“Esercizi d’igiene” – 3.761 oggetti scansionati
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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“Esercizi d’igiene” – 3.761 oggetti scansionati

Ho scansionato, uno per uno, tutti e 3.761 gli oggetti che ho in casa. Una sorta di rituale che mi ha permesso di raccogliere ed archiviare tutti i pezzi di questi ultimi 5 anni accumulati come il frutto di una quotidiana apocalisse.

Esercizi d’igiene è togliersi il pensiero, risolvere, concludere. Questo progetto è composto da 3761 fotografie ottenute scannerizzando, uno per uno, tutti gli oggetti che ho in casa. Si è trattato di una sorta di rituale che mi ha permesso di raccogliere e successivamente archiviare tutti i pezzi di questi ultimi 5 anni (quelli universitari), accumulati come il frutto di una quotidiana apocalisse. Esercizi d’igiene è la rivalutazione di ogni singolo frammento, imprigionato in un sistema che ne permette l’interrogazione, l’esame; è la voglia di mettere da parte, con la consapevolezza di non aver tralasciato nulla.

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Ho effettuato le prime scansioni all’incirca un anno fa: volevo più che altro sperimentare, scoprire limiti e potenzialità di un mezzo – lo scanner – che mi affascinava molto. Nello stesso periodo avevo cominciato a nutrire un forte senso di oppressione nei confronti di tutto ciò che mi circondava, in un luogo, quello casalingo, in cui ci si dovrebbe sempre sentire a proprio agio. Sentivo che tutto ciò che avevo e che in qualche modo doveva rappresentarmi, invece non faceva altro che allontanarmi da me stessa. Tutti gli oggetti, i dispositivi tecnologici, gli utensili, continuavano a costringermi ad una logica fatta di acquisti ed utilizzi spesso non necessari, proiettandomi in una dimensione in cui il desiderio di possesso si andava via via trasformando nella pena di essere posseduti.

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Continuavo a marciare ad un ritmo che non era affatto il mio, che vincolava e limitava le mie scelte. Avevo bisogno, dunque, di una cura a questa specie di nevrosi, di un sistema che mi permettesse di ristabilire i ruoli, di riprendere possesso sulle cose, sulle merci accumulate. Ed è stato proprio lo scanner ad offrirmi la soluzione: intrappolare gli oggetti all’interno di questa macchina riusciva a darmi quantomeno un’illusione di potere sui prodotti, un potere che avevo la possibilità di esercitare anche fisicamente, schiacciandoli, costringendoli all’interno di un macchinario che mi consegnava, oltretutto, non un’immagine qualunque dell’oggetto, ma l’esatta rappresentazione di quel preciso istante di prigionia. Man mano che andavo avanti con le scansioni l’accumulo che stavo provando ad esorcizzare aveva iniziato a ripresentarsi, sotto forma di immagini, all’interno del computer. Mi serviva un intervento più radicale, catturare le cose non bastava: avevo bisogno di un sistema che mi permettesse di imprigionarle, congelarle per poter ricordare per sempre il mio esercizio di potere. È per questo che ho costruito un archivio digitale, all’interno del quale le immagini sono collocate come i prodotti di un supermercato sugli scaffali dei vari reparti.

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L’intero progetto si è sviluppato, insomma, secondo due fasi principali: una di raccolta, e una di catalogazione di tutti i piccoli elementi quotidiani.

Il primo è stato un momento di ricerca e comprensione, si è trattato di un percorso molto personale in cui ogni singolo oggetto è stato esaminato secondo un nuovo punto di vista che mi ha permesso di connettere e ricomporre gli attimi della mia vita ad essi collegati: un momento “benjaminiano” di risoluzione, un tentativo di venire a capo di un accumulo disordinato di ricordi. Stavo leggendo I passages di Parigi in quel periodo, e quell’idea dell’angelo della storia che, raccogliendo le macerie del passato, voleva ricomporle e collegarle al presente, era assolutamente in linea con ciò che stavo cercando di fare. Dovevo fermarmi a ricostruire la mia storia mettendo assieme non i grandi eventi, ma quelle piccole manifestazioni quotidiane che tante volte sorvoliamo e diamo per scontate.

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Erano queste, infondo, a tormentarmi, a chiedermi di essere riconsiderate, di essere interrogate perché potessi scoprirne i segreti, perché non fossero degli inutili prodotti appoggiati ad uno scaffale. La mia raccolta, come quella degli excerpta di Walter Benjamin, ha avuto una dedizione simile a quella di un collezionista, il cui compito può non trovare mai una conclusione (la scrittura stessa dei Passages è durata tredici anni, e non è mai stata completata), ma proprio il carattere potenzialmente infinito dell’azione mi spaventava. Non volevo rimanere inutilmente intrappolata in questo progetto, che doveva invece essere un modo per tirare le somme, per chiudere un capitolo ed aprirne uno nuovo. È a questo punto che è subentrato l’archivio: un edificio organizzato gerarchicamente che potesse fungere da luogo di memoria, per poter conservare le immagini affidandomi alla struttura della mnemotecnica classica, un’arte nata come esercizio mentale per gli oratori che dovevano ricordare lunghi discorsi. L’arte della memoria è costituita appunto da luoghi, all’interno dei quali si vanno a collocare le immagini di ciò che vogliamo ricordare, è un sistema privato, invisibile.

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Questa è insomma la storia di tante piccole catture, di una prigione “panottica” che mi permette di controllare ogni singolo elemento e dettare le mie regole. È una pulizia mentale che non si pone come critica, ma è piuttosto la constatazione e l’analisi di una situazione, la ricerca di una soluzione ad un problema, quello di lasciarsi dominare dalle merci, dal progresso, da un ritmo incalzante che ci trascina in una corsa troppo spesso priva di una meta. Ho voluto fermarmi per trovare un compromesso, un equilibrio tra me e ciò che ho attorno: Esercizi d’igiene ne è il risultato.       

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Flavia Bucci
Sono nata in provincia di Chieti nel 1990. Dopo aver conseguito la laurea triennale presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara, ora frequento lì il biennio specialistico, nel corso di Pittura di Gianni Dessì e Fabio Sciortino. Mi piace tradurre la mia vita, le riflessioni e i discorsi con gli amici in arte. Dall'ambito pittorico le mie ricerche si sono presto sviluppate verso i più disparati mezzi espressivi: ad oggi, lo scanner è il dispositivo che preferisco. Vivo a Pisa dal 2009 e qui ho lavorato anche come assistente museale presso Blu-Palazzo d'Arte e Cultura.
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