Intervista ad Emilio D’Itri
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Intervista ad Emilio D’Itri

Nato a Roma nel 1960, vive e lavora a Roma, dove dal 2001 fonda e dirige le attività di Officine Fotografiche. È direttore artistico di Obiettivo Donna e Fotoleggendo.

Roma, via Libetta 1. Da qui si può vedere molto più cielo rispetto ad altre zone della città. Sarà forse anche per questo che, all’interno dell’edificio che ospita Officine Fotografiche, i cervelli sembrano lavorare più serenamente, limpidamente, intelligentemente.
Incontriamo Emilio D’Itri un pomeriggio di tarda estate, a poche settimane dall’inaugurazione del festival
FotoLeggendo e dal decimo compleanno dell’associazione OF di cui lui, persona di una cordialità senza dubbio innata e dallo spirito acuto e dinamico, è fondatore. I convenevoli debiti prima di un’intervista sono liquidati con scioltezza, mentre in una piccola stanza accanto alcuni giovanissimi parlano di fotografia come fossero nel salotto di casa loro.
Ricordavo di aver letto una bella frase, sul sito di Emilio, e gliela propongo come input per iniziare a parlare di
Officine Fotografiche.

DUDE: «Una delle mie fotografie più riuscite è sicuramente Officine Fotografiche». Allora, come è nato questo progetto, e soprattutto quali vuoti, quali carenze andava a colmare rispetto ad una città come Roma in quel momento?
EMILIO D’ITRI: Officine Fotografiche nasce soprattutto per amore e passione della fotografia, ma prende forma da un’esigenza che io avevo dieci anni fa, quando la possibilità di mostrarsi come autori era certamente minore rispetto ad oggi. Nei primi anni duemila il mercato era senza dubbio molto chiuso e gli spazi espositivi erano in mano solo a pochissime persone. Questo implicava poca visibilità per i fotografi emergenti, per i nomi sconosciuti. Ma, soprattutto, mancava un punto d’incontro per parlare di fotografia, cosa che può sembrare un luogo comune, ma che effettivamente non lo è.
Certo, c’erano le gallerie, quelle veramente esclusive, e c’erano le scuole di fotografia, ma nessuno di questi spazi finiva mai per dare abbastanza rilevanza al dialogo sulla fotografia, mentre il mio desiderio più grande era il continuo scambio di opinioni con gli altri autori, indipendentemente dal lavoro che facessero. Da qui, appunto, nasce l’idea di fondare un’associazione culturale dedicata alla promozione della fotografia, che facesse degli incontri con gli autori e della parte espositiva i suoi punti di forza. Tanto è vero che i corsi di fotografia sono venuti dopo, per sostenere i costi della struttura.
In realtà Officine non fu mai un circoletto di fotografia, perché quando fondai l’associazione avevo già alle spalle un’esperienza autoriale, di mostre, e sapevo un po’ come funzionava il mondo della fotografia. Quello che mi premeva era creare uno spazio dove fosse possibile esporre senza essere presentati da, e mi presi da subito la responsabilità di esporre l’autore valido anche se non conosciuto. In più, Officine Fotografiche si dimostrò un’ottima possibilità per organizzare tantissime iniziative, con una continua attenzione a tutto ciò che circondava il mondo della fotografia, caratteristica che ha fatto il successo dell’associazione.
D: Si può dire che in qualche modo abbiate precorso i tempi, che abbiate trovato, prima di altri, la ricetta giusta…
Certamente siamo stati fra i primi a cercare di guardare oltre. Per esempio, circa sei anni fa, abbiamo cominciato a fare le presentazioni editoriali quando ancora nessuno le faceva, cosa che oggi, invece, propongono molte scuole di fotografia. Abbiamo cominciato a tenere seminari per i fotografi, altra cosa adesso molto diffusa. Posso dire che effettivamente, negli ultimi anni, siamo stati un po’ copiati, in senso buono s’intende, da tante altre strutture. Ma la cosa più importante è che, da sempre, l’associazione ha lavorato per inculcare l’idea di progetto fotografico, progetto che veniva sviluppato e portato avanti nell’arco dell’anno. I primi tempi ero io a seguirli, poi ovviamente ho avuto sempre meno tempo e sono state altre persone a dare il loro contributo in questa formula. Anche questa, adesso, è una cosa che si vede ovunque. Un bell’esempio che potrei citare è il progetto realizzato forse otto anni fa, che fu il primo lavoro sul territorio. Proposi di fotografare le diverse architetture di Garbatella, quartiere di Roma che ha una storia a sé perché frutto dell’impronta di diversi architetti. Oggi può sembrare un lavoro ordinario, ma all’epoca ha davvero rappresentato una traccia importante.
