Due aspetti della fotografia contemporanea alla Wo-ma’n
Siamo tornati in più occasioni alla Wo-ma’n, la home gallery di Roma dove la fotografia sembra aver trovato casa. Si sono succeduti Manuel Guffanti, con il progetto Senza veli, una serie di immagini realizzate con la sua Big One, banco ottico di proporzioni gigantesche hand-made, e Monica Di Brigida che, col progetto Suhub, Nuvole, ha velato l’appartamento con le proprie immagini fotografiche. Se il primo ha come narrazione, ricerca e punto d’arrivo la fotografia classica, la seconda utilizza il mezzo come tale, perché ciò che ricerca è l’immagine astratta che racconti e affabuli il pubblico. Li abbiamo incontrati in momenti diversi.?Ecco un estratto delle nostre chiacchiere sulla fotografia e sui propri progetti. Non si potrebbe essere più diversi.
Manuel Guffanti, Senza Veli
Come nasce la Big One? E la tua ricerca?
Perché no? Scattare mi piace, la camera oscura mi piace. Nasce per andare un po’ contro l’idea della fotografia di adesso, son tutti tarocconi con Photoshop! Non si scinde più la difficoltà realizzativa dal risultato. E allora torniamo alla fotografia. Sulle mie immagini non si può intervenire in alcun modo: ho utilizzato la carta positiva, e il lavoro è stato sugli acidi e sulla camera oscura. Lo scopo è proprio andare contro la contemporaneità delle immagini usa e getta. Che è un male che affligge anche il foto-giornalismo. Ormai il fotoritocco esagerato è la regola. Si è più bravi nella grafica che nella fotografia.
Vai anche oltre la semplice foto. Le tue immagini sono opere uniche.
Sì. Anche perché l’estremo opposto al mio è melaC melaV. È come se una scultura fosse fatta in fabbrica. Se tutti possono averla perde di valore, come opera d’arte. Per me l’arte contemporanea non ha senso d’esistere. Non mi piace e non la apprezzo. Se per capire se ti piace una cosa servono milioni di parole non ha senso. Preferisco il Mi Piace Non Mi Piace istantaneo. Sono proprio contrario ai multipli.
Possiamo definirti un fotografo rinascimentale?
Immagina le mie foto come fossero quadri unici. L’idea è proprio quella. Se Wolfango scolasse la pasta e gli spaghetti andassero a finire sulla foto, quella si prenderebbe e si butterebbe, non ce ne sono altre. (Le foto si trovano anche in cucina, alla Wo-ma’n, n.d.r.)
La tua ricerca è il ritratto.
L’idea era di spogliare tutti. Si vive d’immagine, e ho voluto andare contro. Dalle mie foto non si percepisce cosa facciano nella vita. Ho pescato tra i miei contatti, attori e amici, ma se uno mi sta sulle balle non la faccio. Devo essere interessato alla persona per ritrarla. E poi cercavo varietà ed espressioni interessanti.
La mostra si chiama Senza Veli ma ci sono solo i veli. Perché non sei andato oltre?
Mi sembrava banale realizzare dei nudi. A me sta sulle balle fare le cose facili. Avevo paura facesse scalpore e non venissero interpretate per quelle che sono. I veli tolti sono quelli della quotidianità. Togliere anche quelli che vedi non sarebbe servito poi molto. Tutti usano lo stesso velo, e questo mette ancora di più sullo stesso piano.
Ecco, il problema dell’identità. Non si perde in questo modo?
Credo che l’unicità della persona nasca dallo sguardo, il fatto che le foto siano simili non vuol dire che non rispetto la loro identità. La mia idea è che ci sia omogeneità a livello di stile della foto, ma comunque traspaia la differenza tra i soggetti ripresi. La forza del ritratto è proprio questa.
Wolfango: abbiamo voluto Manuel perché volevamo riportare il discorso sulla fotografia. Quella vera, autentica. Sono molto meno drastico di lui, ma capendo di fotografia ci tenevo a far conoscere quello che sta realizzando. L’ho corteggiato, perché lui non voleva esporre.
Manuel è così, la sua forza passa attraverso il proprio lavoro. La fotografia che ricerca e propone è una fotografia antica, classica, che vada al di là delle mode e dell’uso della macchina fotografica cui Instagram ci sta abituando. La narrazione di Manuel Guffanti è lenta, ha bisogno di una lettura consapevole, eppure è contemporaneamente istantanea: è un ritratto, è una persona, mi piace o non mi piace. Il suo intervento c’è e si vede, ma senza passaggi tra filtri, manipolazioni o distorsioni. Le sue mani hanno costruito la camera, la sua mente ha visualizzato l’immagine, i suoi occhi hanno pennellato i soggetti con le luci e la sua esperienza ha fatto sì che uscissero delle immagini senza tempo. Il punto della fotografia è questo.
