Dovevo immaginarlo, lo sciocco in effetti sono stato io. Non era passata neanche una settimana da quando ero uscito soddisfatto e contento dal panorama artistico romano espresso all’Accademia di Spagna che come Capaneo vengo fulminato dalla mostra su Canova a Palazzo Braschi. In effetti i presupposti c’erano tutti. Non a caso uscendo dalla mostra al Gianicolo stavo quasi per centrare in pieno con la Vespa il poster pubblicitario con Ercole che getta Lica, pubblicità posta sul retro di un autobus a via Garibaldi (la Vespa ha sempre investito più sull’estetica che sulla sicurezza dei suoi freni!).
Ma al di là del modo in cui sono venuto a conoscenza della mostra dei disegni di Canova, sono rimasto colpito da una straordinaria coincidenza: proprio sulla scultura neoclassica e in particolare su quella di Antonio Canova, si sofferma Rosalind Krauss all’interno di Passages in the Modern Sculpture. All’interno del testo che abbiamo rispolverato la scorsa volta in occasione della mostra su Rodin, ci viene presentata la scultura di Canova come quasi del tutto antitetica a quella del francese. In particolare quelle nauseanti parolacce che sentirete davanti ad una scultura di Canova come perfezione formale o stile neoclassico che non solo troverete in tutti i peggiori manuali di storia dell’arte, ma che ancora sentirete pronunciare dalla maggior parte dei professori romani (sintomo in realtà di chi non sa che dire e ripete una filastrocca che dura da più di un secolo), dalla studiosa americana non vengono neanche sfiorate. Laddove sentirete la Krauss dire qualcosa di simile in tal senso, non è per riempirsi la bocca, ma per farci riflettere su quella «sensazione di completezza» che ci provocano le sculture di Canova. In particolare si tratta di quella «sensazione che la posizione strategica che si è assunta guardando l’opera di fronte ci faccia conoscere con una certezza assoluta la meccanica delle tensioni che attraversano i due corpi e dia senso alla scultura». In questo modo la studiosa analizza non solo l’oggetto in quanto tale, ma soprattutto il ruolo previsto del fruitore (quindi noi stessi) nella percezione dell’opera.
Come abbiamo visto la scorsa volta è proprio l’assenza di questa posizione strategica e corretta che non convince Rodin rispetto la scultura di Canova, questo punto di vista ideale, un punto di vista attraverso cui maturare l’esperienza. Ora, senza voler per forza finire nell’estetica e tirare ancora per le lunghe un discorso che potrebbe benissimo farci incontrare Nietzche e Merleau-Ponty, credo che abbiate capito un po’ con quale emozione ho lasciato la mostra di Rodin per quella di Canova. Invece gli dèi della storia dell’arte hanno deciso ancora una volta di fulminarmi e dopo le prime due sale con pannelli che ripetono il titolo della mostra e le informazioni del depliant all’ingresso, mi ritrovo davanti ad un altro gran bel cartellone con su spiattellate le date fondamentali della vita dello scultore del tipo «Antonio Canova nato… morto…» assolutamente fondamentali per qualsiasi tipo di esperienza visiva. Capìto dunque più o meno quale sarebbe stato l’andazzo dell’esposizione dei disegni arrivati da Possagno, percorro in un’oretta il lungo corridoio che affaccia su piazza Navona e rimango stupito da quanto questa mostra non mi abbia comunicato nulla.
Dopo aver sorvolato sulla divisione delle sale in Canova e l’Antico o Canova e il suo tempo che lasciano il tempo che trovano, ho trovato stupefacente quanto le opere in mostra non comunicassero minimamente con quelle che stabilmente costituiscono il patrimonio del museo (spero che la relazione non sia stata la semplice appartenenza delle opere ad un periodo compreso tra il XVIII ed il XIX secolo). E poi basta! Basta considerare il disegno come «il passaggio dalla fase ideativa alla realizzazione dell’opera» e proviamo prima di tutto a considerarlo nei termini di “immagine”. La volontà della mostra di affrontare il disegno canoviano «dal punto di vista stilistico» credo sia del tutto insufficiente a qualsiasi lavoro fatto con le immagini e che sia invece un retaggio ottocentesco di matrice accademica che ormai possiamo benissimo abbandonare (per lo meno in una mostra del 2013 che dovrebbe stimolare, mettere in discussione e che non sia mai, anche presentare qualcosa di nuovo nello studio dell’argomento). Penso allora che in realtà di segni, la gloria canoviana ne ha lasciati ben pochi, così discendo il magnifico scalone e mi dico «Dovevo immaginarlo».
