Quanto freddo farà fuori? Le giornate di fine ottobre sono talmente indecifrabili da farti ammalare anche tre volte in una sola settimana. Mi assicuro di avere in tasca chiavi di casa, portafogli e cellulare, di aver inserito nello zaino registratore e moleskine. Si esce.
Con le cuffie nelle orecchie mi incammino verso l’altro capo della città. Dovrò cambiare tre mezzi prima di arrivare a Studio. È l’ora in cui gli studenti tornano a casa e i dipendenti degli uffici pubblici si rivestono del tucano urbano dei loro SH. Per intenderci è un’ora troppo tarda perché si consideri pomeriggio, ma non è ancora del tutto sera. In ogni caso è l’ora peggiore per muoversi a Roma. La metro affollata mi ricorda Pechino, di quando non ci sono mai stato. In autobus è un delirio, i passeggeri afflitti mi urtano con le loro borse portadocumenti e il conducente crede di stare alla guida di una smart. Tutto diverso da Londra, lì si che ci sono stato.
Finalmente a Studio dopo quasi un’ora di viaggio. È sempre così.
Studio è il quartier generale dove ha preso forma un’idea che oggi vediamo sui muri di Roma e non solo. É appunto luogo di studio e di ricerca. Ma è anche e soprattutto luogo di cazzeggio sfrenato, dove qualsiasi persona si sentirebbe a suo agio. Un punto di riferimento. Ogni volta che ci torno è sempre la stessa situzione, i Mac Book Pro fumanti sulla scrivania, mille teg sulla porta, numerosi libri e un teschio serigrafico di JB Rock che mi guarda severo sempre allo stesso modo. Cerco rifugio nello sguardo semisimpatico del faccione di Obey che gli sta accanto. A Studio gli amici non sono mai troppi nonostante i pochissimi metri quadri e l’andirivieni è continuo.
Studio, per capirci, è l’estensione fisica di SBAGLIATO, un progetto di street art che, attraverso i poster, aggiunge elementi architettonici non previsti. Fotografa finestre dall’altra parte del globo per appenderle a Roma e viceversa.
Oggi sono qui per vestire i panni da giornalista ma di questo ce ne ricordiamo solo dopo un bel po’.
Cercando la benedizione dall’alto del teschio di JB Rock aziono il registratore e comincio con le domande.
DUDE: Come nasce il progetto SBAGLIATO?
SBAGLIATO: In realtà SBAGLIATO è un progetto in fase embrionale, ancora non lo si può definire nato. Ciò che si sta facendo è quasi una prova, non ci si fermerà sicuramente a questo.
D: Quante persone lavorano dietro al progetto SBAGLIATO?
S: SBAGLIATO in realtà è una sola persona.
D: Parliamo della scelta del nome. È un’espressione che usi tanto spesso nelle tue conversazioni che a furia di frequentarti è entrata prepotentemente anche nel mio linguaggio.
S: Si esatto. SBAGLIATO è una risposta che si presta a vari tipi di domanda, talvolta è semplicemente un’affermazione che segue un’azione non proprio giusta o corretta.
Inoltre è la parola che meglio identifica ciò che sto facendo.
Letta da sola gode di una potenza propria ma è molto interessante l’interpretazione soggettiva che ognuno le può attribuire.
D: Ovviamente non è un caso se hai scelto proprio le finestre come soggetto. La tua azione mira a stravolgere l’architettura di un edificio o cos’altro? Quanto c’è di ricerca architettonica dietro ciò che fai?
S: Aggiungendo elementi architettonici dove non erano previsti vado a stravolgere quello che era il progetto iniziale di un edificio. La ricerca quindi è architettonica, si studia la location e la finestra da abbinare. Ma vi è anche una sperimentazione sulla foratura delle superfici, proprio mediante l’aggiunta di finestre e non solo.? Non tutti i lavori però sono frutto di ricerca. Molti sono estemporanei, dettati perlopiù dall’attitudine all’azione insita nella street art.
D: Questa tua forma di espressione sembra voler interagire col passante quasi scherzosamente, traendolo in inganno per qualche istante. Vuoi comunicare qualcosa di specifico o ti limiti ad instaurare un breve rapporto equivoco con chi si sofferma perché tratto in inganno?
S: Quello dell’equivoco è il primo ed immediato effetto che si vuole provocare.
Ma analizzando meglio il lavoro si possono riscontrare varie letture, sicuramente più profonde. Vi è la volontà di sovvertire un ordine architettonico prestabilito da un’altra persona. Sostituirsi all’architetto per stravolgere l’aspetto dell’edificio e di conseguenza della città intera. Vi è anche la volontà di inventare nuove architetture, ad esempio rendendo abitabili ponti e cavalcavia con la sola aggiunta di porte e finestre. Si opera quindi una vera e propria alterazione della realtà.
