Errare è umano, questa è la massima che ci concediamo per giustificare ogni genere di sbaglio, soprattutto se non volontario, ma riparare male ai propri errori è ben altra storia. Eppure succede, e non solo nel soggiorno di casa, quando i mille pezzi dell’antichissimo vaso della mamma vengono rimessi insieme in fretta e furia. Succede, purtroppo, anche in quei luoghi dove, teoricamente, è richiesta massima professionalità. In un museo, per esempio, dove chi vi lavora si ritrova a trattare con tesori dell’umanità anche millenari.
Lo scandalo in questione si è svolto al Museo egizio del Cairo. A metà del XIV sec. a.C., i regali connotati del giovane faraone Tutankhamon sono stati magistralmente riprodotti in oro, ceramica e pietre semipreziose, ma nell’agosto del 2014 la meravigliosa maschera funeraria è stata negligentemente restaurata in seguito all’accidentale rottura della sua barba. Se la faccenda non è recente, solo in questi giorni è stata annunciata l’ufficiale incriminazione di ben otto dipendenti per la pessima riparazione del pezzo.
Inizialmente è stato dichiarato che la parte in questione fosse già “tremolante” e che, quindi, fosse stata saggiamente staccata per un corretto restauro. Sembra, invece, che la rottura sia stata la conseguenza di un banale incidente e che, quindi, panico o semplicemente solidarietà per il responsabile, abbiano portato alla necessità di un occultamento del disastro veloce e indolore. Tra i colpevoli, a sottolineare la gravità dell’evento, l’ex direttore e l’ex capo dei restauratori. Lo scaltro gruppetto, invece di seguire la giusta procedura, ovvero inviare l’opera in un laboratorio specializzato, avrebbe deciso di applicare una colla inadatta al caso: una resina epossidica, efficace e rapida ma solo per metalli e pietre e non per la ceramica della maschera in questione. Così, non solo si è creato uno spessore tra i due pezzi riuniti ma la sostanza si è subito manifestata con un intrusivo colore giallino. Non soddisfatti del tutto di tale risultato, gli incriminati, per tentare di sbarazzarsi della colla in eccesso, hanno pensato bene di infierire sull’indifeso sovrano con strumenti di metallo, non ottenendo altro che l’aggiunta al danno di evidenti graffi.

Il risultato comparato a una foto scattata prima del misfatto
Le indagini per ricostruire l’accaduto sono durate circa un anno e hanno portato al licenziamento delle persone coinvolte. A breve verrà annunciata anche la pena decisa. Alla cura del faraone è, quindi, subentrato un team di restauratori tedeschi che, capeggiati dall’esperto Christian Eckman, sembra abbia ridotto al minimo le conseguenze del disastro.

Christian Eckman mentre si occupa del danno
Da dicembre la maschera è stata riesposta al pubblico ma, anche se la colla non è più visibile, rimane comunque un senso profondo di perplessità sulla capacità di occuparsi con così grande leggerezza di capolavori dalla fino ad ora grande resistenza al tempo.
Se l’epica negligenza di questi otto ha sollevato un polverone, come non ricordare quello dovuto alla spettacolare dimostrazione d’inettitudine di Cecilia Giménez del 2012? Anche in questo caso si trattò di un tentato restauro ma dettato da ben diverse motivazioni. Le ragioni non erano legate al bisogno di occultare una rottura imprevista quanto alle migliori delle intenzioni. Si dà il caso che in una chiesetta nel piccolo comune di Borja, in Aragona, fosse presente un dipinto di Cristo chiamato Ecce Homo. L’opera sarebbe stata ispirata a Elías García Martínez, che in quella località soleva passare le sue vacanze estive.
Nonostante le mistiche intenzioni del pittore, l’opera è stata considerata come mediocre e priva di originalità in quanto direttamente ispirata a un soggetto di Guido Reni. Ma non è questo il punto focale della storia, quanto il suo rapido deterioramento. La scelta di utilizzare una colonna per un dipinto a olio sembra non essere stata la migliore soluzione per consegnare ai posteri il frutto di «due ore di devozione alla Vergine della Misericordia» – così riporta la dicitura. Non a caso l’opera, nonostante non fosse poi così antica, al momento dei fatti era già particolarmente rovinata. Qui entra nella storia Cecilia Giménez.
La signora, fedele frequentatrice della chiesa, non sopportava più di vedere il povero Cristo scomparire inesorabilmente per il suo precoce processo degenerativo. L’ottantenne spagnola, dilettante pittrice, già autrice di alcune opere a tema religioso, decise di occuparsi dell’opera di Martínez sebbene non avesse alcuna qualifica né esperienza per farlo. Dietro un dubbio consenso del parroco, si è cimentata in quello che è stato definito dai media il peggiore restauro della storia. Il suo intervento è consistito nell’ingenuo ridipingere l’opera ricalcando a suo modo i tratti dell’autore. Il risultato è così clamorosamente grottesco che è difficile concepire che le intenzioni iniziali fossero genuine.

L‘evoluzione del dipinto, i segni del tempo e del maldestro pennello)
Ovviamente la notizia ha fatto in pochissimo tempo il giro del mondo provocando, accanto alla diffusa sorpresa e alla profonda indignazione, reazioni ilari. Il mondo del web non si è fatto scappare la succulenta possibilità e si è sfogato con ogni possibile commento e parodia sull’atroce restauro. Ecco alcuni esempi.

Da qui sono partite speculazioni sull’arte moderna, commedie direttamente ispirate all’evento e ragionate lamentele sulla degenerazione della cultura di oggi. Il tutto ha portato la nuova versione del dipinto alla consacrazione ad opera pop tanto che quest’estate verrà esposta a Boulder in Colorado. Nel frattempo la cittadina di Borja ha saggiamente deciso di far pagare un biglietto di un euro alle persone che sono accorse a vedere di persona il “capolavoro”. Il successo inaspettato del disastro ha, non solo determinato una forte opposizione verso chi vorrebbe provare a far riportare letteralmente alla luce il quadro, ma ha fatto rialzare la testa all’autrice. La signora Giménez, dopo mesi di profonda vergogna e pentimento, ha deciso di ottenere i diritti dell’opera e di vendere altre sue creazioni su ebay con la promessa di devolvere tutto il ricavato in beneficienza.
Insomma, la rivendicazione di una creatività che pensavamo si potesse permettere solo Mister Bean.

Il restauro improvvisato dal film “L’ultima Catastrofe”
Sempre in Spagna ma in questo caso in Galizia è stata compiuta un’altra “sostituzione”. Durante l’estate è stata denunciata la scomparsa di un dolmen, riconosciuto come patrimonio archeologico di enorme valore. Al suo posto un tavolo da pic-nic in calcestruzzo. L’ipotesi accettata prevede che il dolmen, facente parte di una tomba di almeno 6.000 anni fa, avesse una disposizione delle pietre che a occhi profani possa aver ricordato la tipica composizione di un tavolino per scampagnate. La denuncia del fatto è partita da archeologi ed ecologisti del luogo che si sono domandati dove fosse stato spostato il dolmen. L’azione, del tutto arbitraria, non era stata, infatti, autorizzata in alcun modo. In questo caso, gli autori della “modernizzazione” sono tuttora ignoti così come non vi sono ancora tracce del dolmen.

Il dolmen prima e il dolmen dopo.
Come concludere? Queste apparentemente inconcepibili vicende ci ricordano come l’uomo possa essere capace sia di sublime talento sia di sublime incompetenza. Ecce homo, signori.