Il museo più bello del mondo è tutto in vendita
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Il museo più bello del mondo è tutto in vendita

Vi siete mai immaginati un museo con il prezzo sulle opere? «Quanto facciamo per questo Picasso? 9 milioni e tagliamo la testa al toro». Questo il Tefaf, più o meno, ovvero la più importante fiera dell’arte al mondo. A Maastricht, cittadina universitaria famosa solo per il trattato europeo, dal 13 al 22 marzo il Tefaf […]

Vi siete mai immaginati un museo con il prezzo sulle opere?

«Quanto facciamo per questo Picasso? 9 milioni e tagliamo la testa al toro». Questo il Tefaf, più o meno, ovvero la più importante fiera dell’arte al mondo.

A Maastricht, cittadina universitaria famosa solo per il trattato europeo, dal 13 al 22 marzo il Tefaf dà vita a un museo-negozio che copre 7000 anni di arte ed ospita 275 gallerie e collezioni private da ogni angolo del mondo. Ci trovate le migliori gallerie di Londra, Madrid, Amsterdam, New York, Hong Kong, Milano e Sidney. Le opere in mostra vanno dai vasi greci alle armi napoleoniche, passando per i migliori Picasso, Rembrant, Fontana. Ma anche opere di design e arte contemporanea. L’evento è rivolto principalmente agli addetti ai lavori: ci sono tutti i mercanti d’arte e curatori più importanti del mondo; poi c’ero io, capitato là più o meno per caso.

La location esprime tutta la praticità olandese: il Meec è un enorme edificio che ospita di tutto dagli esami universitari (mi è stata raccontata l’angoscia di fare uno scritto in un banco singolo dentro un hangar col soffitto alto 20 metri) al motor show locale con tanto di drift al coperto. L’allestimento è spettacolare: i 270 stand sono organizzati in un labirinto che solo cartina spiega; si cammina su una moquette grigia a pois bianchi, le pareti sono tutte color perla, l’illuminazione al led e i faretti sulle guide poste sul soffito illuminano il percorso per gli stand e gli enormi trionfi di tulipani in mezzo alle “piazze”. Ogni boutique temporanea è invece allestita dal curatore, le maggior parti sobrie con colori scuri per valorizzare i dipinti, ma c’è anche chi esagera.

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Dopo aver pagato i 40 euro di ingresso (pensavate fosse gratis?) e i 2 di guardaroba, entro nella prima sulla Fifth Avenue dello shopping dell’arte. Tutte portano nomi di vie famose (Champs Elyées, Madison Avenue, Time Square). Nel primo stand c’è una signora che prova un gioiello disegnato da Pomodoro, prezzo 89.000 euro, solo più tardi capirò che si trattava di roba economica. Subito dopo mi imbatto in uno stand di soli libri d’arte, noto il primo: 68.000 euro, dentro ci sono appunti a mano di Picasso; non ne trovo nessuno sotto 20.000. La parte dedicata alla pittura è veramente impressionante: di fronte a un Picasso non resisto e faccio la domanda da pulciaro: «I’m sorry wich is the value of this one? 8.5 millions».  È strano pensare che tutte le opere in esposizione siano private o comunque in vendita: al di là del prezzo, è stano che ci siano dei Botticelli, dei Rembrant, dei Gaguin, Chagall, delle opere di Castellani, Andy Warhol, Boetti, Fontana che appartengono a qualcuno in particolare, e che ora sono là, sugli scaffali, pronti per essere comprati.

Continuo a gironzolare nel bianco immacolato dei mega corridoi. Trovo uno stand di libri antichi tra il 1300 e il 1500, stavolta il curatore non gradisce la domanda su quale fosse il più costoso (ma risponde lo stesso, «1.8 million»). In effetti noto solo dopo la prima mezz’ora di occhi fuori dalle orbite, che spicco tra la folla per il pulciaro che sono. Non ho giacca e cravatta e tutti, guardandomi, sanno perfettamente che non sono lì ne per vendere né per comprare. La maggior parte del pubblico è sulla mezza età, i più giovani (elegantissimi) sono professionisti e non fanno nulla per non darlo a vedere. Eppure spiccano alcuni elementi, tipo lui.

