Arte: In tempi in cui trionfa l’omologazione dobbiamo riscoprire Cindy Sherman e la sua serie “United Film Stills”
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In tempi in cui trionfa l’omologazione dobbiamo riscoprire Cindy Sherman e la sua serie “United Film Stills”

Oggi, dopo quasi cinquant’anni di carriera, il dubbio è che non sia più tanto Cindy Sherman a copiare ed esagerare il mondo che la circonda bensì il contrario.

22 Gen
2019
Arte

In un articolo apparso qualche tempo fa sul New York Magazine il critico Jerry Saltz individua, tra i vari trend che spopolano nel mondo dell’arte oggi, quello che definisce lo Shermanesque. Questo neologismo, analizzando quelle immagini che Saltz indica come esemplari, starebbe ad indicare un’arte teatrale, che ha nel suo DNA il travestimento e la farsa. Lo “Shermanesque” prende il nome da Cindy Sherman la quale, producendo immagini artificiose e chiaramente costruite, non è interessata in alcun modo ad avvicinarsi alla realtà. Quello che realmente desidera fare l’artista americana è dare una propria visione, personale quanto distorta, della società e delle sue ossessioni.

Oggi, dopo quasi cinquant’anni di carriera, il dubbio è che non sia più tanto Cindy Sherman a copiare ed esagerare il mondo che la circonda bensì il contrario. Per anni Sherman ci ha mostrato il bisogno contemporaneo di essere alla moda, visibili e aderenti a un modello in ogni momento: il fashion come rituale, necessità e prodotto di costume. Ma, ora che certe ossessioni si sono amplificate, arrivando a essere quasi la parodia di sé stesse, l’arte di Cindy Sherman smette di essere dissacrante per assumere una dimensione quasi profetica.

 

 

Basta un giro su Instagram per percepire il diffuso desiderio — quasi patologico — di assomigliare a qualcun altro. Sherman con le sue opere ci aveva messo in guardia dai rischi che potevano nascere da questa deriva, quando si arriva a voler assecondare paradissequamente stereotipi e modelli veicolati dai media.

I tempi moderni sono un terreno estremamente fertile per una analisi come quella di Sherman — che è anche sicuramente antropologica. Un periodo storico in cui trionfano fanatismo ed esibizionismo, in cui la foto non è più associata al ricordo ma è vista in primis come un mezzo per veicolare la propria immagine, fa apparire meno grottesco e distopico tutto il lavoro della Sherman.

Nelle sue foto più famose l’artista si auto ritrae travestita, recitando, per l’ appunto, un ruolo. In tutta la sua carriera ha puntato ad accentuare e ridicolizzare gli stereotipi, soprattutto quelli femminili, di cui si nutre ancora oggi il mondo del cinema ma anche la moda, e più in generale, la società consumistica.

Untitled Film Stills è una serie formata da 69 foto in bianco e nero, di piccolo formato. 69 autoritratti, quasi 70 “selfie” ante-litteram, in ognuno dei quali si fa uso della tecnica del travestimento, retrospettivamente comunque meno invasiva di un qualunque filtro reperibile via social. La serie è stata spesso vista come una parodia degli stereotipi imposti dalla società alle donne ma, nonostante il suo proposito satirico, non riesce a farci sorridere (se non amaramente): questo perché a distanza di decenni certi cliché sono rimasti ampiamente attuali e questo ci impedisce un qualsivoglia tipo di distacco nella visione dell’opera.

In United Sherman riprende pose e situazioni tratte dall’immaginario cinematografico creando una situazione per chi osserva assieme familiare e straniante. Le donne incarnate dalla Sherman nella serie sono chiaramente “tipi”, maschere, e per questo forse non hanno senso le critiche di una certa ala estrema del femminismo dell’epoca che, al tempo, tacciò l’opera di essere una mera riproposizione dell’inconscio maschile. In realtà United Film Stills era e resta molto più vicina a una visione sana e moderna del femminismo. Lo è più di quanto non lo siano oggi quelle stesse donne pronte, negli anni settanta, ad accampare contro la fotografia argomentazioni pretestuose, come quella che essa fosse un mezzo tradizionalmente maschile, legato ad una percezione prettamente visiva del mondo, tipica dell’uomo.

