È mercoledì pomeriggio e decido di accompagnare mia madre a vedere ‘sta benedetta mostra di Brueghel di cui si parla tanto. Decisione presa per un paio di motivi ancora validi: primo perché è il 2 gennaio, non ho davvero nulla da fare e al Chiostro del Bramante non ci vado da un po’; secondo per fare compagnia alla mamma e darmi quel tono intellettuale che a inizio anno non sta male. Premetto subito che io della dinastia Brueghel non so un granché, ma solo che erano fiamminghi e che erano tanti, così con tutto ‘sto popò di bagaglio culturale che mi ritrovo decido di incontrare i Brueghel al Chiostro. Se non che rimango spiazzato, totalmente spiazzato. All’ingresso trovo un enorme contenitore di caramelle alla liquirizia gratuite!


Appena le vedo penso sia solo un tentativo di addolcire la pillola, per cui faccio il signore e lascio i dolci al volgo; ecco perchè ne prendo solo dieci invece delle venti che vorrei. Nella prima sala leggo una nota informativa che dovrebbe darmi le linee guida della mostra pare che i due scienziati che l’hanno curata abbiano «seguito il punto di vista storico» e mi invitano a porre l’attenzione sulla «tecnica legata all’accuratezza per i dettagli». «Cazzo!» penso «avanguardia critica!» Mi viene in mente che l’accostamento dei fiamminghi al descrittivismo mi ha stufato almeno quanto scuola fiorentina disegno e pittura veneziana colore, ma mi dico «Scendi dal piedistallo e continua la visita».
Attraverso la prima sala invasa dalle audioguide, mi annoio rapidamente davanti all’albero genealogico della straordinaria famiglia, passo accanto a uno schermo col faccione di uno che mi ripete «I dettagli… i dettagli… attento ai dettagli…» e arrivo finalmente in una delle sale principali. Entro nella terza sala, quella di Brueghel il Vecchio per capirci e rimango sorpreso dal caos di visitatori: due pannelli al centro della stanza impediscono che ci sia un solo verso secondo cui apprezzare le opere; mi dico «Almeno mi hanno lasciato la possibilità di scegliermela da solo la strada». E invece, accanto a un dipinto floreale oltre il solito cartellino rompiballe con nome, cognome, titolo, misure, tecnica ecc. trovo un’altra didascalia nella quale, con un bel ceffone alle teorie jackobsoniane sull’unità tra segno e oggetto, c’è scritto che «Ciascun fiore ha un significato», ma soprattutto «adesso tocca a voi: provate a contare quante specie di fiori diverse ci sono e divertitevi ad inventare un significato per ognuna di esse».
L’unica parola che mi è venuta in mente è stata «Oddio». Così dopo lo shock iniziale riacquisto lucidità e mi dico «Passi che per arrivare qui sono sopravvissuto alla lettura di tutto il dépliant di una signora ad alta voce, che ormai ho imparato le filastrocche delle audioguide, per carità mi sono anche intenerito davanti al papà che cerca di insegnare al figlioletto quella legge non scritta della caratteristica attenzione ai dettagli della pittura fiamminga. Passi pure che ho dovuto fare il vago quando ho visto che c’era più gente dentro la sala col video-documentario che in quella espositiva; e passi pure che mi metti davanti ‘sti pannelli sulla storia della famiglia, come se sapendo vita, morte e miracoli dell’autore avessi la chiave per capire l’opera d’arte. Ma ora che mi dici pure quello che devo fare e come mi devo divertire davanti al dipinto no!»
Così riprendo il piedistallo e me ne vado pensando che all’ingresso al posto delle caramelle ci sarebbe voluto un bel tiramisù.