Lo schema Banksy
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Lo schema Banksy

È di qualche giorno fa la notizia della rimozione di un’opera di Banksy da parte delle autorità di Clacton-on-Sea, Essex. La motivazione ufficiale sembra essere il presupposto “messaggio razzista” contenuto nel graffito, ma quello che The Guardian non ci rivela è il complesso “Schema Banksy” che infallibilmente andremo a decifrare. Io spero tanto che Banksy […]

È di qualche giorno fa la notizia della rimozione di un’opera di Banksy da parte delle autorità di Clacton-on-Sea, Essex. La motivazione ufficiale sembra essere il presupposto “messaggio razzista” contenuto nel graffito, ma quello che The Guardian non ci rivela è il complesso “Schema Banksy” che infallibilmente andremo a decifrare.

Io spero tanto che Banksy prima o poi sia nelle condizioni di sfoderare dal proprio materasso i risparmi sufficienti per comprare dei muri suoi e usarli come tela sicura e al riparo dalle cancellazioni dei vandali. Ogni volta che grattano via una sua opera dalla facciata di un edificio per me è una giornata rovinata, mi viene un travaso di bile, impreco e sbatto i pugni facendo sobbalzare tutti i portapenne fatti a mano dalle comunità dei tossicodipendenti presenti sulla mia scrivania. 

Un maligno potrebbe obiettare che il pubblico di Banksy goda precisamente nel contemplare l’ignoranza, lo spirito da bottegai e il comportamento possessivo e retrivo dei proprietari a norma di legge dei muri che irrazionalmente orbano se stessi di una decorazione di calibro mondiale in nome di un conformista concetto di decoro. “Siamo in democrazia!” sembrano quasi voler dire quei vecchi stolti mentre fanno a pezzi il murale (puntualmente portatore di un messaggio solidale) protetti da un vile ombrello legislativo che verte sull’idea di una cosiddetta “proprietà privata”. Verrebbe da fargli rimangiare quelle parole tramite una dittatura illuminata che sbomboletti in serie uno, cento, mille Banksy sui muri di intere città di minus habens incapaci di sfuggire alla spirale distruttiva del capitalismo, sordi all’evidenza di un’arte colorata, pubblica ed edificante (in pieno spirito ottocentesco, ma un po’ più punk) che travalichi le miserie del possesso, che li liberi dal fardello di un muro “proprio come lo volevano loro” per proiettarli in una notorietà globale grazie all’intercessione di un deus ex machina determinato a fidarsi ciecamente del prossimo affidando a degli sconosciuti l’acme della propria proposizione artistica, nel caso più recente, la sfolgorante allegoria “piccioni leghisti contro migratore meridionale”.

Un arcimaligno potrebbe sostenere che è tutto a posto così: il bigotto erostratista armato di cazzuola e pennellessa è parte integrante dell’opera, il suo call-to action essenziale per il perfezionamento del capolavoro, invischiato nella complicità anche nel caso della condotta più consequenziale: se decidi come dev’essere pitturata casa tua mi darai comunque esposizione. Può essere (ma io non sono disposto a crederci fino in fondo) che il pubblico appagato di Banksy finisca in rapimento estatico non tanto di fronte al graffito vero e proprio, ma all’apparizione del trafiletto digitale che comunica la distruzione dell’opera stessa, in una sorta di “Scherzi a parte” aristocratico e beninteso infinitamente più meritorio e impegnato della volgare trasmissione targata Mediaset™ devastata da incessanti break pubblicitari. Paragonare l’atto della verniciatura di un muro istoriato da Banksy al banale defacciamento di Gerry Scotti a suon di torte alla panna significherebbe offendere in blocco la speranza di un cambiamento dal basso che trova nell’artista di Bristol uno dei più degni rappresentanti morali. Prendendo per buona questa assurda teoria ci si troverebbe costretti a dire che i fan di Banksy vengano precisamente educati a questo tipo di frustrazione estetica e magari venga data loro la possibilità di una crescita interiore orientata a sublimare il proprio masochismo in forme via via più complesse. Chiamato a proporre loro un climax estetico esclamerei di getto: “Abbandonate il vostro amato cane in autostrada e statelo a guardare impotenti mentre viene travolto dal furgoncino bianco di un idraulico che corre a folle velocità per stare al passo con la concorrenza, indignatevi e condividete il tutto sui social network.” È evidente che nessuno che sia sano di mente intraprenderebbe gesta di tale squallore (fermo restando che tutti gli abbandonatori di cani sono ex-padroni di cani, ma questa è una discussione che ci porterebbe troppo lontano). 

