Roth non ha smesso di scrivere. Si è liberato dall’obbligo di scrivere.
«Perché scrivo? Non lo so. So che i miei momenti peggiori sono quando non scrivo. Allora tendo a essere infelice, depresso, ansioso, e così via. Ne ho disperatamente bisogno».
«Vuoi sapere come la prese mio padre? Ho mandato lui e mia madre in crociera per tenerli lontani dai fuochi d’artificio di Portnoy. E al ritorno ho scoperto che aveva portato con sé una dozzina di copie, e quando faceva amicizia con qualcuno, diceva: vuole una copia autografata del libro di mio figlio? Correva in cabina, prendeva un libro e ci scriveva: “Dal padre di Philip Roth, Herman”. Era un venditore…».
Ho dovuto andarmene da New York. Al ristorante mi apostrofavano: “Hei, Portnoy, stai mangiando fegato?”. Un giorno camminavo in montagna con la mia ragazza e mi lamentavo di questi assalti, quando lei mi ha detto: “Smettila adesso, non c’è nessuno qui. Non vedi che siamo tra le montagne?”. In quel momento è passata una macchina, una persona ha abbassato il finestrino e ha gridato: “Lasciala stare, Portnoy!”. Indimenticabile».
E la depressione vera?
«L’ho sperimentata dopo i cinquant’anni, di solito si presentava come effetto di un periodo prolungato di dolore cronico. Nel mio caso è il mal di schiena che mi ha accompagnato tutta la vita dopo un brutto incidente sotto le armi. Non so, quando soffri per sei, sette, otto mesi, devi essere psicologicamente più forte di quanto sia io, per non esserne annientato. Prima della mia seconda operazione alla schiena ho avuto 17 mesi ininterrotti di dolore. E se a questo si aggiungono problemi personali, allora è la fine. In quell’occasione ho pensato al suicidio. Ho dato il mio dolore a un personaggio di Everyman — una donna — che, in effetti, si uccide».
«Io penso che ce l’abbiamo il finale. Un finale commovente su questo povero vecchio che morirà. Lasciamo che questo sia il finale, ok?».
Via Lettura.