Arte: Fulvio Abbate, l’arte e la verità
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Fulvio Abbate, l’arte e la verità

Fulvio Abbate ha 59 anni ed è nato a Palermo.

29 Mar
2016
Arte

Ho già provato a scrivere quest’articolo molte altre volte, poi però non era mai finito, mai completo. Ora, forse, ce l’ho fatta. Scrivere di uno scrittore è difficile a prescindere, ma è più difficile quando quello scrittore ci ha accompagnato per un pezzetto di vita. Fulvio Abbate l’ho scoperto che avrò avuto sì e no 17 anni, un anno dopo mi capitò il suo primo libro in mano, e nonostante nel frattempo abbia letto quasi tutto e lo abbia poi conosciuto di persona, scriverne non è cosa facile. Provo a partire dall’inizio.

Fulvio Abbate ha 59 anni ed è nato a Palermo. Zero maggio a Palermo, suo primo visionario romanzo, racconta autobiograficamente la sua militanza comunista in giovanissima età. Dal 1992 al 2008 ha scritto su l’Unità e fino a poco tempo fa, prima che lo licenziassero, scriveva su il Fatto Quotidiano. Ma guai a chiamarlo giornalista. Quando lo si intervistava al Festival del Giornalismo di Perugia, si incazzava se veniva presentato come giornalista: «giornalista un cazzo». Scrittore, punto.

Abbate è stato anche critico d’arte, scrivendo ad esempio del lavoro di Klein, Sordini, Kunc e Piero Manzoni. Scrisse anche per Mario Schifano, suo amico personale. Quello stesso Schifano che, racconta Abbate, quando la famiglia Agnelli gli commissionò una serie enorme di pitture per la sala da pranzo consegnò l’enorme tela Festa cinese, un tripudio di bandiere rosse, come non si rendesse conto dell’ossimoro delle bandiere rosse nel salotto dell’industriale.

Ma Abbate è anche altro: tra i maggiori esperti di Pasolini in Italia, ha pubblicato Pasolini raccontato ai ragazzi (Dalai Editore, prefazione di Nichi Vendola), Pasolini raccontato a tutti (B&C), C’era una volta Pier Paolo Pasolini (L’Unità) e tanto altro, come La peste bis, un libro praticamente introvabile, che non sono mai riuscito a leggere. Parliamo di un personaggio  variegato che è passato anche sul piccolo schermo conducendo L’occhio sull’arte e con Macao, in RAI, dove lavorava come autore, fino alle recenti ospitate a La Gabbia di Canale 5, fino a La7, dove poco tempo fa ha litigato sonoramente con Carlo Martelli (M5S), che a un certo punto gli ha intimato un «a cuccia!» e lui non ci ha visto più.

 

 

Abbate è ormai convinto che «il capitale è un valido alleato nella lotta per la libertà» e si è discostato pubblicamente dal corporativismo delle sinistre, quello dei partiti di massa, dei sindacati e dei più o meno piccoli dissensi taciuti o fatti tacere per amor di “unità” di partito. Potrebbe suonare strano ad alcuni, ma questo è lo stesso Abbate che ha scritto Ministro Anarchico (Baldini e Castoldi, Dalai Editore), in cui si racconta l’avventura politica e umana ai limiti del possibile di Juan Garcìa Oliver nell’universo della guerra civile spagnola. Proprio lo stesso Abbate che difende a spada tratta il diritto alla difformità dell’individuo rispetto all’unità delle masse, colui che dal PCI passa a una sinistra di forma più simile all’isolazionismo degli introversi alla Max Stirner, perché è quella difesa dell’individuo (che presume peraltro una libertà nelle scelte da cui si potrebbe presupporre il più libero dei mercati) a rendere liberi. Non più, insomma, uno scrittore di sinistra come la si intende comunemente.

Nel suo penultimo libro, Intanto anche dicembre è passato (Baldini e Castoldi) c’è un personaggio elegantissimo tanto da vestirsi abbinato alle tende di casa propria. Un’immagine antitetica rispetto all’idolo dell’operaio e che traduce in parole scritte quello che Abbate dice di sé e vorrebbe per sé: l’aristocrazia solitaria e forse un po’ decadente di «un uomo col cappello di pelle di lepre». Un personaggio per cui l’eleganza vale quasi quanto le sue stesse idee e che ripudia, finalmente, la presuntuosa sciatteria estetica stereotipica della sinistra. Un rifiuto della sinistra dei sensibili e dei finti poveri che è valso allo scrittore romano valanghe di critiche, come è successo quando ha criticato il musicista Vinicio Capossela.