D: Il tuo approccio alla street art è atipico e bizzarro, sicuramente innovativo. Il tuo messaggio scarno di critiche sociali. Eppure sono tanti gli street artist che fanno satira politica o denunciano fenomeni come il consumismo e la globalizzazione. Molti di essi però finiscono col diventare ciò che denunciavano cadendo in contraddizione. Cosa ne pensi di questo tipo di street art? Cosa dovrebbe comunicare per te la street art ammesso che debba comunicare qualcosa?
S: Ogni street artist si approccia in maniera differente alla street art e di conseguenza comunica una cosa differente. Ognuno fa il proprio percorso che può essere condivisibile o meno, non sto qui a giudicare, soprattutto se si tratta di artisti che hanno alimentato e alimentano la street art con opere superlative. C’è chi sceglie di fare la satira politica, chi invece privilegia prevalentemente il fattore estetico.
La mia azione è scarna di critiche sociali ma non di contenuti. Non vuole urlare, opporsi o scandalizzare. Anzi opera una vera e propria mimesi nel contesto urbano che è il fattore innovativo.
D: Ricordo che più volte, durante le nostre conversazioni, hai tenuto a precisare che ciò che fai è privo di citazioni e riferimenti, cosa che nell’arte accade spesso. Mi è rimasto impresso perché è come se volessi conferire un’identità propria ciò che fai. Confermi?
S: Questo è il mio piccolo paradosso. Non cito ma allo stesso tempo cito. Spiegandomi meglio, non faccio alcun tipo di citazione nell’ambito della street art, del cinema o dell’arte in generale come spesso accade. Fotografando però elementi architettonici già esistenti una citazione effettiva c’è.
D: Nel vasto panorama artistico attuale chi sono gli artisti che più stimi e segui?
S: Sicuramente Roa, Jr, Blu, Banksy, Obey, Sten e Lex hanno contribuito alla crescita culturale e artistica mia e del progetto.
D: Uno dei problemi della street art è stata sin da subito l’invasività di alcune opere, specialmente quelle fatte a spray. Le tue, oltre ad essere poco invasive perché poster di carta, si sposano bene con il landscape urbano perché non sono altro che elementi di architettura traslocati. Dunque cosa pensi dell’invasività della street art? Secondo te un’opera può abbellire se fatta con criterio?
S: Assolutamente si, la street art può persino riqualificare e l’invasività passa di sicuro in secondo piano. Io lavoro spesso in periferia anche per questo.
D: Parliamo adesso della scena romana. Come vedi la situazione della street art nella capitale? Come ti collochi al suo interno?
S: Il progetto è ancora troppo giovane per potersi considerare parte della scena romana che pullula di artisti interessantissimi. Oltre ai già citati Sten e Lex, guardo con molta ammirazione le opere che portano la firma di ARTCOCK, solo, alt97, Mr. Klevra.
D: La tua azione si è concentrata principalmente a Roma, anche se qualche finestra si è vista a Milano, Londra e addirittura in Marocco. Continuerai ad esportare le tue finestre sui muri del mondo?
?S: Approfittando delle ferie estive ho portato in giro il verbo SBAGLIATO. Oltre che un modo per farmi conoscere all’estero, è stato soprattutto motivo di crescita. Ho avuto modo di relazionarmi con situazioni e leggi diverse. È stato anche interessante accostare le mie finestre a lavori di artisti del posto.
Esportare finestre romane e importare a Roma finestre dal mondo è una sorta di piccolo scambio culturale che SBAGLIATO si ripropone di fare. Sono interessantissimi i risultati che si ottengono dalla mescolanza di elementi architettonici diversi per stile e provenienza.
D: Spessissimo i percorsi artistici si evolvono, mutando stile o addirittura tecnica. Ovviamente è impossibile prevederlo prima, ma pensi che ciò possa accadere anche a te?
S: Il campo di ricerca è talmente vasto che un’evoluzione di stile e tecnica sarà assolutamente naturale.
D: Ricordo il giorno in cui ordinasti i primi diecimila adesivi. Hai letteralmente tappezzato Roma e non solo. Ovunque ormai compare il tuo marchio. Quella degli stickers è stata un’operazione di marketing, un modo per farti conoscere, o cos’altro?
S: Lo sticker è servito a rendere partecipi del progetto persone non direttamente coinvolte. Diverte e colpisce perché è un messaggio chiaro al quale si possono dare tantissimi significati. È talmente diretto e versatile che tutti ne vorrebbero uno in camera o sul casco.
È servito a me per interagire quotidianamente col progetto.Sicuramente è stato un ottimo veicolo pubblicitario perché è girato moltissimo.
D: Progetti futuri?
S: Sicuramente tantissimi e non solo in Italia. Vedremo quali di questi saranno attuabili.
Mi assicuro che il teschio di JB Rock sia ancora lì col suo sguardo fisso, interrompo la registrazione e mi rilasso sul divano. ?Se tutto questo è SBAGLIATO, continua pure.
L’indiano, il Cammello e quella d’apertura sono foto di Giulia Mucci.








