nel mondo artistico e sociale.
All’ingresso del KW Institute for Contemporary Art una delle sedi della kermesse Berlinese, si è costretti a scendere in uno stretto passaggio di legno che porta ad una struttura architettonica in legno occupante l’ampio piano terra.
Così si presenta al suo pubblico il giovane artista Kosovaro Petrit Halilaj.
Petrit Halilaj è nato nel 1986 in Kosovo.
La guerra ed i suoi orrori l’hanno fatto scappare ed andare a studiare Arte all’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano.
Oggi, la sua pratica artistica riflette la relazione che questo giovane Kosovaro ha sviluppato con la realtà.
Basandosi su esperienze personali, collegando amici e familiari attraverso poetiche connessioni, ci ricorda di relazioni sociali di cui spesso ci eravamo dimenticati. La memoria, il tempo, la dislocazione spazio temporale, ma soprattutto l’attivo intervento di coloro che gli sono vicini, giocano un ruolo fondamentale nella espressione artistica di Halilaj. Per la Biennale ha realizzato l’ultima parte di un progetto, They are Lucky to be Bourgeous Hens I/II, iniziato nel 2008 in Istanbul e proseguito nel 2009 in Prishtina. Un pollaio animato da numerosi galli e galline, la partecipazione della sua famiglia e la trasformazione architettonica e rappresentativo-funzionale del pollaio sono al centro del suo progetto. Galline corrono per tutta la Kunstalle e disegni ci immergono nel progetto, nei suoi stadi e nella sua trasformazione, facendoci ricordare i concetti perpetuati da Joseph Beuys e mettendo contemporaneamente a fuoco l’importanza dell’azione umana nella trasformazione sociale.