Estetica dal web: Albeit Tho di Hamishi Jama Farah
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Estetica dal web: Albeit Tho di Hamishi Jama Farah

Esiste una parte di estetica contemporanea che si spinge oltre l’arte in senso proprio e ha a che fare con il web, i social media e alcune tendenze estetiche che osservo da insider.

Esiste una parte di estetica contemporanea che si spinge oltre l’arte in senso proprio e ha a che fare con il web, i social media e alcune tendenze estetiche che osservo da insider. Un grosso sottoinsieme estetico, un pezzone di iconosfera, che dai tempi di myspace e dei primi social media si è infiltrato tra l’ordito e la trama della storia dell’arte e dei valori che questa diffonde in un’ampia fetta di curiosi, fruitori, amatori e artisti. Se mi riferisco all’iconosfera è per rendere più ampio il paesaggio da osservare. L’iconosfera, infatti, non comprende solo gli oggetti artistici di per se stessi, ma tutto ciò che è contemporaneamente, culturalmente ed esteticamente rilevante.

 

Questa riflessione è partita da un incontro. Hamishi Jama Farah è un artista australiano con cui mi sono dato appuntamento al 524 di Flinders Street qui a Melbourne lo scorso pomeriggio. Me lo ha consigliato un caro amico canadese, Jon Vaughn, ed è stata una bella sorpresa. Hamishi è simpatico, alla mano e sa parlare del suo lavoro senza inutili e criptici giri di parole. Il lavoro di Hamishi è tutto concentrato su temi quali internet, identità sul web e l’estetica che ne deriva.

Innanzitutto dato che parliamo di estetica del web è bene che vi vediate il sito hamishi.asia

Tra i temi che si potrebbero tirar fuori da una mostra come quella di Hamishi ne segnalo due, anche perché durante la nostra chiacchierata sono quelli su cui lui si è soffermato di più. Il primo è l’aver scelto di interiorizzare all’interno dei pezzi alcuni espliciti riferimenti al web, che da icone, nel senso informatico del termine, diventano brevi rimandi estetici, come questo divano di google chrome, che sia io che Hamishi vorremmo avere.

Il secondo è una riflessione sul fatto che i tempi di scambio delle informazioni, in un sistema come la rete, si assottigliano fino a sembrare trasparenti, nulli. Hamishi mi spiegava come trovasse affascinante il fatto che all’interno di questi scambi si formasse un’estetica che sembra avere vita propria, sia per le questioni tematiche sia per particolari puramente estetici come i colori. I lavori raccontano la propria “indipendenza” rispetto al contesto e la velocità di un’estetica del mixaggio e dell’interconnessione costante. Il tutto viene descritto in questo senso anche se in realtà — non so quanto sia palese osservando le foto — i quadri sono delle pitture a olio. Hamishi porta con sé i temi, gli oggetti e le ispirazioni provenienti dalla rete e li trasforma in figure, colori e spazi classici di un file jpg.

Il grande paradosso sta nel passaggio da un media all’altro, dalla rete alla tela. Se la rete è veloce e impalpabile, l’olio ha la concretezza e la lentezza proprie di ogni supporto analogico.

Viene da pensare che un atteggiamento del genere sia coerente con quello che Hamishi mi ha raccontato: i temi trattati si concretizzano nella disposizione spaziale e cromatica interna ai lavori, diventando le figure e gli oggetti dei mondi raccontati; mentre riprodurre a olio i grandi collage jpg è il modo con cui l’autore si distacca dalla velocità che egli stesso descrive.

Oltre alle pitture, in mostra ci sono due lunghissime maglie bianche appese al soffitto che arrivano fino a terra. Sulle maglie c’è una conversazione twitter dell’artista, un doppio rimando all’archeologia del web, insieme di immagini dinamiche e sempre archiviabili con semplici screenshot, e omaggio alle origini etiopi dell’artista stesso che in gioventù sentiva la propria estetica legittimata da rimandi alla cultura afroamericana come l’hip hop o il basket. 

Altro elemento di particolare interesse è che la mostra si articola in un locale commerciale, non in una galleria. L’artista ha collaborato con la galleria blackarprojects, affittando però quel locale che vedete in foto solo ed esclusivamente per la sua mostra. Il 524 di flinders st. è un locale commerciale in affitto e questo, almeno per un europeo continentale, è interessante per un paio di ragioni.

Il sistema delle gallerie ha ragion d’essere per un bel po’ di motivi, ma in un sistema commerciale basato sul libero mercato come è quello dell’arte, fondato soprattutto sulla competizione, è interessante saper guardare oltre la siepe. Saltando tutte le diatribe così frequenti in quest’ultimo periodo sulla necessità o meno del ruolo di galleristi e curatori, è da vedere di buon occhio un artista giovane e attento ai particolari che investe nel proprio lavoro. Che investe economicamente nel proprio lavoro. Fa parte del gioco e sarebbe bene tenerlo presente anche in Europa.

Non c’erano galleristi o assistenti alla mostra, c’era lui pronto a spiegare a me, perfetto sconosciuto, il suo lavoro con una lunga chiacchierata.

A proposito di commerciale, in Europa resiste ancora un’idea di fondo secondo la quale non è così male avere un approccio snobbista rispetto al mercato, perché l’arte è roba che somiglia alla religione, roba che se si parla di soldi sembra che la si disonori. Un’ipocrisia da statalismo per la quale è meglio lamentarsi del fatto che non si ricevono fondi pubblici piuttosto che rischiare un pezzetto del proprio in operazioni commerciali ben pianificate. Ipocrisia che poi, nel caso specifico italiano, partorisce così poca meritocrazia che ci si ritrova a leggere della Melandri e dei suoi stipendi o non-stipendi al MAXXI. 

Forse che l’Australia segue il modello economico inglese essendone una specie di succursale? Fosse anche solo questo, fosse anche che la mostra di Hamishi è solo un caso, varrebbe comunque la pena rifletterci. Intanto se è vero come è vero che il web porta accesso ai mezzi, abbassamento dei prezzi e competizione tra singoli come tra gruppi, dal liberismo, soprattutto nell’arte, si scappa solo fino a un certo punto.

 

Il catalogo completo della mostra lo trovate qui.

Enrico Pitzianti
Cagliari 1988, è parte della redazione di ARTNOISE e di Dude Mag. È laureato in semiotica, scrive per L'Indiscreto, Motherboard, Gli Stati Generali ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
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