 

 

Ero seduto nel salotto di Fulvio Abbate, a Roma, poco prima di finire l’università. Doveva essere un’intervista breve da mettere dentro la mia tesi sull’estetica del web; durò quasi tre ore. Volevo farmi un’idea precisa sullo scrittore Abbate, ma me ne andai senza aver fatto nemmeno una domanda sui romanzi e con un sacco di altri quesiti che avrei voluto porgli sull’estetica del web.

Ero seduto nel salotto di Abbate e finimmo a parlare di politica, di Vanessa Beecroft (che secondo Abbate fa cose simili alle vetrine di Calzedonia), di quanto la cultura divistica sia la sola sopravvissuta all’assestamento della cosiddetta “cultura commerciale”. Quando poi chiesi quale fosse per lui un buon indicatore di qualità artistica e di rappresentatività estetica del nostro tempo, mi rispose secco: «Hai mai visto Bukowski all’Apostrophe?».

In quel momento mi si era scaricata la batteria della compatta con cui stavo filmando e farfugliai che ricordavo qualcosa, ma non ero sicuro. Conoscevo l’Apostrophe, programma tv francese; lo misi in chiaro, un po’ a volermi difendere, e lui, interrompendomi, mi disse: «Ok, non l’hai visto». Si alzò, andò al computer e cominciò a cercarmi questo video in cui Bukowski è ubriachissimo perché qualcuno della redazione quella sera gli ha allungato una bottiglia di non so cosa. O forse la bottiglia se l’è portata lui. Nel video, a un certo punto, Bukowski interrompe i discorsi in cui è coinvolto con gli altri ospiti, si alza incerto sulle gambe ed esce dallo studio. Abbate mette il video in pausa e mi indica Bukowski mentre si avvia all’uscita dello studio: proprio il momento in cui è in penombra e sta sparendo dall’inquadratura, come a sottolineare che era quella la risposta alla mia domanda. Sulla parte alta dello schermo, in bassa qualità, si intravede Bukowski sbiascicante e trascinato un po’ dalle sue stesse gambe, un po’ da qualcuno della redazione, che passa dietro al pubblico dello studio, ormai lontano dagli altri ospiti che, per l’imbarazzo empatico, fanno finta non sia successo niente.

 

Bukowski va via dallo studio ubriaco

 

Quella è l’arte per Abbate. «Un grimaldello», mi disse. Qualcosa che deve avere a che fare con l’eversione. L’idea è che senza scardinare un piccolo ordine più o meno assodato e riconosciuto, senza quel piede di porco che apre un varco sulla verità, l’arte non c’è e rimane la definizione inefficace di Omar Calabrese, secondo cui «l’arte è ciò che è considerato arte». La verità è quella che passa attraverso uno schermo quando Bukowski rompe le regole del gioco e costringe all’imbarazzo gli ospiti e il presentatore. Presentatore costretto poi a tendere la mano come a ricercare un pelo di normalità gestuale, un saluto formale, per potersi liberare dall’imbarazzo. La stessa verità che si vede in quella pittura enorme di Schifano inadatta al salotto degli Agnelli. La verità, quella di Camus e della narrazione che gioca a rompere le regole non scritte e far passare la narrazione di se stessi. Quel se stesso che si sente “straniero” rispetto a un contesto televisivo come quello dell’Apostrophe o quello della nazione francese per lo stesso Camus.

Teledurruti, la televisione a brevissime puntate di Abbate, è questo: narrazione di se stessi e tentativo di piede di porco. Nello specifico, il tentativo di usare il piede di porco da parte del “marchese” Fulvio Abbate. Una tv da vedere come rapporto diretto instaurato senza regole con chi vuole usufruirne diventando spettatore; discorso schietto e immediato (proprio nel senso di non-mediato) con chi ha voglia di ascoltare anche, chessò, la difesa della parola “pompino” o le pillole di analisi dell’estetica fascista con Dario Evola. Senza pretese e a tratti con molte pretese. Uno scrittore “youtuber” che però non sopporta la retorica del “giovane” e ripudia l’idea dello “spazio ai giovani” perché, dice lui, la gioventù non è altro che una serie infinita di banalità.

 

Teledurruti, in difesa della parola “pompino”

 

Solo la scuola libertaria permette un tale anticonformismo da parte del singolo individuo, una tale assenza di remore e pudore. Del resto, è difficile stabilire in quale branca politica del libertarismo andrebbe collocato Abbate. Considerando la sua storia personale, verrebbe spontaneo immaginare una propensione per il socialismo libertario, quello francese (nazione che è quasi la sua seconda casa artistica); la cosiddetta Scuola di Steiner-Vallentyne o una sua variante contemporanea. Ma a prescindere dalle classificazioni, del libertarismo agrodolce di Abbate valgono gli esempi: il protagonista della sua “vita di cui fare un’opera d’arte” che balla in casa da solo è uno dei video più rappresentativi tra gli oltre duemila targati Teledurruti, la sua televisione “monolocale”.