Tant’è vero che grazie ad esso si è aperto un canale con le istituzioni. Il municipio Roma XI, e Carla di Veroli in particolare, allora assessore alla Cultura, ha dato risalto a quest’idea, facendo scaturire calendari e pubblicazioni; e così ogni anno abbiamo fotografato una zona dell’XI municipio con un’attenzione, oltre che fotografica, altamente documentaristica. Il tutto in un discorso, sembra ormai banale dirlo, di futura memoria. Oggi si parla tanto di digitale, del fatto che nessuno stampa più le fotografie, e allora questa poteva essere una traccia da lasciare. Quelle foto io ce le ho ancora, sono tutte stampate, archiviate. Tutto il municipio!
Questo per dire che c’era la possibilità di far entrare le persone in un modo diverso di ragionare, che non fosse la singola foto carina ma un vero progetto fotografico. E poi l’incontro con i professionisti, lo spazio espositivo, gli incontri editoriali, i seminari fatti per i fotografi. Insomma, stava diventando un luogo dove crescere, e dove la crescita non era legata soltanto alla tecnica. La fotografia non è soltanto saper usare la macchina fotografica, ma è tanto altro di più! E da quei primi tempi, Officine Fotografiche di strada ne ha fatta tantissima. Il 2 ottobre festeggeremo i 10 anni all’interno di FotoLeggendo, con una mostra che inaugureremo qui, nella nostra sede.
D: Questa grande partecipazione, che oggi c’è oggettivamente in Italia e qui a Roma in particolare, non è una cosa a cui siamo abituati, mentre all’estero è all’ordine del giorno da molto tempo. Eravamo rimasti indietro rispetto agli altri e stiamo recuperando?
EDI: Beh, il discorso fondamentale è che la fotografia non è menzionata in nessuna scuola. Non c’è proprio l’educazione, la cultura dell’immagine. Non c’è, o meglio, non c’era l’abitudine ad andare alle mostre di fotografia. Io naturalmente frequento i vari festival all’estero, e per esempio in Francia mi capita di vedere intere famiglie in visita alle mostre. Qui invece è molto più autonoma la cosa, devi essere abbastanza curioso tu per andare a vedere qualcosa… Io, francamente, credo che l’unica foto che si ricordino mio padre e mia madre sia quella del loro matrimonio! C’è stato un vuoto negli anni legato proprio al linguaggio, anche perché le scuole non hanno dato assolutamente nessuna base per interpretare i linguaggi visivi: ed è un problema non solo rispetto alla fotografia, perché la stessa cosa si può dire della pittura o per il video. È chiaro che il digitale su questo è stato devastante. Avere la possibilità di scattare foto in qualsiasi momento, con la compattina, il telefonino o il computer, ha chiaramente fatto in modo che la fotografia esplodesse. L’unico timore è vedere poi se questa cosa rimane.
D: Cioè? Se rimarrà l’interesse della fotografia dopo questi primi anni di boom del digitale?
EDI: Sì, e su questo francamente non sono molto ottimista. Io mi ricordo, per esempio, che dieci anni fa in Italia tutti ballavano la salsa o il tango. Tutti a ballare la rumba, la salsa, il tango, e altri balli latino-americani. Come, mi ricordo, ancora prima tutti giocavano a tennis. L’Italia vive di ondate pazzesche. Allora il mio dubbio è se questo grande interesse non sia passeggero, anche perché vedo ancora, come dire, una scarsa attenzione per la fotografia. C’è sicuramente molto interesse verso lo strumento e verso il riuscire a fare la foto carina da postare su facebook, sul blog, su flickr… E questo mi spinge ad andare ancora un po’ cauto nel dire che effettivamente si è sviluppata una cultura fotografica. È innegabile che il boom fotografico ci sia stato, specialmente negli ultimi tre o quattro anni, e lo vediamo anche dai numeri sbalorditivi dei nuovi iscritti ai corsi. Però è davvero essenziale lavorare molto per far sì che la gente si appassioni alla fotografia e non allo strumento. Oggi, con una cifra più che ragionevole, ti compri una macchina fotografica e ti sembra di diventare fotografo il giorno dopo, e in più pare davvero che qualsiasi scatto presunto sperimentale possa diventare una sorta di forma d’arte. Invece non è così, perché la fotografia ha i suoi canoni e il suo rigore.
