Arte: Nello studio di Voodoo Jewels — Intervista con Livia Lazzari
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Nello studio di Voodoo Jewels — Intervista con Livia Lazzari

È la seconda volta che entro nello studio di Livia, la prima era tutto ancora in nascita, mille cose da sistemare, l’odore di calcinaccio, polvere, i gioielli chiusi in un borsone in attesa di venire alla luce nel loro nuovo posto. S’intravedeva l’inizio, un piccolo utero che stava ancora elaborando. Oggi l’aspetto fuori, mi viene incontro […]

È la seconda volta che entro nello studio di Livia, la prima era tutto ancora in nascita, mille cose da sistemare, l’odore di calcinaccio, polvere, i gioielli chiusi in un borsone in attesa di venire alla luce nel loro nuovo posto. S’intravedeva l’inizio, un piccolo utero che stava ancora elaborando. Oggi l’aspetto fuori, mi viene incontro esile, leggerissima, senza rumore; a precederla è un’essenza forte, lei è la creatura tenera che ha già in sé il vigore tipico di chi promette una crescita meravigliosa.

 

 

Sono qui per ritrarla più che nel suo laboratorio, nel suo universo in espansione; mi guardo attorno, cerco di avvicinarmi al sentimento emanato dal posto che ha costruito con le sue mani, all’emotività che ognuno di noi ripone negli oggetti intimi, ho bisogno di ritrarla parte dello spazio fisico, voglio che si confonda col resto, con ciò di cui ha deciso circondarsi, specchio del suo animo, la racconterò immersa nel nucleo di questo piccolo immenso mondo. Sarà una fotografia materica e non materica, in pellicola, che è entrambe le cose: fisicità ed astrazione al tempo stesso, mi avvicinerò così alla natura delle sue creazioni: tangibili per forma e intangibili per spirito.

Livia è paziente, prendo tempo per sentire lei, sentire ciò che mi circonda, per mettere a fuoco, misurare la luce, cambiare i rullini; scatto per molto più del tempo accordato insieme. Il suo corpo è docile, segue ciò che suggerisco, inizia a giocare con lo spazio, con i gioielli, ci si confonde. Ha un suo rigore nei gesti delicati, capisco che è sensibile ma non debole. Non mi capita spesso di trovare qualcuno che capisca e ami con me ciò che sto facendo, l’apprezzo subito per questo.

 

 

La tentazione, scegliendo assieme i pezzi, è quella di vestirmene io: ognuno sembra avere una sua storia, un carattere preciso ed unico, è tutto desiderabile nel modo in cui si desidera una cosa nuova vista per la prima volta. Penso alle cose del mondo, a quali ha potuto ispirarsi, le chiedo dei suoi viaggi, di quanto abbiano inciso sull’elaborazione delle idee e Livia mi risponde subito, «Più che i viaggi fisici, credo siano quelli d’animo a segnare la nascita di qualcosa di nuovo, è la predisposizione interiore che cambia tutto e rende tutto possibile: posso anche andare lontanissimo da qui ma a volte capita ch’io “senta” nel modo giusto proprio quando sono in un posto casuale, magari anche qui adesso, se sono pronta dentro anche l’aria o una foglia può suggerirmi la cosa giusta ed è allora che creo», e mi indica con uno slancio inconscio degli occhi le piccole foglie smosse dal vento leggero, appena lì fuori la finestra dello studio. La ritraggo anche tra quelle. Il viaggio creativo di Livia è più profondo dei viaggi geografici, è un viaggio emotivo.

Era già in te da piccola qualche segno di cosa sarebbe stato il tuo futuro? Che ti piaceva da bambina, cosa ti incuriosiva?

Da bambina ho sempre voluto fare quello che faccio ora, creare. Sono sempre stata affascinata da tutto quello che era legato alla creatività e alla fantasia. Mi piaceva il cinema, per un periodo ho desiderato diventare regista. Mi divertivo tantissimo a cucinare sin da quando ero piccolissima, ma soprattutto amavo realizzare oggetti e gioielli.

Ciò che sono oggi è esattamente quello che sarei voluto diventare da piccina, anche se all’epoca non credevo di poter essere così fortunata da poter vivere di un lavoro tanto affascinante e stimolante.