Stavo per arrivare nel salotto di Fulvio Abbate quando da una pasticceria di Monte Verde passeggiammo tra i lavori in corso e mi spiegò tutta la storia del mio eskimo, dai mods alle rivolte dei primi ’70, anche se il mio non aveva la pelliccetta chiara all’interno, ma vabè. Le vite degli scrittori, come è ovvio che sia, son fatte di storie. E le storie spesso passano anche per le cose, per gli oggetti (di Abbate ricordo il Teatro degli oggetti andato in scena il novembre 2013 al Teatro Argentina). Narrazioni fatte di personaggi e cose, tensioni tra “soggetti” e “oggetti di valore”, valori, ambienti, contesti e suoni incarnati in protagonisti, eroi e idioti. La storia di Abbate non è solo storia dei suoi personaggi, ma è, come in Teledurruti o in Intanto anche dicembre è passato, storia di se stesso, storia vera e poi surreale di un Fulvio giovane con Hitler come zio e Ettore Majorana a fare da insegnante privato di matematica.

C’è una storia che spicca tra tutte quelle di Abbate, è la storia di Gemma Politi. Madre e amica, a volte sgridata bonariamente e interpellata sulla politica, la cronaca e la letteratura francese che anni addietro insegnava. Gemma è quasi la madre ideale, colpevole di nulla, semplicemente insegnante nella vita e insegnante de facto in casa (è lei che fa conoscere Camus a Fulvio). Gemma vive nei romanzi e su Teledurruti come in un docu-film: spara col fucile da giovane come un vigoroso piccolo inno all’anticonformismo dei tempi palermitani ormai andati, invecchia come in una sitcom in cui la regia ha per unica regola una tv-verità incentrata sul gioco fantasioso di far combaciare realtà e surrealtà. La Gemma di Mondello e dell’infanzia di Fulvio, la Gemma ormai romana che trattiene le risate quando è in onda e schiva le provocazioni di suo figlio che la incalza con la sua fissa della banalità. Quella Gemma novantunenne ospite di (ah)iPiroso su La 7, spontanea abbastanza da raccontare di aver eliminato il caffè dalla dieta, per via dell’età e al contempo lucidissima nonostante l’età. La sua presenza lì in studio confermava indirettamente i rapporti amicali pre-esistenti tra Piroso, Panatta e Abbate. Gemma è un legante narrativo che va dai ricordi lontani alla vecchiaia, dalla bellezza andata fino al salotto su youtube: un racconto che spiega l’andare un po’ insensato dell’esistenza umana e dei cambiamenti. Reale e insieme surreale quasi come lo zio Hitler.

 

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Fulvio Abbate e sua madre Gemma Politi

 

La verità di Teledurruti e di gemma è la stessa verità che traspare da un Bukowski ubriaco inadatto alla tv francese: documentari nati dalla trasparenza della narrazione personale dell’autore e in qualche modo pregni di un’intimità quasi fiabesca. È la medesima verità assente nel conformismo di sinistra, soggetto di un pamphlet in cui Abbate narra piccole storie di ordinaria banalità, di ordinaria subordinazione al costume e alle regole non scritte. (Conformismi era anche il titolo della sua rubrica su Il Foglio, prima che Ferrara ne decidesse lo stop).

Quella verità che deve necessariamente misurarsi con la capacità di un narratore di raccontare se stesso perché solo raccontando se stessi, grazie e disgrazie, ci si misura davvero con la realtà perché si premette la propria parzialità. Ed è qui che, seguendo questa logica, il giornalismo non può arrivare, in quanto nascondendo l’opinione racconta fatti, meri fatti, senza l’aggiunta del fantastico e dell’immaginario. Questa verità della quotidianità, della crociata anti-banalità e anti-conformismo, è quella che, se fossimo nel 1942 in un film di Visconti, verrebbe spiegata sotto la lente del racconto dell’uomo attraverso l’attore, modus narrativo secondo cui, poi, la differenza tra il primo e il secondo sparirà, proprio come era nel teatro e nel cinema neorealista.

