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Exit: la mostra di Fabrizio Cicero su anmgallery.com

Exit, curata da Paola Paleari, è l’ultima mostra inaugurata da asa nisi masa, la galleria d’arte contemporanea online promossa da DUDE MAG e ARTNOISE.

19 Feb
2015
Arte

Exit, curata da Paola Paleari, è l’ultima mostra inaugurata da asa nisi masa, la galleria d’arte contemporanea online promossa da DUDE MAG e ARTNOISE. Qui vi presentiamo la mostra ed intervistiamo Fabrizio Cicero.

exit_fabriziocicero_asanisimasa

 

Uno screenshot di Exit. Puoi accedere da qui per visitare la mostra.

La galleria di arte contemporanea online asa nisi masa giunge al terzo appuntamento della stagione con Exit, mostra personale di Fabrizio Cicero a cura di Paola Paleari.

Il progetto espositivo si compone di una sequenza di video realizzati per l’occasione a partire dall’omonima serie di opere tridimensionali create in precedenza dall’artista siciliano. Le sculture, posizionate in un set teatrale, vengono sottoposte a diverse condizioni luminose e ambientali e riprese nella loro interazione con esse. Il visitatore della mostra riceve dunque una visione mediata dell’opera fisica, che intende veicolare la qualità e la funzione dell’opera stessa.

La serie Exit esplora infatti le possibilità offerte dalla combinazione di un materiale semplice come la carta da disegno, elemento privilegiato da Cicero nella sua pratica artistica, con la forma geometrica pura per eccellenza: il triangolo. Tramite la ripetizione e l’assemblaggio di un modulo triangolare fisso, l’artista ottiene delle strutture articolate il cui equilibrio totale deriva dalla combinazione delle parti e il cui comportamento nello spazio è regolato da leggi di ordine fisico. Le sculture sono dunque dotate di una duplice valenza: se da un lato esse sono prodotti “automatici” per via della loro natura geometrica, dall’altro sono oggetti potenzialmente infiniti – aspetto che Cicero sottolinea tramite l’applicazione di una texture monocromatica a matita e carboncino che intende rimandare all’aspetto nebuloso dell’atmosfera.

Così come i frattali – enti matematici dotati di omotetia interna, che si ripetono nella propria forma allo stesso modo su scale diverse – sono spesso descritti da equazioni elementari, la modalità attraverso la quale l’artista rappresenta Exit è altrettanto semplice e riconoscibile: la telecamera fissa inquadra l’opera, immutabile nella sua essenza materiale eppure in costante evoluzione sotto il profilo percettivo. Sono gli elementi esterni, governati dallo stesso artista, a svelarne la complessità interna, accompagnando lo spettatore in un percorso senza principio né conclusione ma con molteplici vie d’uscita.

 

Intervista

Partiamo dalla fine, o meglio dall’uscita. Perché questo titolo?

Avevo quasi finito il primo dei moduli che si vedono nei video e avevo tanti possibili titoli in testa, tra cui “exit”. È una parola che ha sempre stuzzicato la mia fantasia, uno di quei termini che incontriamo quotidianamente ma che portano con sé dei sottintesi profondi.

La conferma definitiva è giunta mentre guardavo Barfly, un film del 1987 in cui Mickey Rourke interpreta il ruolo di un alcolista che ricalca la figura di Charles Bukowski. Ero attirato dal segnale “Exit” che appariva con insistenza nel bar dove questi personaggi, disperati e sconfitti dalla vita, si riunivano per bere senza fine, senza mai vedere la luce del giorno. Era come se fossero bloccati in un claustrofòbico universo parallelo, da cui prima o poi avrebbero dovuto comunque uscire per fare i conti con la realtà.

Anche le tue opere mettono in atto un universo parallelo, ma di segno opposto: aereo, ultraterreno…

Sì, ma questa non è una contraddizione. Un’uscita è sempre anche un’entrata. C’è sicuramente qualcosa oltre quella scritta rossa…

Il triangolo. La serie in mostra si basa su questa figura geometrica, un elemento fortissimo con significati simbolici millenari. D’altro canto, il triangolo sta andando molto di moda ultimamente: nella grafica, nel fashion, nella musica…

Ah sì?

La tua reazione mi fa sorridere ed è già una risposta alla domanda che avevo intenzione di farti più avanti, ossia come ti poni nei confronti di questa tendenza.

Ma stiamo parlando degli hipster? Non hanno inventato niente, sono solo mode che ritornano. Se pensiamo agli anni ’70, il triangolo ha influenzato un’intera generazione.

Vedo che sono riuscita a provocarti! Scherzi a parte, vorrei che mi parlassi del tuo approccio personale a questa forma, sia a livello prettamente creativo che in relazione al suo significato per te.

Io purtroppo – o per fortuna – procedo sempre per conferme, sia nel lavoro che nella vita reale, ed è successo così anche in questo caso.

