«La mia incapacità di fare compromessi con la vita e con il mondo è uguale alla mia capacità nel disegnare sempre e comunque»
Per il nuovo appuntamento di Oversize al teatro Palladium , NUfactory propone la prima personale romana di Mauro Gottardo, artista estremamente originale, interessante quanto il medium protagonista della sua arte: la penna a sfera.
Oggetto banale, creduto capace di generare solo segni semplici, la penna Bic nelle mani dell’artista si trasforma di volta in volta in matita o pennello, generando chiaro scuri e profondità inaspettate.
Alfredo Accatino, curatore della mostra, parla di Mauro come di un nuovo profeta all’interno dell’outsider art:
«…uno stile eterogeneo, contemporaneo, che gli permette di ricreare al tratto i caratteri tipografici (svelando una sua antica competenza tecnica), ritratti di espressioni, figure di ispirazione comics, ma anche fantasmagoriche composizioni a mezzatinta, realizzate grazie a un’impercettibile pressione sul foglio che nessuno, credo, riuscirebbe a replicare su questa scala».
Mauro Gottardo in pillole
Da piccolo volevo: un bel nulla, vivevo senza nessuna idea e nessuna identità, ma disegnavo e lo facevo per puro fremito.
Adesso faccio: i miei disegni come il naufrago s’aggrappa a uno stuzzicadenti per rimanere a galla.
Da grande vorrei: fare un disegno nero sul sole, un disegno che si allarghi fino ad eclissarlo.
Un artista che vi consiglio: Hiroyuki Doi.
Oversize n.9: Mauro Gottardo – La Biro o della fine del Mondo
a cura di Alfredo Accatino per NUfactory, dal 20 febbraio – 21 marzo 2012 @ Palladium;
Inaugurazione: lunedì 20 febbraio h 19.00.
Foto di Federico Gnoli.
Le opere dell’artista torinese sono spiazzanti.
Interessante è notare come la tecnica dell’artista, simile al meticoloso lavoro medievale di un amanuense, vada ad unirsi in modo insospettabilmente perfetto con tematiche di una quotidianità contemporanea.
Protagonisti indiscussi sono infatti veri e propri Cicli narrativi, lunghi rotoli di carta coperti da didascalie, disegni, collage, come tessiture medievali, appunti di una moderna Hastings.
A questo modus operandi vanno ad associarsi le tematiche proposte dall’artista, quel mondo contemporaneo fatto di citazioni, simbologie, slogan.
Ai rotoli decorati da penne a sfera, si affiancano infatti quelli che l’artista chiama scotchages o collage, declinazione interessante delle opere di Rotella nei quali pezzi di giornale, presi e decontestualizzati dal loro contesto storico estetico ufficiale, vengono ordinatamente ri-assemblati e ricollocati su rotoli di carta che andranno a creare un percorso narrativo differente.
«Ogni tessera del mosaico è un cromosoma che contraddistingue un organismo e anche il suo simulacro, inteso anche come rifiuto (carta straccia). L’immagine-rottame pone la questione del funzionamento del meccanismo-organismo; su come deteriorandosi, l’immaginario pubblico si riveli nei suoi scarti come un vacuo caleidoscopio che ruota a vanvera».
L’opera di Mauro, costruita su sottili messaggi provocatori, non è nuova a continue citazioni che puntualmente declina in modo inedito.
Il suo accumulare immagini infatti coincide perfettamente con l’idea di decontestualizzazione dell’oggetto quotidiano pop, preferendo però all’eccessiva freddezza e impersonalità delle icone americane una soggettività maggiore che lo avvicina ad un’estetica dell’assemblage dada tedesco, estetica che vede nell’importanza del significato del messaggio e delle immagini un presupposto imprescindibile.
Protagonisti delle opere dell’artista sono allora decine di ritagli di giornale rappresentanti occhi aperti che fissano lo spettatore, personaggi che si ricreano all’infinito, messaggi rassicuranti ed allo stesso tempo inquietanti in un continuo scambio di simbologie e desideri nascosti.
La forza originale dell’artista risiede nell’esigenza di creare un’opera d’arte totale, nella quale i disegni con la penna a sfera, i collage e gli aforismi risultino indissolubilmente uniti; nella quale le suggestioni visive e letterarie siano viste come concetto unico e nella quale personaggi inventati che assomigliano a giganteschi uccelli si alternano a fotogrammi mediatici incentrati su ricorrenti simbologie religiose, sessuali, sociali.
«Ho tentato di cogliere l’impronta flagrante del feticismo per le figure che stanno sulle riviste, sui giornali, nei libri, nelle enciclopedie, nei volantini, nei cataloghi, nei manuali… riconoscendo la distanza degli uomini dalle immagini che fanno. È un inizio di coscienza attraverso la visione, un inizio…»
Quello di Mauro Gottardo è un mondo complesso, in continuo movimento, una fucina che incessantemente e meccanicamente costruisce mondi moderni caratterizzati da svuotamenti semantici, una catena di montaggio che crea realtà assuefatte alla civiltà massificata, consumistica, una realtà fatta di immagini che ridono di noi, immagini che stordiscono ma che devono essere raccontate e tramandate come un’antica narrazione.