Il curatore della retrospettiva londinese dedicata quest’anno a Cindy Sherman, Paul Moorhouse, ha fatto notare come l’artista abbia fotografato non tanto sé stessa quanto un mondo fondato sull’apparenza: «Fotografando sé stessa, inventando identità fittizie, lei rappresenta un mondo di pura apparenza. Nessun’altra artista si interroga sulle illusioni presentate dalla cultura moderna in maniera così penetrante».

Gli Untitled Film Stills hanno una grande forza narrativa: congelano un momento e quel momento racconta una storia, una storia che finisce per essere giocoforza differente per ogni spettatore che osserva e cerca di capire l’opera. In questo senso non è casuale la scelta di evitare titoli veri e propri alle singole foto: basta il numero, che porta con sé una ulteriore domanda. L’opera è costruita per stimolare una completa, continua ed autonoma riflessione.

La fotografa inglese Cecil Breton sosteneva che far diventare sé stessi una opera d’arte fosse la cosa più difficile al mondo eppure Cindy Sherman ce l’ha fatta. Forse ci è riuscita perché quella ritratta in fondo non è mai effettivamente lei stessa: il suo corpo rappresenta una tela su cui apporre di volta in volta degli elementi, dei riferimenti, sia spaziali che temporali. Con pochi strumenti l’artista riesce a creare un discorso empatico e ben articolato dalla grande forza espressiva.

L’idea del corpo di Cindy Sherman assomiglia a quella che esprime Diana Taylor in Estudios avanzados de performance: «Il corpo è materia prima dell’arte della performance. Il corpo umano si vive in maniera estremamente personale. È allo stesso tempo prodotto e azionatore di forze sociali. Forze in grado di renderlo visibile (o invisibile) passando attraverso le nozioni di genere, sessualità, razza, classe e appartenenza».

I fotogrammi della Sherman sono una riuscita ibridazione tra i tableaux vivants e la performance. Se già Julia Margaret Cameron nell’800 era stata in un certo senso l’antesignana in questo, proponendo delle vere e proprie allegorie della letteratura, dell’arte e della mitologia, Sherman prende quell’intuizione e la adatta, producendo allegorie di tutte quelle pellicole di serie B che ispireranno poi tanto cinema post-moderno (e post Tarantiniano).

Quello che Erin C. Garcia afferma nelle pagine di Photography as Fiction in merito a United Film Stills evidenzia quanto si tratti di un’opera indubbiamente “meta”, dai diversi piani di lettura: «I fotogrammi della Sherman sono una delle più fertili strade percorse dalla fotografia contemporanea. In un senso più ampio, essi sono in grado di partecipare alla attuale riflessione culturale in merito all’autenticità dell’esperienza postmoderna e al concetto sesso della realtà».

Non è un caso se la fotografia della serie in cui si intravede maggiormente la vera Cindy sia, a detta della stessa autrice, quella che più sfugge più a questo discorso, risultando un unicum nell’intera serie: La United Film Still numero 27 infatti è l’unica in cui l’autrice perde quell’aura distaccata e riflessiva per lasciarsi andare a un pianto che ne mostra tutta la vulnerabilità.

 

Cindy Sherman. “Untitled Film Still #27”. 1979

 

Oggi la rielaborazione delle idee alla base di United Film Stills e di altre opere successive della performer americana trova spazio anche in quella galleria d’arte personale che è il suo profilo Instagram. Non si cada però nell’errore di definirla, come qualche testata ha provato, “la regina dei selfie”. Cindy Sherman odia la mania dell’autoscatto da prima che spopolasse e quello che fa sui social è semplicemente combattere il nemico dall’interno. Probabilmente è una guerra persa in partenza ma chi si esprime solo per avere ragione non sarà mai un artista, anche se ha un profilo Instagram.

 

In copertina: Cindy Sherman – Untitled Film Stills #03, 1977

Manuel Santangelo
Manuel Santangelo
Nasce il sedici settembre del 1994 a Castel di Sangro. Ha studiato a Bologna e scrive in giro di sport, musica, cinema e altre cose che pensa siano cool. Crede che “Forrest Gump” sia un film sulla sua vita.
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