Alla Wo-ma’n però è bandita la chiusura mentale. Appena finita l’esposizione di Manuel, la galleria si è vestita dei veli di Monica Di Brigida, i cui veli hanno danzato col vento e con gli spettatori.
Monica di Brigida è una fotografa che non si definisce tale. Utilizza il mezzo fotografico perché vuole arrivare alle sue immagini, che sono passate attraverso processi mentali e fisici in cui anche il sole ha fatto la propria parte.
Monica Di Brigida, SUHUB (nuvole)
Parliamo di Reportage. Ma non è un classico reportage, i luoghi sono presi dai racconti de Le Mille e una Notte…
C’era l’idea di raccontare un posto fantastico. Reportage per raccontare questo percorso fantastico. Alcune sono mappe, le altre i personaggi che trovi in questo posto, ma questa è la chiave di partenza. Non è il racconto de Le Mille e una Notte, ma ne segue lo sviluppo, quello della storia dentro una storia.
La mappa non è una mappa, anche se ci sono i titoli, ma mi piace che ognuno ci veda una cosa diversa. Il reportage era solo una chiave di lettura.
Il progetto nasce da Le Mille e una Notte?
In realtà nasce tutto dal caso. Tante cose che accadono, ricerche che si sovrappongono. La tarlatana era un materiale che stavo studiando, poi in quel periodo stavo leggendo Le Mille e una Notte. Le due ricerche si sono sovrapposte. Io non pianifico, cerco. E ad un certo punto lo trovo. Per un po’ mi fermo, ma sono già proiettata oltre.
Sempre sulla tua ricerca, parliamo del tuo rapporto con la realtà. La manipolazione del reale nell’irreale.
È casuale, non pianificato. Io cerco intorno, lavoro muovendomi. Piano piano costruisco le immagini. Muovendo le stoffe. Mettendo insieme le immagini. Io non ho mai ricercato la figuratività nella fotografia. Questo lo fanno gli altri, e meglio di me. Ho sempre cercato qualcosa che mi emozionasse. La fase dello scatto si sedimenta, poi lo riprendo e inizia la seconda parte, con la selezione, la rielaborazione (non al computer! Ci tengo a farlo sapere!) data dal sole o dagli agenti atmosferici, dagli acidi eccetera.
Nasci fotografa?
No, io nasco come grafica. Durante gli studi ho scoperto la fotografia. Anni e anni di camera oscura in bagno, poi in cantina. Per molto tempo ho lasciato, ma la fotografia è tornata, intorno al 2004. Ho ripreso a scattare e ho realizzato il mio primo lavoro. La prima serie è dedicata all’acqua, che trasforma le linee e i colori. Rimango nell’astratto, con la pioggia e i temporali. C’è la natura, non in forma di bosco, albero eccetera, ma in forma di temporale, di pioggia, di sole.
Il supporto delle tue immagini è il ferro.
Io adoro il ferro. Lo ricerco. Un giorno mi son portata a casa delle lastre di ferro; mentre lavoravo sulla tarlatana, avevo in giro per casa queste lastre. Come dicevo prima, in fase di ricerca le cose mi capitano, le ricerco e le trovo. L’unione delle due è stata automatica.
Monica sa fotografare, ma la sua ricerca è sull’astrattismo. Ciò che le piace è che le sue immagini evochino qualcosa in chi le vede. Lei dà il suo percorso interpretativo, ma lascia totale libertà all’occhio degli altri. La sua è una ricerca sull’immagine, non vuole rimanere imbrigliata in compartimenti stagni, la fotografia o l’arte contemporanea. Il suo mondo, da grafica, è l’immagine come supporto al contenuto. Ragiona per linee e forme, e la fotografia è un mezzo ovvio per il suo percorso. Le sue tele sono lastre di metallo dove la tarlatana, la stoffa usata per pulire le lastre litografiche, danza col vento, creando forme che evocano corpi e parti di essi. Realizza mappe che portano verso l’altrove dove ognuno di noi vorrebbe scappare.
Non potrebbero essere più diversi, Manuel e Monica. Eppure entrambi usano la fotografia per creare delle immagini che rimangono nella mente, si fissano e si lasciano guardare con vera soddisfazione. La casa di via Pietro Ruga che ha ospitato queste immagini si è via via adattata alle immagini stesse, rimanendo però sempre quel piccolo rifugio caldo, accogliente e aperto alle idee e alla creatività di chi ha esposto e di chi ha citofonato vincendo la paura del trovarsi a tu per tu con le opere in un contesto diverso dalle solite gallerie. Fateci un giro, non rimarrete delusi.