D: Ma se la fotografia è alla portata di tutti, viste le possibilità offerte dal digitale e dalla post-produzione più agile, che cosa determina oggi il valore aggiunto di un lavoro fotografico?
EDI: Beh, oggi il valore aggiunto è dato senza dubbio dalla progettualità, la progettualità del discorso. Il punto è che cosa vuoi dire, e il voler dire una cosa raramente passa attraverso un’unica immagine. Un concetto passa attraverso un progetto fotografico e il lavoro va giudicato nella sua interezza, nella sequenza, nella costruzione della storia o anche nella costruzione del proprio io. Ciò che si vuole dire deve essere dimostrato attraverso una serie di immagini, perché capirlo da un’immagine singola sarebbe troppo riduttivo.
D: E questa progettualità sicuramente è una cosa che si deve imparare… Voi come la insegnate?
EDI: Il ragionamento che abbiamo sempre fatto, qui a Officine, è innanzitutto di non dare una propedeuticità ai corsi, ragionando piuttosto per moduli. È vero, abbiamo anche noi il corso base, intermedio e avanzato, ma l’approccio è diverso e la persona viene indirizzata ad un modulo piuttosto che a un altro sulla base di una valutazione iniziale del lavoro presentato. Inoltre non vogliamo tenere gli studenti legati ad un corso per due o tre anni. E poi c’è la questione economica: abbiamo dei prezzi accessibili a tutti, e questo è un discorso politico che abbiamo sempre fatto e che non ha nulla a che vedere con la concorrenza. Anche nell’ultimo anno, da quando ci siamo trasferiti in questa splendida struttura, continuiamo a tenere bassi i prezzi, nonostante i corsi siano veramente sostanziosi e intensi. Ne abbiamo fatto sempre una questione di accessibilità, e questa è la cosa che ci contraddistingue. Abbiamo sempre detto che questa non è una scuola di fotografia: noi ti possiamo dare l’input, e da qui tu esci capendo se poi vuoi fare una scuola che duri tre anni, due anni, o quelli che saranno. Ti facciamo capire quanto sei veramente interessato alla fotografia. Poi è chiaro che anche noi ci stiamo attrezzando, perché con una struttura del genere vogliamo cominciare a proporre corsi per professionisti, anche perché abbiamo dieci anni di esperienza. Tant’è vero che da gennaio prossimo proporremo alcuni master professionali.
D: Se non sbaglio, di questo non c’è ancora traccia sul vostro sito!
EDI: Perché ancora non lo sa nessuno! Ci stiamo lavorando con grossissimi nomi della fotografia.
D: Qualche nome?
EDI: Ci saranno Davide Monteleone, Massimo Berruti, Renata Ferri, Emiliano Mancuso. E i costi di iscrizione saranno veramente accessibili. Anche qui abbiamo voluto mantenere uno spirito un po’ romantico, e questa mi pare sia la cosa giusta. Ragioniamo sempre sul fatto che qui nessuno ti dirà mai: «fai questo corso e il giorno dopo diventi fotografo». No, qui nessuno te lo dirà, nessuno vuole illudere le persone. A Officine puoi sicuramente avere un accesso alla formazione e capire quanto sei portato per questo tipo di professione, e questo grazie alla mole di professionisti che lavorano con noi. Ad esempio, abbiamo uno splendido corso di photoediting con Tiziana Faraoni, una delle photoeditor più brave in assoluto, veramente una persona meravigliosa che ha una passione ed un trasporto incredibili. Abbiamo Augusto Pieroni, che è un critico e docente alla Sapienza… E stiamo sempre parlando di corsi a prezzi accessibilissimi, tenuti da professionisti di altissimo richiamo.
La scelta di assecondare la propria propensione verso la fotografia nasce anche da un ragionamento economico. Questo è un Paese che rischia il disastro più totale e se aggiungiamo alle difficoltà quotidiane anche delle barriere economiche, beh, allora è finita. Facciamo il gioco loro, cioè va a finire che alla fine stiamo tutti a casa. È questo il discorso.