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È Anche pieno di Virgin Oldman che scrutano dietro ai loro occhialetti sottili una collana polinesiana o che valutano a occhio «At least 900.000, without commission». Tra il gotha dell’arte mondiale quest’anno vanno particolarmente di moda le trame scozzesi, un gruppo di gay mi rimprovera per la mia felpa grigia e anonima.

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Passo davanti alla sezione dedicata al design: c’è l’originale tavolino basso che ogni fuori sede compra a 5 euro di Ikea, questo però costa 98.000 euro ed è stato disegnato dalla Bauhaus. Mi fermo in uno stand di antiquariato italiano, il propietario pesarese si presta alle mie domande. Allestire uno stand al Tefaf costa 100.000 euro il primo anno a fondo perduto, più gli operai che montano fisicamente i negozi temporanei, che prendono 60 euro l’ora. Mi racconta che in 15 anni di fiera ha visto quasi di tutto: un Rembrant battuto a 36 milioni all’asta, una statua di Bernini che era stata rubata a Roma e affari da milioni chiusi in qualche minuto di chiacchera in inglese. La sezione dedicata alle antichità non è meno impressionante di quella dedicata alla pittura: in uno stand di San Francisco era in vendita un sarcofago da 380.000 dollari – mi spiegano che al momento l’arte africana e quella asiatica vanno per la maggiore. C’è l’iconico divano a labbra disegnato da Dalì.

 

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Nelle vie e nelle piazze tra gli stand ci sono i punti ristoro, ovviamente in linea di prezzo e bellezza con l’ambiente circostante. Si può scegliere tra il Sushi bar della zona design, il Tapas Bar, la Brasserie per sedersi e rilassarsi, il ristorante vero e proprio (a cui non oso avvicinarmi), il Lobster bar con gli acquari con dentro le aragoste vive, l’Oyster bar con i camerieri armati coltelli e parannanze (strategicamente si è piazzato davanti uno stand di Champagne di lusso, 3.600 a bottiglia) oppure il Bar normale (la mia scelta, 13 euro per un’ottima Caesar Salad). Noto anche un carrello ambulante che porta alcolici per un cocktail al volo.

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Se vi prende un certo “languorino”, questi costano 16.000 l’uno.

Dopo essermi rifocillato riprendo l’esplorazione nella giungla dell’arte. Mi trovo nella zona gioielli: è un trionfo di sbrilluccichi e ori ovunque. Mi fermo nello stand Buccellati e questo attira la mia attenzione.

phone1Con questa cover non vi servirà neanche la torcia.

150.000 euro per abbellire il tuo Iphone, ma il propietario milanese è pronto a uno sconto di 50.000. Mi spiega in milanese stretto che questo is the place to be, e che i veri affari si fanno il primo giorno, quando la fiera è aperta solo su invito e mercanti e curatori vengono con il portafogli gonfio. Nonostante ciò ripone fiducia negli olandesi con il grano che vogliono fare un bel regalo alla signora.

 

Girovagando spuntano alla mia attenzione, in ordine sparso:

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Una palla di Pomodoro a 2.5 milioni.

 

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Un piano da 250.000 euro.

 

Quando esco dal Mecc, respiro l’aria fredda e umida di Maastricht, mi guardo il polso che mi hanno timbrato, è visibile solo al neon. C’è una distesa di Mercedes nere e un capanello di autisti impinguinati che fumano e chiaccherano. Sono sicuro di essere uscito dal museo (o negozio) più bello che abbia mai visto. Mi chiedo come si valuta un Botticelli, come lo si compra, che effetto fa andare lì impacchettarlo e metterlo in macchina.Tornare a casa, poggiare, la borsa, levare il cappotto, scartarlo e appenderlo nel salotto di casa. Poi ricominciare a vivere, come se niente fosse.

C’è chi potrebbe trovare volgare questo modo di trattare l’arte, ma l’ultimo curatore che ho importunato, davanti alla caduta della mia mandibola per i 9 milioni per uno schizzo di Chagall mi ha risposto: «It’s the market, baby!».

Filippo D'Asaro
Nasce a Roma nell’ottobre del 1992. La sua laurea triennale in scienze politiche si è rivelata fondamentale per scrivere articoli, tenere un blog personale e portare hamburger ai tavoli.
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