Arte: Roma ha fatto Crack!
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Roma ha fatto Crack!

Al via l’undicesima edizione del festival al Forte Prenestino.

25 Giu
2015
Arte

Mi avvicino al portone ed osservo la torre, è buio. Passo il fossato ed entro nel vecchio portone del Forte. Non sono dentro un episodio di Game of Thrones, né in una striscia di una storia di Gipi, ma a Roma, in un luogo occupato dal 1986 che si chiama Forte Prenestino. Strano vederlo chiuso, senza rumori, con poche luci, tornato a svolgere la sua funzione primaria: essere un luogo occupato dove abitano persone. Devo incontrare Federico, “mentis” del Crack Festival, uno degli appuntamenti annuali ai quali cerco di non mancare mai. Forse, non dovreste mancare neanche voi.

Roma CSOA Forte Prenestino | 25-26-27-28 GIUGNO 2015 | Info su crack2015.fortepressa.net


Il Crack!, non quello che conoscono (quasi) tutti, cos’è?

Questa è l’undicesima edizione di un festival unico al mondo, perché non ha sponsor privati o fondi pubblici, si regge solo ed unicamente sul prezzo d’ingresso, popolare. È partito come un festival locale di fumetti, c’erano tante case editrici da tutta Italia, ma già dal 2°-3° anno il concetto si è espanso. Il fumetto rimane un filo conduttore linguistico ma si è cominciato ad usare forme espressive differenti: si spazia dalle illustrazioni alle serigrafie, dalle magliette fino agli allestimenti. Alcuni artisti hanno creato il proprio linguaggio allestendo la cella dei sotterranei come volevano. Bisogna capire che il Forte è una struttura unica, la mecca della controcultura, e da quando non c’è più electrode (rip n.d.a.) Crack! ne è diventato il picco culturale. Le celle, 26 per lato, si trovano in questo lunghissimo tunnel sotterraneo, che viene usato per l’esposizione assieme ai corridoi laterali e alle vecchie latrine. Ogni cella diventa uno spazio dove il fumetto è in qualche modo uscito dalla pagina. L’ambiente stesso diventa parte di quello che l’artista vuole esprimere: mi ricordo di una cella diventata camera da letto, era una esposizione di fanzine ma come le terrebbe un ragazzino nella sua, di cameretta. Lo spazio centrale, la cattedrale, è riservata agli artisti Marsigliesi le Dernier Cri, perché hanno delle stampe giganti, coloratissime, al limite del porno, bellissime.

Dall’espansione linguistica si è passati ad una territoriale. Il 3° anno chiamammo dei tipi svedesi, che avevano una rivista. Tra loro Joakin Pirinen che è il decano del fumetto underground svedese; lì cominciò a spargersi la voce per l’Europa. Abbiamo avuto artisti, tanti, anche fuori dall’Europa. Questo festival è una forma di alterità totale, alterità spazio temporale rispetto alle cose intorno a noi. Per come sono costretto a lavorare nelle varie situazioni nel corso dell’anno, questa situazione qui contraddice tutte le regole che dovrebbero farti essere produttivo e lavorare in modo canonico. Sulla carta questa roba è impossibile, per il modo produttivo che usiamo: più che costruire il festival, qui si parla di smontaggio della pratica produttiva. È una sorta di inoperosità.

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E gli artisti come si pongono davanti a questo processo in contrasto apparente con la loro operosità?

Ci sono tra i 300 e i 350 artisti, musicisti inclusi. Un 90% delle persone ha imparato cosa vuol dire gestire un festival, artisti e non. C’è un comitato organizzativo minimo, e la gente ha capito che non deve contare su di noi, ma con amore. Noi forniamo una sorta di nodo e poi sta a loro artisti doversene prendere cura, a partire dalla cella che gli affidiamo e al modo di gestirla. L’altro 10% lo capirà quando avrà finito di fare minipolemiche su Facebook. È importante costruire le cose in questo modo, perché sulla base di questo riesci a plasmare, in quei giorni, una comunità.

Tu come ci sei finito in mezzo?

Io ci sto dalla seconda edizione. Ho cominciato ad occuparmi di immagini per motivi teorici, vista la mia formazione filosofica. Da ragazzino leggevo i libri di filosofia al posto dei fumetti! Poi, invece, sono arrivato a comprendere l’importanza di quel mondo lì. Il secondo anno feci una piccola cosa e il terzo anno mi trasferii in Svezia, dove sono tutt’ora. Divenni il grande ponte, il primo, tra il Crack! e gli stranieri. Ho fatto un po’ da vasellina per questo network internazionale che ora va avanti da sé.