Nato a Roma nel 1960, vive e lavora a Roma, dove dal 2001 fonda e dirige le attività di Officine Fotografiche. Fotografo, curatore di mostre, organizzatore di due importantissime manifestazioni Obiettivo Donna di cui è Direttore Artistico e Fotoleggendo uno dei più importanti e accreditati Festival di fotografia in Italia, ha al suo attivo numerose esposizioni e pubblicazioni, ha legato il suo nome al mondo del Jazz realizzando diversi servizi per artisti , collabora da 15 anni come fotografo ufficiale al Festival Jazz di Tivoli.
www.emilioditri.it

D: Parliamo un po’ di FotoLeggendo. A settembre torna l’appuntamento, quest’anno con la settima edizione di cui tu, come sempre, sarai il direttore artistico. Presumo che, anche questa volta, la lettura portfolio rappresenti il cuore della manifestazione. Quanto è importante?
EDI: Beh, è fondamentale. Noi diciamo sempre che la lettura portfolio è quello che ci contraddistingue dal festival di fotografia canonico. Il nostro sforzo è quello di portare sempre nuovi professionisti che gratuitamente, per due giorni, leggono e valutano i lavori. Nomi importantissimi come Tiziana Faraoni, Gaia Tripoli (photoeditor di Amica), Francesco Zizola, Marco Delogu. E c’è, in tutto questo, un tassello che a molti sfugge. La lettura portfolio viene spesso vista solo come legata al concorso, ma per chi vuole fare questa professione si tratta soprattutto di un primo incontro di lavoro, un’occasione imperdibile per avere un contatto visivo, conoscersi e cominciare a relazionarsi con il mondo professionale. I portfolii vengono rivisti e sistemati da persone assolutamente competenti, e se uno fa tesoro dei suggerimenti dati, e poi magari invia il lavoro al WPP, è capace pure che vinca!, come è successo a Pietro Masturzo nel 2010. Negli anni, diversi lavori che sono usciti da Fotoleggendo sono stati pubblicati sulle riviste, proprio perché i photoeditor si sono presi il bigliettino da visita del fotografo e hanno detto «mandami il tuo lavoro alla redazione, che io lo pubblico». Quell’incontro può diventare un primo passo nel mondo del lavoro.
Negli ultimi anni abbiamo allargato il circuito e quest’anno avremo 11 spazi espositivi, 26 mostre, una rassegna importante… Analizzando i dati della manifestazione, francamente, oggi non riesco a dire che la peculiarità sia proprio la lettura portfolio. Però c’è, continua ad esserci e negli anni ci ha dato pure molte soddisfazioni, perché l’opera di scouting è stata incredibile.
D: Ma come si fa a presentare il proprio portfolio?
EDI: È semplicissimo. Si viene lì la mattina, ci si mette in fila e ci si prenota. Non facciamo nulla di automatizzato, e queste sono tutte scelte, perché ci piace vedere la gente che fa la fila, che si conosce… Il discorso è proprio questo. Non ci piace l’idea che ti prenoti on-line, hai l’appuntamento, arrivi lì, fai la tua ora di lettura e te ne vai. Vogliamo piuttosto che sia un momento d’incontro, come tutte le cose che cerchiamo di organizzare: un incontro-confronto. Sembrano banalità ma non lo sono.
D: Di soddisfazioni scaturite da queste letture portfolio ne avete avute parecchie! O sbaglio?
EDI: Beh, quello che io ho sempre in mente è il sorriso di Pietro Masturzo di due anni fa. Era in un momento in cui lavorava tanto ma non raccoglieva i frutti, e che finalmente quel premio, il secondo posto a FotoLeggendo 2009, gli aveva dato una grande carica. Tante volte nella vita basta un segnale. E manco a farlo apposta, il 13 febbraio dell’anno successivo, alle 7 del mattino sento squillare il telefono. «Ho vinto il World Press Photo!». Era Pietro. Che emozione! Tra l’altro non è il primo caso. L’anno prima avevo invitato Mashid Mohadjerin, fotografa iraniana, a esporre a FotoLeggendo. L’avevo invitata e non sapevo nulla, ma nel frattempo aveva vinto il World Press Photo. La stessa cosa successe a Carlo Gianferro, esposto l’anno precedente, e che vinse il WPP nel 2008. Insomma, pareva che tutti quelli che passavano per FotoLeggendo vincessero poi il WPP. Anche quest’anno è successo qualcosa di incredibile. Sei mesi fa ho contattato Vanessa Winshipp per invitarla ad esporre a FotoLeggendo 2011 e, qualche tempo dopo, ha vinto l’Henry Cartier Bresson Award, uno dei premi più prestigiosi in assoluto. E poi Michele Palazzi e Alessandro Penso, che ho invitato mesi fa con il lavoro Migrant Workers Journey, hanno vinto da poco il festival di Santa Fe. Insomma, FotoLeggendo porta pure un po’ fortuna!