 

 

La tua ricerca è aperta a tutto, luoghi, sensazioni, elementi che capitano inaspettati e muove sempre dalla tua predisposizione d’animo; il risultato finale è un pezzo unico (o una collezione) che racchiude un percorso irripetibile, un parte di te in un momento della tua esistenza, è per te questo piuttosto che il valore dei materiali a identificare la preziosità dell’oggetto? Cosa dev’essere il gioiello? Cosa consegni nelle mani di chi sceglie una tua creazione?

È esattamente questo il punto: ogni Voodoo Jewels è prezioso perché rappresenta un percorso di ricerca. Uno studio di forme e colori che parte dentro di me ed arriva in territori lontani, selvaggi ed incontaminati. Realizzo ogni gioiello a mano, curando personalmente ogni fase della produzione. Stabilisco con un ognuno di essi un rapporto così viscerale, che quando la collezione è finita mi sento svuotata, come se per dare vita a quelle forme avessi tirato fuori tutto ciò che avevo dentro. Ogni oggetto racchiude una storia che parla di me, del mio rapporto con la natura e del mondo che vorrei.

L’impressione che ho avuto nel conoscerti è di un’artista molto sensibile ma tutt’altro che fragile, ho avvertito subito del rigore, una specie di fermezza di chi è pronto ad ammonire ciò che ritiene sbagliato o scorretto. Questo mi suggerisce che al di là dell’animo buono ci sia un percorso ben definito di esercizio, sacrificio, studio dell’arte che hai scelto: qual è stato il tuo percorso? Quali ostacoli e difficoltà hai dovuto affrontare?

Poter fare questo lavoro è un lusso, ma come ogni lusso c’è un prezzo alto da pagare. Negli ultimi anni ho fatto tantissimi sacrifici per dedicarmi totalmente al mio progetto. Quando si intraprende un percorso del genere, si mettono da parte molti bisogni individuali e tutto comincia a girare solo intorno ad un unico obiettivo. Inoltre essere un artigiano presuppone un grande lavoro a livello fisico. Per poter soddisfare le esigenze del cliente bisogna essere molto veloci nella consegna. Ogni sei mesi bisogna presentare almeno una collezione nuova, oltre a dover avviare la produzione con largo anticipo per poter dare ai negozi la possibilità smaltire l’ordine in tempo prima dei saldi.

Il mondo della moda è ovviamente legato al sistema capitalistico-consumistico e ha dei tempi terribilmente folli, che non danno al designer la possibilità di vivere il momento della creazione secondo il proprio sentire. Ma questi tempi non danno neanche al consumatore finale la possibilità di stabilire un valore affettivo con l’oggetto, che già viene considerato dal mercato vecchio e fuori moda. È un sistema frustrante che soffoca tutto ciò che di romantico c’è nell’idea di moda.

 

 

Roma è la tua città, immagino che la ami: cosa ti ha dato questo posto, cosa ti ha tolto? Il tuo studio adesso è qui, hai dovuto pensarlo, costruirlo, hai dovuto amarlo ben prima che potesse esistere per poterlo “edificare”: quanto ha a che fare con l’animo di questa città?

Roma oggi è una città drammaticamente divisa tra due realtà. Da una parte è la capitale eterna d’arte che tutto il mondo conosce, dall’altra è una città volgare e corrotta, popolata da persone prive di valori e obiettivi il cui unico interesse è apparire.

Sembra retorica ma purtroppo oggi è difficile identificare una comunità realmente creativa e innovativa. Per la maggior parte esistono progetti individualistici, l’unico interesse è quello di emergere come personaggi da idolatrare attraverso un account social, senza proporre qualcosa di nuovo e costruttivo. Per molti è più importante l’etichetta e la popolarità che l’identità progettuale, dietro alla quale cercano di nascondersi. Ho scelto di rimanere a Roma, nonostante a livello professionale sia priva di strutture, perché sono convinta che sia fondamentale supportare il tessuto creativo della proprio città. C’è una parte di me che la vive un po’ come una militanza, come un dovere; oltretutto sono sempre stata convinta che vivere a Roma mi permetta di essere più libera a livello creativo, di non essere influenzata da tendenze e dettami della moda mainstream.

