Quando Roma era l’Avanguardia: Fabio Sargentini
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Quando Roma era l’Avanguardia: Fabio Sargentini

Oggi potrebbe suonare parecchio strano ma tanti anni fa via del Corso era uno dei punti nevralgici della cultura romana e italiana.

 

Breve ritratto del celebre gallerista dell’Attico, ospite dei Martedì Critici di Alberto Dambruoso e Guglielmo Gigliotti. Martedì 4 novembre sarà la volta di Lorenza Trucchi per l’ultimo appuntamento del ciclo di incontri tenuti al MAXXI.

Oggi potrebbe suonare parecchio strano ma tanti anni fa via del Corso era uno dei punti nevralgici della cultura romana e italiana più in generale: il Bar Rosati ed il Bar Canova erano punto di ritrovo per artisti, scrittori, intellettuali e lì intorno si trovavano tutte le principali gallerie dell’epoca: La salita, l’Attico, La Tartaruga, il Ferro di cavallo, dove gravitano grandi artisti internazionali del calibro di Rauschemberg, Jasper Johns, Marchel Duchamp e Cy Tomwbly.

Fabio e Bruno Sargentini

 

L’attico era stato aperta nel 1957 da Bruno Sargentini e dal figlio Fabio, allora appena diciottenne, ma solo nella seconda metà degli anni Sessanta diventerà una galleria d’avanguardia, di forte sperimentazioni e centrale nello scenario italiano. Il salto avviene con la rottura tra Bruno ed il figlio Fabio, sancita dalla prima mostra personale di Pino Pascali nel 1966. In questo distacco tra padre e figlio c’è il distacco di un’intera generazione che cerca di uscire dal linguaggio Informale per tentare di imboccare una nuova strada.

«A me non fregava niente di fare il mercante, non mi interessava. Io capivo che dopo mio padre potevo portare avanti delle istanze più creative».

L’anno successivo, nel maggio del ’67, Sargentini organizza la mostra Fuoco Immagine Acqua Terra ormai ufficialmente riconosciuta come l’indispensabile precedente per la nascita dell’Arte Povera, che verrà formalizzata con una fortunata etichetta di Germano Celant nel ottobre del ’67 con la mostra alla Galleria la Bertesca di Genova.

«Quello che conta nell’Arte Povera sono i materiali, per questo Roma è stata più forte ed è ha messo prima gli accenti. Il fuoco, l’acqua, la terra non valgono le fascine, i giornali, queste cose dei torinesi. Sono materiali esplosivi».

Fabio Sargentini si rivela un gallerista sui generis, estremamente creativo, un artista che espone artisti. Il suo primo atto artistico è la trasformazione della galleria in una palestra con la mostra Ginnastica mentale nel ’68, con cui opera una forte desacralizzazione dello spazio espositivo, rompendo la quarta parete ed aprendo la galleria ai corpi vivi dei ginnasti: un chiaro presagio della nascita della performance e della body art.

Questo gesto spiana la strada alla trasformazione della galleria in un garage, quello di via Beccaria dove nel ’69 trasferisce la sede dell’Attico e presenta la mostra dei cavalli di Kounellis: «Ero arrivato a New York, avevo 29 anni, con alle spalle la mostra dei cavalli di Kounellis. Lì non ero conosciuto. Una sera durante una cena sento dire: sai che a Roma un pazzo ha esposto dodici cavalli vivi in una galleria? Era una cosa straordinaria, loro stavano tutti nei grattacieli, non esistevano gallerie al piano terra né tantomeno underground. Sono stato io che ho fatto scendere gli americani dai grattacieli. Modestamente è così, è chiaro che gli americani non sono tanto interessati a far passare questa cosa.»

In mezzo al pubblico, a vedere i 12 cavalli di Kounellis, c’è anche Gino De Dominicis, un altro dei vari artisti che ha lanciato e che in quel momento è ancora un ragazzino con dei baffetti appena più che ventenne. Gli si  presenta un giorno in galleria e nel giro di qualche mese inaugura la sua prima mostra personale.

«La cosa interessante è che porta Duchamp in galleria, qualcosa di immateriale rispetto alla materia dell’arte povera. La prima mostra è oggetti invisibili, ed io già capisco che è una svolta importante.»

Dal ’72 apre un altro spazio in Via del Paradiso, una galleria classica, canonica che per quattro anni si affianca al garage.

«Il garage era un spazio difficile, gli italiani non l’accettavano molto. Intanto in America era nata la performance, ma agli italiani non piaceva. Il garage funzionava solo quando chiamavo gli americani, qui c’era la cultura del tableaux vivants, dove non c’è azione, ma contemplazione. Pensa ad Ontani, lui nel garage non ci poteva venire, ma era molto più indicato per l’altro spazio, un luogo decadente. Sentivo la necessità di uno spazio più duttile, il garage si vedeva in un colpo d’occhio, non poteva essere rimodulato.»

Nel ’76 compie il suo secondo gesto artistico, quando per tre giorni consecutivi allaga il garage, prima di decretarne la fine.

«Non è che allaghi la galleria tanto per allagarla, la formalizzi. Quest’acqua immobile si trasforma, diventa altra materia, diventa ghiaccio, diventa plastica, si accomoda dentro lo spazio, è lì ferma. Le influenze di questo gesto erano nel mare di Pascali e nella reminescenza del mare in una stanza di De Chirico.»

La sede di Via del Paradiso è ancora aperta e lì Fabio Sargentini continua da decenni a creare le sue mostre, cercando un equilibrio sempre nuovo in quel rapporto con gli artisti per lui così complesso e fondamentale.

«Nel 1968 però, io ero rimasto solo con Kounellis ma lui è un uomo difficile, è un greco del Pireo, non è tanto semplice avere a che fare con lui, è diffidente e forse soffriva di una gelosia per Pascali, anche se erano molto amici. 

Il mio rapporto con gli artisti è cruciale: tutti loro hanno fatto le loro cose migliori quando hanno lavorato con me. Con me si trovano in uno stato di grazia. Si insatura un rapporto per cui loro vogliono piacermi, io mi metto nelle parti del padre buono, che incoraggia. Questi rapporti durano 2 o 3 anni, poi li allento e loro spesso lo vivono come un abbandono.» 

 

Ringraziamo Agnese De Donato per l’immagine di apertura.

Le altre le immagini di questo articolo sono presenti su www.fabiosargentini.it.

Greta Boldorini
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