Quella verità dello scrittore Abbate, dell’artista Abbate, è quella che passa per il tratto di penna che descrive l’Utopia personale alla quale i più fantasiosi aspirano ancora da adulti e che tutti, ma proprio tutti, sognano da giovanissimi. La stessa verità che in termini artistici nasce solamente dalla frattura e dall’arroganza del metaforico grimaldello, viene a galla in modo chiaro in un romanzo rimasto inedito fino al 2002 e intitolato Teledurruti. Il protagonista, Aldo Bologna, investe i suoi ultimi risparmi in un’emittente assurda e personale, con una serie di altrettanto assurde conseguenze. La storia non è troppo diversa da quella della televisione con lo stesso titolo, nata nel 1998 e andata in onda fino al 2003 sulle frequenze di TeleAmbiente e TeleDonna. Il nome “Durruti” è l’ennesima rima libertaria: Durruti, infatti, è Buenaventura Durruti, il Ministro Anarchico (così si intitola il romanzo) protagonista del romanzo biografico ambientato durante la rivolta libertaria spagnola del 1936.

A prescindere dal seguito della tv monolocale Teledurruti sul web, anche qui si dimostra indissolubile il legame tra il racconto di sé, il racconto del resto del mondo e la speranza nell’isola di Utopia. Sul sito di Teledurruti si ricorda: «la sigla del programma mostrava le immagini di Durruti e della sua Colonna di miliziani in marcia verso il fronte di Saragozza nell’autunno del 1936, accompagnate dal sonoro di Cant’Help Falling In Love di Elvis Presley registrata via satellite alle Hawaii il 14 gennaio 1973». Lo stesso testo, poco dopo, sottolinea che si tenne un seminario sul tema dello stronzo e aggiunge che l’emittente monolocale è un omaggio al pittore Mario Schifano, il quale, si legge, avrebbe voluto disegnarne il logo.

 

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Maurizio Costanzo con il romanzo Teledurruti

 

La verità di cui parliamo, quella del racconto spregiudicato e veritiero di sé, è quella che dall’altra parte dell’atlantico racconta con orgoglio un comico come Louis CK quando, forse un po’ imbarazzato, ricorda quel genio di George Carlin, suo primo mentore.

 

Louis CK alla commemorazione di George Carlin

 

Louis CK racconta che inizialmente come stand up comedian faceva schifo, che stava in macchina a piangere e sentire le registrazioni di Carlin, che ci mise anni a scrivere un’ora di spettacolo e che alla fine nemmeno funzionava. Grazie a Carlin scoprì che bisogna buttar via ogni anno il materiale scritto e ricominciare da zero andando sempre più a fondo in se stessi, trattando i temi come fossero stratificati a cipolla sull’autore e il suo vissuto. Anche per far ridere, quindi, che è poi la cifra estetica del nostro tempo, bisogna che emerga il vero. Un certo tipo di “vero”. È necessario riferirsi a se stessi e scavare, per fare leva sul piede di porco di cui parla Abbate. Le cose vere di quel tipo di mondo: personale e tendente all’intimo, far riferimento a quella verità così lontana dalla realtà giornalistica e così vicina alla realtà artistica e teatrale, quella realtà utopica, di estrema libertà, quindi condita di assurdo e rivolta. Una verità che non tende mai all’oggettività.

Parlando proprio di commedia e verità Matteo Lenardon scrive su Rivista Studio che un gigante della commedia come Bill Hicks «utilizzava una iconografia da cowboy solitario vestito solo in nero, da ronin sporco di sangue del suo padrone, che si sposta di paese in paese, per liberare le persone con la sua verità». Ed è questo in fondo il punto centrale: la verità porta libertà e, ricorsivamente, serve essere liberi per far ridere.

Questa libertà, che potremmo definire libertaria, in Italia è sempre mancata; la sinistra italiana, “mondo” nel quale ti aspetteresti un certo piacere per il dissacrante, è storicamente rimasta legata al modello socialista, meno a quello liberale. Quando Abbate difende la parola “pompino” spinge nella stessa direzione di Lenny Bruce e della sua “sick comedy”, da cui CK stesso prende ispirazione per i suoi spettacoli – nella quale scioccare e provocare il pubblico è un dovere.

Non è un caso che il termine “umorismo nero” sia stato coniato da uno dei maggiori teorici del surrealismo: André Breton. Nella surrealtà di Breton realtà&fantasia vanno necessariamente a braccetto.

La libertà che Abbate oggi pretende per la parola “pompino” è quella che Carlin, maestro indiscusso di quella stessa scuola di stand up comedy, celebrava con questo pezzo stupendo, scritto ben trentotto anni prima che CK gli rendesse tributo alla New York Public Library. È un estratto da Seven Words You Can Never Say on Television:

 

 

Perché ci sia quel tipo di risata amara, il reale deve essere raccontato in modo da rimarcarne la “surrealtà”. La risata, forse anche quella più banale, nasce proprio così: dall’esagerazione dell’avvenimento, dall’enfasi nel racconto della propria o altrui piccola miseria quotidiana.