Pensi che le tue creazioni abbiano un sesso o un destinatario specifico? Pensi mai a chi potrebbe indossarle quando crei o è un atto puro di libera creazione e quindi poi il fatto che ci sia un fruitore è quasi solo un accidente?

In realtà è solo un atto purissimo di creazione, a tal punto che per anni non le ho indossate neanche io, né ho provato a venderle. Per molto tempo è stato anche difficile comunicare il concept che animava le mie creazioni. Quindi no, non penso mai a chi le indosserà ma solo all’oggetto stesso nel momento in cui prende vita.

 

 

Come nasce Voodoo? Qual è il suo spirito?

Il gioiello non è più necessariamente un oggetto di valore, da tramandare di madre in figlia, ma un’emozione immediata. Non più un “investimento”, ma un desiderio da soddisfare. Voodoo Jewels nasce proprio dalla necessità di liberare il gioiello dalla sua accezione classica, attribuendogli un nuovo carattere urbano, forte e ribelle. Il brand segue una visione progettuale più contemporanea, in cui l’unicità risiede nella capacità creativa e produttiva piuttosto che nella rarità dei materiali.

Le collezioni si sviluppano dallo studio della natura e del rapporto che l’uomo ha con essa. Nelle culture tribali gli oggetti voodoo sono investiti di qualità magiche, sono il legame tra la dimensione umana e gli spiriti della natura. Allo stesso modo le creazioni Voodoo sono il tramite tra una realtà terrena e un mondo incantato.

L’estrema matericità dell’oggetto è legata sia a una volontà di riprodurre le superfici naturali, sia all’esigenza di comunicare un senso di autentica artigianalità. Ogni gioiello racconta in maniera esclusiva un mondo complesso e articolato. Ognuno è un pezzo unico ed irripetibile, realizzato interamente a mano. Proprio questo lo rende raro e prezioso e gli attribuisce carattere e magia.

Che materiali usi?

Argento, bronzo e pietre semi preziose. Il punto è cercare di usare materiali e tecniche classiche del gioiello ma creando forme innovative ed inusuali, con un look contemporaneo e riconoscibile. Oggetti dotati di un identità forte, che vuole rispecchiare quella di chi l’indossa.

 

 

La fotografa può enfatizzare il proprio soggetto, mi hai detto che spesso sei tu a curare mood e dettagli degli shooting sui pezzi, come ti piace rappresentare le tue creazioni? Quali elementi usi per rappresentare il loro carattere?

Io e Martina Scorcucchi, la fotografa con cui lavoro da diversi anni, cerchiamo di creare delle composizioni che raccontino i mondi di riferimento la collezione, le sue ispirazioni e i luoghi in cui nasce. Voodoo Jewels vive di un intimo legame con la Natura e tutte le collezioni nascono dallo studio di uno stato naturale, per questo nei nostri scatti inseriamo sempre elementi che suggeriscano il mood della stagione.

Ti ritieni una persona libera? Senti di aver raggiunto una tua stabilità espressiva o senti che sia un percorso ancora in divenire?

Oggi sì, mi sento una persona libera, ma non è stato sempre così. Quand’ero più piccola avevo molta paura del giudizio altrui, di cui ero schiva. Oggi ho raggiunto una certa maturità espressiva e mi preoccupo solo di proporre un prodotto originale ed innovativo. Sono comunque convinta che il mio sia un percorso in divenire, perché se non fosse così probabilmente non avrei più nulla da dire.

Il ricordo più bello che hai?

Non ne ho uno in assoluto, i ricordi poi cambiano progressivamente mentre passa il tempo. Ma quando sono entrata nel mio nuovo laboratorio, ho sentito un’energia incredibile. Quello è stato un bel momento.

 

Testo e foto di Maria Grazia Mormando.

 

Maria Grazia Mormando
Maria Grazia Mormando
Maria Grazia Mormando è una fotografa che ama aver a che fare con argento e chimici. Raramente vedrete il suo volto perché è spesso infilato nel pozzetto della sua macchina. Alta, pallida, dai lunghi capelli e occhi scuri e le mani sottili che sanno d'acidi. Se vi osserva per strada o sul tram è perché vi sta già immaginando impressi sulla sua pellicola.
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