Nell’infinito spettro delle considerazioni che si possono fare al riguardo di questa dinamica di auto-rottamazione per procura ce n’è però una particolarmente vile e perversa: i bigotti cancellatori di capolavori sarebbero definiti “attivisti” in un’assurda crociata contro il valore di scambio, disposti a sacrificare il profitto derivante dal possesso di un capolavoro “vinto alla lotteria” allo scopo di promuovere un ritorno al più umano e salvifico valore d’uso. Disintegro il Banksy perché a forza di lavoro improduttivo, bolle di derivati e distrazione di massa l’umanità ha deragliato dal proprio percorso, concedendosi all’irrazionalità del mercato. Intonaco il muro di casa non per cecità ma come una sostenibile “iconoclastia benigna” a chilometro zero (a loro detta). Io non ci sto a vedere il bigotto proprietario di muri che rovina un Banksy ricoprendolo del proprio grigiore come una sorta di rivoluzionario proletario che disintegra plusvalore: distinguere tra le due azioni sarebbe tecnicamente impossibile. Non vale dire che forse sta dando lavoro a futuri restauratori in grado di recuperare l’opera: il bigotto non è di certo un esperto della conservazione dei beni culturali. Lui vuole soltanto cancellare dalla faccia della Terra quel provocatorio messaggio di ribellione che rischia di far sollevare le masse e mettere a serio repentaglio lo status quo.

Dando credito a questa fantasiosa ipotesi Banksy risulterebbe soltanto complice di un’educazione al plusvalore che opera un’exploitation a danno di un uditorio incapace di cogliere la dinamica di quella che Duchamp definiva il reciprocal ready-made: al posto del vespasiano glorificato, il capolavoro degradato (lui suggeriva un Rembrandt usato come asse da stiro).

Se devo ascoltare i miei sentimenti, il cancellatore è e resta uno stolto capitalista coi paraocchi, un cieco consumista che inneggia al mercato persino quando lo sabota, un’idolatra del capitale sprovvisto della corretta chiave di interpretazione estetica per apprezzare ciò che un generoso genio demiurgo gli aveva donato su un piatto d’argento (o che gli aveva sbombolettato su un qualunque muro che un imbianchino s’era preso l’incomodo d’igienizzare, per poi vedersi il lavoro rovinato da un conformista della ribellione, dal negletto e disprezzabile punto di vista dell’operaio).

Trovo vergognosa questa visione nichilista e tetra della dialettica artistica, voglio credere che milioni di ragazzi che condividono le vestigia digitali di Banksy sulle loro bacheche siano nel giusto e che la generazione che li precede sia nel torto. Ammesso e non concesso che Banksy sia un contraddittorio pifferaio magico, un punkabbestia sotto steroidi, un furbone impunito premiato dalla falsa coscienza di un consumismo hipster a tinte solidali, mi si potrebbe sempre obiettare che in fondo ha reso possibile la mia stessa riflessione, quindi ha contribuito a fomentare una costruttiva discussione sui muri, sugli anziani che li dipingono, sulle aste battute da Christie’s, sui consumatori culturali, sui punkabbestia, sugli psicologismi posticci di una generazione di analfabeti emotivi, ecc. Messo alle strette da questa obiezione, sarei costretto a darle ragione: sto rileggendo ogni mio scritto degli ultimi anni e con uno stupore simile a una epifania cosmologica ritrovo ovunque una chiave “banksyana”. D’altronde è impossibile provare che non sia così, e che ogni tema d’attualità, di politica, scappatelle dei VIP o loro matrimoni, esternazioni sopra le righe in parlamento, bulldog che fanno windsurf ed effettive discussioni banksyane non siano soltanto il naturale dipanarsi di una catena di eventi originati da un puntiforme Big Bang culturale che ora mi appare in tutta la sua abbacinante evidenza: un retorico graffito di Banksy sbombolettato a casaccio su un vecchio muro di periferia a favor di telecamera.

Alessandro Longo
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