Arte: “House(is)” è il primo libro fotografico di Sara Giannitelli
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“House(is)” è il primo libro fotografico di Sara Giannitelli

Dorothy, nel celebre film Il mago di Oz, recitava «Nessun posto è bello come casa mia». Certo è che, ai tempi delle scarpette rosse e dei grembiulini azzurri, non si girava il mondo per cercare un nido che permettesse una stabilità economica prima di quella affettiva. Sara Giannitelli è una fotografa che ha iniziato il […]

Dorothy, nel celebre film Il mago di Oz, recitava «Nessun posto è bello come casa mia». Certo è che, ai tempi delle scarpette rosse e dei grembiulini azzurri, non si girava il mondo per cercare un nido che permettesse una stabilità economica prima di quella affettiva.

Sara Giannitelli è una fotografa che ha iniziato il suo viaggio alla ricerca del senso di casa proprio nel periodo in cui era lontana da Roma, la sua città d’origine. Trasferitasi a Londra alla ricerca di soddisfazione professionale subito dopo la laurea in fotografia all’Istituto Europeo di Design, inizia a raccogliere spontaneamente molti scatti in cui i soggetti principali sono le case, i loro portoni, le loro finestre, i loro dettagli. Oltre alla loro estetica seducente — i colori, i mattoncini, i cortili —, quell’attrazione nei confronti delle dimore inglesi non era dovuta solo alla forma: la lontananza dai propri affetti e dalla propria città cominciava a farsi sentire. Così tutti quegli scatti sono diventati un libro, il primo libro, di Sara Giannitelli: House(is). Ne abbiamo parlato con lei in vista della presentazione del suo lavoro a Roma, il 24 febbraio.

 

 

Fino ad ora hai lavorato principalmente nella campo della fotografia di moda, mentre il tuo primo libro House(is) è incentrato tutto sulle abitazioni inglesi. Da dove è nasce l’attenzione nei confronti delle architetture e di un soggetto più statico?

L’idea non è nata subito come un progetto da sviluppare, semplicemente camminavo per la città e fotografavo. Quando dopo alcuni mesi, mi sono accorta che la maggior parte del materiale — migliaia di fotografie — riguardava ritratti di case, ho iniziato a darmi delle risposte.

Ho capito che la rappresentazione inconscia delle case non era casuale. “La casa” era prima di tutto un concetto che in quel momento mi mancava, piuttosto che una semplice costruzione di mattoni che catturava il mio approccio fotografico. Vivendo lontana dalla mia di casa, dai miei affetti e dalla mia città, ero attratta dalle case degli altri, che apparivano bellissime, mentre io per un anno ho vissuto in una stanza. Giorno dopo giorno le fotografie che scattavo sono diventate una collezione di porte, finestre, come se queste fossero l’ingresso per una realtà che mi mancava e nella quale avrei voluto vivere.

È per me un lavoro intimo ed emotivo: molte volte ho idealizzato Londra come la mia migliore amica, mentre “ci” e “la” vivevo. Quel tipo di amicizia che essendomi trasferita non avevo più, capace di emozionarmi, consolarmi, distrarmi e compensarmi. Con il tempo ho iniziato a perdermi un po’ meno, a conoscere qualche strada in più, ma in una città come Londra c’era così tanto da scoprire, così tanto da imparare, tutto mutava così velocemente che cresceva il bisogno di trovare un posto da chiamare ” casa”. Davanti a bel portone, a una bella finestra, mi sentivo fortunata, quasi come se tutte queste case dovessero giustificare la lontananza dalla mia.

Cosa hai trovato dietro le facciate di quelle abitazioni?

Una cosa che mi piace fare è sbirciare dentro le finestre; nelle tipiche case inglesi le finestre sono enormi e sul piano della strada. Quello che forse ho trovato, inconsciamente, guardando attraverso è stata la consapevolezza e la paura che io dietro quelle facciate bellissime non ci avrei mai vissuto. Nella mia testa, quando andavo in giro per negozi e vedevo qualcosa che mi piaceva, c’era sempre una grande parete da arredare, ho sempre pensato di prendere qualcosa per la mia futura casa immaginaria. È una cosa che faccio tutt’oggi. Penso di essere una delle poche ragazze in grado di uscire a far shopping per Londra e comprare solo con qualche tazza carina da tea.

Descrivi il tuo libro come un progetto sulla ricerca del significato di casa. Credi di aver trovato ciò che cercavi o proseguirai la ricerca attraverso lo studio di altri modelli?