«Disegnare sempre e comunque».
Mauro Gottardo – La biro. O della fine del mondo. Questo è il titolo della personale romana. Cosa vuole esprimere?
Per quanto riguarda il titolo bisognerebbe chiedere ad Alfredo, lui ha avuto questa visione, che in parte deriva dall’opera che sto ultimando, si tratta infatti di una Apocalypsis cum figuris.
Come inizia il tuo percorso artistico?
Quel giorno faceva caldo e c’era il sole che entrava dalla finestra, un foglio bianco e bellissimo giaceva sul tavolo, sembrava che il sole volesse trarlo alla sua luce, alla sua forza. Mentre io invece mi sentivo così debole, avevo bisogno dell’energia di quel foglio, volevo essere come un raggio di sole, accecante e bruciante. Ho preso una penna e ho disegnato. Si, l’ho fatto, c’erano scarabocchi dappertutto e il foglio era pallidissimo. Il mio primo pensiero è stato quello di cancellare tutto, ma all’improvviso ho capito che lo stavo facendo per salvare la mia vita. Ho trascinato il foglio in bagno e ho continuato a disegnarci sopra (tentare di smettere era impossibile). Scarabocchiai ancora e finalmente riempii tutto il foglio, poi staccai un pezzo del disegno e me lo misi in bocca, da qui in poi i miei ricordi si fanno sempre più confusi, ma insomma, è così che tutto è iniziato, che ci crediate o no.
Qual è la fonte della tua ispirazione?
Tutto è al di sotto dei miei pensieri e nulla soddisfa i miei desideri.
Nei tuoi lavori sono costantemente presenti simbologie. Qual è il significato di queste tematiche ricorrenti?
Ci sono, è vero, delle figure che continuano a girarmi per la testa e non se ne vanno, strani pensieri di cui vorrei liberarmi. Ed è pure vero che nella mia opera la frode e l’impostura sono necessari quanto la carta e la penna, così come gli anacronismi deliberati, le citazioni a volte erronee, le attribuzioni falsificate eccetera.
Quale messaggio vuoi esprimere attraverso le tue opere?
Che cosa si debba fare di tutte queste immagini, in qual modo le si debba impiegare rimane oscuro. Disegno dopo disegno il mondo si fa sempre più buio. Bisogna, per poter disegnare, tenere sempre gli occhi spalancati, esplorando le immagini che alludendo eludono, si fanno beffa di noi. La coscienza si risvegli a occhi chiusi.
Lo strumento che più rappresenta la tua opera è la penna a sfera. Perché la scelta di questo medium?
Uso la penna a sfera su carta uso ufficio oppure riciclata per una questione di urgenza prima di tutto, e poi perché la biro è ideale per contraffare matite, pennelli, penne serigrafie, xilografie… permettendomi un certo svuotamento semantico, un auto-esautoramento, per fuggire da un destino (di)segnato. Sono uno scettico che esamina delle convenzioni, servendosi di una controtecnes ovvero una stampella che mi aiuta a inciampare.
Fondamentali i supporti. Lunghi rotoli di carta sui quali sviluppi le tue narrazioni.
Disegno su rotoli di carta fatti sempre di singoli fogli giunti l’uno all’altro poiché ciò mi consente di far «circolare a vuoto» delle immagini. Mancando le relazioni di profondità tra esse, isolando oppure ripetendo una figura (sottraendo il nesso narrativo, parodiando uno stile), il rotolo si rinchiude su se stesso, un circuito paradossale dove ovviamente tutto inizia dalla fine. Ciò che caratterizza la tradizionale rappresentazione (occidentale), cioè l’unità di tempo di luogo e d’azione, nei rotoli è stata sostituita con delle corrispondenze tra figure, scritture e decorazioni (allucinazioni).
Altra tecnica fondamentale che spesso associ all’uso della biro è lo scotchages.
Ho fatto questi mosaici con delle tessere di scotch dopo aver notato l’analogia tra esso e la retina dell’occhio umano: sono delle sottili membrane trasparenti che diventano sensibili a contatto con le cose. Il tessuto nervoso della retina nello scotch è ovviamente sostituito dall’azione adesiva. Questa tecnica imita la funzione dell’occhio, trasferendo le immagini da un luogo ad un altro, da un contesto ad un altro (evidentemente qualcosa resiste alla traduzione, non viene via). Ho cercato di ricreare la sinestesia del montaggio barocco/caleidoscopico che la retina contrae quotidianamente nell’incessante rimescolarsi di figure nel campionario a fondo perduto della vertigine mediatica.