D: Impossibile negarlo. E cosa ci puoi dire delle novità di FotoLeggendo 2011?
EDI: Quello che posso dirti è che, nell’ulteriore crescita del festival, quest’anno porteremo la rassegna di fotografia documentaria di Nina Rosenblum, figlia di Walter Rosenblum, alla Casa del Cinema. Questa è una grande opportunità che diamo alla città di Roma, perché sono sette serate, tutte gratuite naturalmente, più una serata speciale all’inerno della quale presenteremo, in anteprima mondiale, il documentario sulla Photo League di New York. Abbiamo lavorato tantissimo per avere questa anteprima, anche grazie Manuela Fugenzi che è stata eccezionale. Come vedi, FotoLeggendo è un contenitore: io osservo sempre, ascolto e poi dico «perché questo non lo portiamo a FotoLeggendo?».
E poi ci sarà un’altra iniziativa carinissima, che vale la pena di essere citata: si tratta di Donne di carta, un’associazione di amanti del teatro che promuovono la lettura facendo incursioni recitative negli spazi della città. E all’interno di FotoLeggendo faranno delle incursioni improvvise leggendo alcuni brani tratti da diversi libri di fotografia. Ci sarà, per esempio, un testo su Weegee, oltre a letture di annotazioni e racconti di grandi fotografi. Tutto si fermerà e loro reciteranno questi passaggi di libri di fotografia legati a grandi autori.
D: Insomma, un’edizione poliedrica, piena di contaminazioni, dove tutto ciò che ha a che fare con la fotografia avrà un suo spazio…
EDI: Sì, le contaminazioni mi piacciono tantissimo. Avremo tante novità, dalle rappresentazioni teatrali ai workshop sul materiale sensibile organizzati da Ars Imago: insomma, faremo in modo che quei giorni diventino una scatola magica, da cui ogni tanto uscirà qualcosa di incredibile. Il tutto completamente gratuito! E, cosa non da poco, FotoLeggendo è prodotta da Officine Fotografiche, e quando dico prodotta vuol dire che, a parte un piccolo finanziamento della Provincia, è davvero tutto autoprodotto. Ho sempre pensato che valga molto di più fare una manifestazione di fotografia che non dieci manifesti o dieci pagine pubblicitarie o dieci mila volantini, e su questo mi batto da sempre. Se c’è qualche soldo che avanza in cassa, deve andare a FotoLeggendo. Con questa formula, e nonostante le difficoltà fisiologiche del periodo, il festival cresce con sempre più credito a livello internazionale, tanto che a volte capita che siano i grandi autori a contattarci per esporre. Queste sono le grandi soddisfazioni, le soddisfazioni vere.
D: Per concludere, ci piacerebbe che tu dessi un consiglio a chi si avvicina alla fotografia e deve trovare una sua strada.
EDI: Oggi ci vuole veramente una forza interiore notevole. Il mercato è saturo e serve, premesso il talento, una grandissima motivazione. Non bastano solo le capacità. Di bravi fotografi, oggi, ce ne sono in quantità esagerata, ma non basta la tecnica: bisogna avere una grande forza nello spingere il proprio lavoro, una costanza e una dedizione pazzesche. Lavoro, lavoro, lavoro. Non ci sono altre strade. E questo passa anche sulla mia pelle, perché anche io mi trovo a lavorare quindici ore al giorno. È necessario prendere atto del fatto che non è più come una volta, quando poteva capitarti il colpo di fortuna. La rete ha sconvolto tutto, e in rete si possono trovare mille autori nuovi. Per questo, anche la cura di ogni particolare, e del proprio sito web, deve essere scrupolosa perché la concorrenza è davvero spietata. Lavoro, rigore e impegno. Non ci sono altre strade.

Arianna Visani
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