Ho iniziato questa serie perché volevo slegarmi dalla bidimensionalità il triangolo, dal punto di vista pratico, mi sembrava il più utile e adatto per costruire una struttura volumetrica. La riprova è arrivata un giorno in cui stavo facendo visita a mia cugina, la cui professione consiste nel costruire protesi artificiali: stava lavorando al computer e sul monitor apparivano delle immagini poligonali costituite da triangoli. Incuriosito, le ho domandato cosa fossero e lei, riducendo lo zoom, mi ha dimostrato che erano una ricostruzione grafica delle ossa artificiali.

L’ho vista come una conferma esistenziale prima ancora che pratica, come se internamente fossimo composti da triangoli. Penso che si possa costruire tutto a partire da questa forma; per ora mi sono limitato ai cieli.

L’elemento atmosferico fa da contrappunto all’elemento geometrico. Nell’iter creativo di Exit, il cielo è arrivato prima, dopo, o insieme al triangolo?

Sono partito dal cielo come disegno bidimensionale. Anche se, adesso, se ci penso bene, il primissimo disegno di un cielo l’ho fatto su una serie di fogli triangolari che non sapevo come sviluppare. Solo più tardi ho capito che dovevo semplicemente montarli tra di loro per farli proliferare.

In effetti, il tuo è un procedimento inverso rispetto alla scultura, dove si parte da un unicum e si va a togliere per ricavare il dettaglio. Al contrario, tu inizi dall’atomo e vai ad aggiungere per ottenere l’unicum…

Sì, si prende il via da un’unità, che con la sua presenza influenza tutte le altre e quindi l’intero oggetto. In più, i triangoli hanno tutti la stessa dimensione, dunque se si volesse determinare la superficie esatta di queste sculture, lo si potrebbe fare partendo dai lati. Si finisce a fantasticare di misurare il cielo, no? La missione concettuale del lavoro è proprio questa, ossia di riuscire a calcolare l’immisurabile, l’immateriale, che è sempre sopra la nostra testa ma che non riusciamo mai a fermare in un’unica visione.

D’altronde, la scelta del cielo come soggetto deriva da un bisogno simile. Nei giorni successivi alla morte di mia madre, un anno fa, mi sono ritrovato a guardare molto spesso il cielo, come non facevo più da tempo. Quando la vita terrena ci schiaccia, cerchiamo sollievo sopra di noi… in questo caso, oltre al bisogno di astrazione dal dolore c’era la necessità di cercare la presenza di mia madre. Per questo sono passato dall’osservazione del cielo alla sua rappresentazione: dandogli una forma, delle misure, era come se avessi il potere di controllarlo. È stata un’azione terapeutica, che mi ha aiutato e accompagnato molto. Questa mostra è sicuramente dedicata a lei.

Passiamo all’influenza che il teatro sta avendo su di te. Un paio d’anni fa hai intrapreso questa esperienza [light designer per spettacoli teatrali, NdA] e da quel momento il tuo atto creativo è molto cambiato. Mi sbaglio?

È un processo ancora in atto e tuttora in parte inconscio: quando hai a che fare con la luce, con la scena, con i cambi di atmosfera, è difficile ritornare a casa senza esserne influenzati.

Sul piano razionale, mi sono appassionato alla luce a livello tecnico e percettivo, ossia a come questa interagisce con gli oggetti. Sicuramente questo mi ha aiutato a realizzare che era giunto il momento di emanciparmi dalla dimensione bidimensionale – che avevo già ampiamente sviluppato e che aveva cominciato ad annoiarmi – e spostarmi verso i volumi. I video di Exit sono il primo esperimento che va in questa direzione: a un certo punto non è più il lavoro in sé, ma la luce che determina il risultato ultimo.

Bisogna accettare di perdere il controllo…

Assolutamente. L’effetto finale è stato una sorpresa anche per me, anche se ero io in prima persona a governare la fonte di luce. Il “punto della situazione” lo fa il video, che diventa un’opera d’arte indipendente. Non c’è niente di concluso in questo processo, anzi, siamo solo all’inizio.

Progetti futuri?

Vorrei continuare con i cieli e farli molto grandi, passare dalla scultura all’installazione, alla scenografia. Sto pensando a progetti ampi, legati ai luoghi e al territorio, capaci di distrarmi dallo studio.

Un’ultima domanda, forse un po’ bizzarra, dato che ci troviamo in un contesto virtuale: rinunceresti mai alla manualità del segno?

Mai al mondo. Anche quando produco video, vorrei che avessero sempre il tono della matita. La matita mi impedisce di essere pigro.

 

A cura di Paola Paleari

 

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DUDE è un manuale di sopravvivenza per gentiluomini, dal momento che ne sono rimasti pochi e vanno salvaguardati. Nel periglio della rete, Dude è l’atlante per orientarsi tra il guazzabuglio della produzione culturale telematica e le piccole zone d’ombra, alla ricerca di preziose gemme, conversazioni, galanterie che troppo spesso si nascondono ai margini delle strade più battute. Dude lavora a una cartografia esclusiva — facendosi lente d’ingrandimento sul dettaglio perduto — racconta i massimi sistemi in formato leggero.
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