Rapportare però le regole del recitato, comprese magari quelle del ritmo, al soldo del proprio ego artistico – quello dello scrittore che si autodefinisce marchese – è un gioco a fare i saccenti che mette volontariamente da parte ogni forma di umiltà. Un gioco di creazione dell’identità del proprio personaggio che ripudia l’umiltà in quanto forma comune del discorso conformista.

Quest’intervista di Michele Azzu ad Abbate fatta al festival del giornalismo di Perugia rende l’idea:

 

La soluzione al precariato nel giornalismo

 

Per Abbate, come anche per altri artisti surrealisti e dadaisti, la realtà è quell’oggetto sociale da cui una fuga è doverosa e salvifica. È da questo rifiuto che nasce la necessità di usare, per narrare quotidianamente se stessi, quello stesso piede di porco che Abbate auspica in campo artistico come criterio di verità. Piede di porco come scettro-premio dell’artista che ama follemente se stesso, si loda e si racconta facendo filtrare un filo di verità su di sé e ciò che lo circonda.

 

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Fulvio Abbate con Fernando Arrabal

 

Il rifiuto della realtà come quello che Camus descrive in Il primo uomo, dove ai combattimenti il protagonista è estraneo come lo è alla patria per cui combatte.

Quella realtà che poi, una volta rifiutata si ripropone sul narratore e il proprio racconto autobiografico, come a passare continuamente da una dimensione esterna a una interna del racconto, dove chi narra riesce a farsi piccolo o grande testimone del proprio tempo pur occupandosi delle proprie vicende personali. Tornando al parallelo con Louis CK si pensi a quanto frequente sia per il comico statunitense riferirsi al proprio trascorso personale nell’affrontare tematiche sociali come il razzismo, l’obesità, il divorzio o il matrimonio tra omosessuali. Certo, usare il racconto in prima persona è anche utile a catturare l’attenzione del fruitore, ma in questo contesto è un link permanente che lega il trascorso personale di chi narra alla tematica affrontata: un utilizzare se stessi come a garantire verità – e credibilità.

È in nome dello stesso rifiuto per la realtà che Abbate ha architettato il suo guscio di noce politico, “Situazionismo e libertà”. Sì, esiste davvero, con tanto di simbolo, bandiera e tessera. Movimento in cui non mancano le trovate più classicamente situazioniste, se così si può dire: Drupi candidato al Quirinale, la radio inesistente TeleRadioCazzoInternational, il falso accento francese ostentato, l’auto-candidatura a Presidente della Repubblica e così via fino allo slogan – appunto – di “abbasso la realtà”. La tessera del partito politico monolocale poi è un sunto perfetto delle tematiche care allo scrittore: raffigura una scenetta in cui un uccello vola verso il proprio nido, dove è custodito un piccolo. L’uccello adulto chiede al suo piccolo di un mondo lontano: «lo senti il canto degli uomini?». Il piccolo risponde: «sì, mi piace».

 

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La tessera è disegnata da George Wolinski, genio indiscusso del fumetto passato a miglior vita per via della tragedia di Charlie Hebdo di quel triste 7 gennaio 2015. Non è l’unico disegno di Wolinski per Abbate, ce n’è uno altrettanto importante. E se la conversazione “assurda” tra volatili è un sunto perfetto di quel dovere all’immaginazione e all’utopia al quale obbedisce la poetica di Abbate, questo secondo disegno è, volendo, un’anticipazione delle Femen e delle Pussy Riot.

 

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Un’anticipazione del ritorno del seno rivoluzionario nelle cronache europee da parte del maestro vignettista puttaniere e francese fino all’osso made in Tunisi, morto ormai ottantenne ucciso dall’estremismo religioso. Un nord Africa in cui non è nato solo Wolinski, ma anche Camus, due dei nomi più cari ad Abbate, importanti come l’impegno intellettuale di fare i conti con la laicità, l’eros e se stessi.

 

p.s.  Piccolo, brevissimo, edit: Uscirà presto Corso di cultura sentimentale” (esiste una serie di video di Teledurruti con lo stesso titolo).

 

Teledurruti – Corso di cultura sentimentale! Quando a 18 anni una ti si fila per niente

 

Foto di Monica Cillario

Enrico Pitzianti
Enrico Pitzianti
Cagliari 1988, è parte della redazione di ARTNOISE e di Dude Mag. È laureato in semiotica, scrive per L'Indiscreto, Motherboard, Gli Stati Generali ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
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