Quali influenze ha esercitato il Crack?

Ci sono festival in relazione al nostro! In Italia c’è Ratatà a Macerata, il Ca.Co. fest a Bari, il Borda Fest a Lucca, poi i ragazzi di Cosenza che hanno anche aperto un museo del fumetto e quest’anno presenteranno qui Vallanzasca. Il male fuori e dentro il carcere (di Luca Scornaienchi e Jonathan Fara). All’estero partecipiamo in Francia, al Com a Malmo, Square in Croazia, poi a Marsiglia, c’è di tutto. Le persone si muovono da un festival all’altro, viaggiano e comunicano.

Quest’anno ci sono artisti dal Mediterraneo. Thameur Jebari ha il primo ed unico studio multimediale della Tunisia, e la triste conferma della nostra intuizione riguardo l’importanza del suo lavoro, è il fatto che nonostante passaporto e biglietto regolarmente fatto, gli è stato negato il visto, pur avendo cercato di fornire tutta la documentazione possibile. Siamo riusciti in qualche modo a recuperare le sue opere, che saranno quindi presenti al Crack!. A due artisti palestinesi non hanno proprio dato il passaporto. Uter project, artisti spagnoli che realizzeranno un gigantesco poster sulla questione dell’aborto. Ci sarà anche Komikaze, un collettivo composto da donne dell’est europa/balcani molto interessante. E poi Bambi Kramer, il nostro artista di punta, pubblica con Fortepressa, il nostro progetto editoriale, ed altri romani tra cui Studio Pilar e tantissimi altri. Per la parte musicale segnalo Zhala, svedese di genitori kurdi che ha appena fatto un disco per l’etichetta di Robyn, e Dungeon Acid, una leggenda della techno svedese, e per finire Messer Chups, surf music dalla Russia. E come si dice in questi casi: «e tanti altri».

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E tu riesci a gestire tutto dalla Svezia?

Sì, gestisco da lì e torno quando c’è bisogno di fare cose in loco, praticamente da 8 anni Crack! è la cosa che mi ha portato ad avere contatti con l’Italia, quasi più della mia famiglia!

E tu non vedi il potenziale di Crack!, la possibilità di farne un brand ed una cosa da esportare, come fa in altri ambiti il Sonar? O c’è un grosso rischio di snaturarlo?

In qualche modo lo è già! Siamo già parte di una rete effettiva, ma farne un brand è nello spirito arborescente. Non vogliamo essere “coatti” ed assorbire, siamo rizomatici, preferiamo creare un nodo senza centro. Ci interessa continuare a lavorare in questo modo antieconomico, in barba allo spirito accumulativo! Noi disperdiamo, infatti il tema di quest’anno è “capitale”: da un lato vuole prendere per il culo la questione di mafia capitale; Crack! capitale prende in giro l’amministrazione mainstream che pensa ancora di poter sgomberare posti occupati che creano socialità e cultura in nome di cosa, visto che loro sono più illegali di qualsiasi centro sociale. Dall’altro si giocherà sull’idea di capitale, quindi ogni artista ha creato la sua banconota, e noi stamperemo centinaia di banconote diverse che saranno distribuite durante il festival! La lettura, interna, è La moneta vivente di Klossowski (che è anche illustratore), un testo nel quale parla di persone come moneta vivente. Noi qui non vogliamo accumularci come creatori di valore che altri potranno sussumere, perché questo fanno i trendsetter nel marketing, i cool-hunter. Non vogliamo far accumulare soldi a qualcuno, vogliamo sprecarci, disperdere le nostre energie in una sorta di potlatch, che è un antico rituale, una gara in cui chi voleva affermare potere sulle altre tribù doveva creare un debito, fare doni. Questo disperderci, però, ci rende ricchissimi a livello immateriale, nell’anima, quello si. 

 

Foto di Federica Tafuro

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Mattia Coluccia
Mattia Coluccia
Mattia è un “romano de Roma”, ma ha origini salentine che rivendica sempre. Essendo un classe 1985, si porta appresso tutti gli acronimi generazionali dagli anni 90 in su. Non contento della laurea, prende anche un master in Scienze del Turismo, convinto di fare della sua passione un mestiere. Si sbaglia.
Tutto nella sua vita ha doppi sensi e doppie valenze, convive con la duplicità delle cose. Scrive per delle riviste e fa un sacco di altre cose che gli pesa il culo elencare. Se fosse per lui, viaggiare è l’unica cosa che farebbe. Ama i libri, il mare, e le birre artigianali.
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