Arte: Le foto della vacanza, la vacanza delle foto
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Le foto della vacanza, la vacanza delle foto

Le possibilità rimaste per avere uno scatto insieme turistico e “originale” mi sembrano pochissime.

Se una cosa ti annoia dopo due minuti, provala per quattro. Se è ancora noiosa, fai otto. Poi sedici. Poi trentadue. Alla fine scopri che non è affatto noiosa.

John Cage

Dieci anni fa, le diapositive erano già una cosa del passato. Una cosa da scuola pubblica, come i proiettori coi lucidi. Una cosa che ti ritrovavi ad aver comprato per errore al posto di un rullino normale, se facevi ancora fotografie in analogico. Eppure, per quello che mi ricordo io, fino a dieci anni fa le diapositive conservavano un posto particolare nell’immaginario collettivo, un posto che oggi hanno perso.

Le diapositive, si capisce, erano le diapositive delle vacanze; le vacanze erano quelle degli amici; e gli amici avevano smesso già nel 1994 di invitare gli amici a vedere le diapositive delle vacanze: eppure, anche solo come espressione idiomatica, essere invitati a vedere le diapositive delle vacanze rappresentava ancora l’esperienza noiosa per antonomasia. 

Oggi, invece, mi sembra che di diapositive non parli più nessuno. Il luogo comune è forse caduto in disuso perché trito, forse perché tecnologicamente obsoleto – troppo poco astratto per sopravvivere ai tempi che cambiano. Ma forse c’è di più; forse i tempi sono cambiati anche in un’altra maniera, più sottile.

Vent’anni fa sarebbe stato assai scortese, rispondere all’invito Non vengo, ma tu dammi le diapositive e me le guardo da solo a casa. Oggi, invece, è esattamente quello che facciamo: uno carica le foto su Facebook, e gli altri se le guardano quando gli pare. Venuta a mancare la pressione che circondava le diapositive – la necessità amicale di annuire, ridere, fare commenti, dire Che bel posto, Che bello scatto – abbiamo scoperto l’imprevedibile: le foto delle vacanze altrui, a noi, ci piacciono eccome. Ci mettiamo comodi, apriamo l’album e giù a commentare Che bel posto, Che bello scatto, senza che nessuno ce l’abbia chiesto. (Dovrebbero spiegarlo così, nelle scuole, con questo esempio, il paradosso per cui le economie liberiste producono più di quelle dirigiste. Cioè, a me è sempre sembrato un paradosso.) 

Una pacchia, insomma: si scatta, si condivide, si ricevono apprezzamenti, ci si sente al centro dell’attenzione per alcuni minuti, e si è guadagnata abbastanza autostima per tirare avanti un altro giorno. Ma è davvero tutto qui? Forse no. Perché c’è un altro cambiamento – forse meno eclatante, sicuramente meno diffuso – che opera direttamente sui vacanzieri fotografi, e che sa intoppare l’intero ciclo della foto turistica. — O se non altro, come cercherò di spiegare, ha intoppato il mio.

Dopo la bazza delle reflex per tutti e degli obiettivi da centomila megapixel sul cellulare, si è raggiunto il plateau. Di fare foto “belline” sono capaci tutti, con un po’ di impegno: immagini che rispettino la grammatica della cartolina, o del ritratto da caffè parigino, o della scena di vita paesana… alla lunga, le foto dei dilettanti si sono dimostrate non tanto brutte quanto insignificanti, incapaci di inventarsi uno sguardo nuovo dopo aver riproposto per anni le stesse inquadrature e gli stessi soggetti. In più, tra Street View e Google Immagini, è diventato impossibile fotografare una città o  un monumento o un paesaggio che non siano già stati fotografati da un’angolazione migliore, con una luce migliore, con una macchinetta migliore.

E allora, ha ancora senso fare foto turistiche?

Le possibilità rimaste per avere uno scatto insieme turistico e “originale” – nei limiti di quella che è sempre stata la ridotta originalità delle foto turistiche – mi sembrano pochissime:

– essere presenti nella foto (cosa che non tutti amano);

– essere davvero bravi (o almeno, validamente alla ricerca di una ragionata estetica personale);

– cogliere dettagli o momenti davvero particolari (non l’ebreo ortodosso che prega a Gerusalemme, ma magari l’ebreo ortodosso che prega sott’acqua circondato da pesci tropicali).

Per farla breve: non siamo mai stati così disponibili a guardare le foto delle vacanze altrui, eppure non è mai stato così difficile scattarne. È la fine della fotografia turistica? Ci sono vie d’uscita? Boh, e forse pure chissenefrega – anche perché la fine sarebbe solo ideale, non reale, e i nostri news feed non ne risentiranno – ma mi è venuto da chiedermi qualcosa del genere, magari con un tono meno drastico, quando ho riguardato le poche foto che ho fatto quest’anno in vacanza, o meglio, quelle che ho condiviso.

26 luglio, Rapallo (GE): Ciotola da cani giallo fluorescente, con su scritto a pennarello “SEGUICI SU FB!”. Mio commento: Digital marketing per tutti.

27 luglio, S. Margherita Ligure (GE): Insegna del negozio “Billy Ballo”. Mio commento: Il negozio che usciva la gente.

28 luglio, Genova: Scritta blu su muro grigio: SBIVVI MEVDE. Senza commento.

29 luglio, Nizza: Ragazza con tatuaggio sul collo a forma di elettrocardiogramma. Mio commento: «Il mio amico vorrebbe farti una foto al tatuaggio».

1 agosto, in autostrada: Camion con la facciata posteriore del rimorchio interamente coperta da un ritratto di Padre Pio. Mio commento: Mi sa che siamo rientrati in Italia. 

 

 

 

Ce ne sono anche delle altre, ma siamo sempre lì: piccole stranezze urbane, street art, brutte pubblicità, brutti libri; il tipo di cose che fotografo anche quando sono a casa, e che potrebbero trovarsi più o meno dovunque.

È qualcosa che mi ha dato da pensare, quando ci ho fatto caso, e a forza di pensare mi è tornata in mente un’altra cosa, che mi aveva colpito tantissimo all’inizio di questa estate: la serie di foto pubblicate da un mio amico che come me vive a Lanciano, in Abruzzo, e che ha preso a farsi i selfie in giro per la città, o sulle spiaggette qui vicino, postandoli sotto i nomi di località come Ibiza, Caracas, Abu Dhabi – spesso senza ulteriori commenti. Alla prima foto ci avevo anche quasi creduto, che fosse in vacanza, perché lo sfondo era piuttosto anonimo; più tardi lo avevo incontrato in giro, e avevo capito il “trucco”.

Ora, non so cosa lui avesse in mente di preciso, quando ha cominciato a farlo, ma a me è sembrata un’operazione dalla potenza comico-concettuale notevole, e oggi mi sembra anche cogliere perfettamente nel segno: la foto turistica è tanto svuotata di senso che basta scriverci sopra “foto turistica” perché sia tale. Noi non sappiamo più portare la foto in vacanza con noi? E quella in vacanza ci va da sola. Tanto, ormai, guardare le foto delle vacanze è diventato un esercizio libero, individuale, piacevole, e guardiamo volentieri persino le foto delle vacanze che non sono foto delle vacanze.

 

Daniele Zinni
Daniele Zinni
È redattore e traduttore dall’inglese per DUDE MAG. Suoi racconti e scritti vari sono usciti o usciranno a breve su Nuova Tèchne (Quodlibet), Crampi Sportivi, FUOCOfuochino, 404 File not Found, Lapisvedese e Nuovi Argomenti.
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