Non cercavo consapevolmente qualcosa. Cercavo di star bene, di riempirmi gli occhi di cose belle, per staccare dalla mia routine. Sarò sempre attratta dalle case, quando viaggio faccio interi itinerari solo per vederne alcune. Queste riflessioni hanno costituito un punto di partenza per approfondire la tematica che sto sviluppando attorno a testi letterari quali La poetica dello spazio di Bachelard e Luogo e identità nella fotografia italiana contemporanea a cura di Roberta Valtorta, che mi hanno rivelato quale processo inconscio si celasse dietro le mie fotografie.

Dopo un percorso professionale a Londra, hai deciso di tornare in Italia. Cosa ti ha portato a fare questa scelta?

Ecco LA domanda. Quella che tutti mi fecero quando decisi di tornare: «Sei matta? Che torni a fare?». Me lo chiedo ogni tanto anche io, se ho fatto la scelta giusta.

Dopo la laurea mi sono trasferita. Mi piaceva così tanto che dicevo che non sarei più tornata. Che preferivo fare la cameriera tutta la vita lì piuttosto che il lavoro dei miei sogni in Italia. Non volevo neanche tornare qualche giorno per le feste, mi veniva l’ansia. Pensavo che era la prima volta in tutta la mia vita che ero veramente felice. Poi le cose sono cambiate, io sono cambiata, ero triste ed insoddisfatta. Volevo provare a farlo il lavoro dei miei sogni, anche qualcos’altro che gli assomigliasse, in un posto in cui parlare e comunicare fosse più immediato, più facile. Ho deciso qualche settimana prima di partire. A un certo punto è scoppiato tutto. Ho deciso di inserire nel libro anche parti del mio diario personale per far capire meglio le sensazioni dietro le fotografie.

Gli ultimi giorni trascorsi a Londra mi appuntavo tutti i motivi della mia scelta, a promemoria, se un giorno avessi avuto ripensamenti o incertezze. Recentemente ho capito che ho degli automatismi dentro, e in quel momento sentivo di dover mettermi in salvo. Londra mi manca spesso, mi mancano quei momenti in cui ero felice li.

Penso sia successo una sera, qualsiasi. Guardavo i lavori di fotografi residenti in Italia, dal cellulare, ed è scattato qualcosa in me. Mi mancava la fotografia, tutto quello che avevo sopportato in un anno improvvisamente mi è iniziato a pesare. Quando ho realizzato per la prima volta di non voler più stare lì mi sono messa a piangere, perché sono crollate tutte le mie convinzioni e avevo paura. Come poteva una città grande come Londra iniziare a starmi stretta?

Quando tutti mi dicono che è tutto lì, forse è vero: c’è tutto.  Ma ci sono anche tutti ed è difficile farsi strada e io in quel momento tutta la forza richiesta non ce l’avevo. Ho iniziato a fare previsioni e bilanci, non trovavo risposte, mi sembrava tutto lontano, un circolo vizioso.Tutte le fotografie che ho scattato fino ad ora ed il libro stesso, sono stati realizzati perchè sono tornata in Italia. Assurdo vero? Dicono che è tutto dall’altra parte. Che bisogna partire, andarsene per fare qualcosa e io l’ho fatto tornando. Ne prendo il buono, anche se in alcuni momenti è difficile perché il non trovare un lavoro stabile qui mi spaventa, ma quando vado al cinema mi sento fortunata, è una cosa che mi mancava e a cui non riesco a rinunciare, come il parlare la mia lingua, e altre piccole cose. Diciamo che se uno parte per trovare fortuna, be’ io non ne ho trovata molta. Non lo so se ho scelto una vita più facile, ma facile non è stato. Ogni volta che vedo qualcuno che si trasferisce a Londra ne sono un po’ gelosa. È stato un anno critico per me, non solo avevo vent’anni e volevo tentare la scalata verso il successo, volevo provare a realizzarmi professionalmente, a metter radici, per questo sono tornata. Ci sto provando, non lo so se prima o poi mi dovrò arrendere a quello che tutti dicono che qui non c’è lavoro e opportunità.

Dove possiamo trovare il tuo libro?

Il libro è acquistabile in tutto le librerie nazionali, sul mio sito internet www.saragiannitelli.com e durante le presentazioni che sto organizzando. La prossima è a Roma il 24 febbraio alla Libreria del Viaggiatore.

Elena Fortunati
Elena Fortunati
Nasce in un paesino della provincia romana nel 1988. Laureata alla magistrale in Storia dell'Arte contemporanea all'Università di Roma La Sapienza, ha collaborato con Collater.al, Dude Mag, Vice e Inside Art. Sotto lo pseudonimo aupres de toi, lascia dal 2011 nel web immagini fotografiche. Fonda nel 2016 contemporary.rome.
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