Pomezia (Rm), 41°41’0”N 12°30’0”E
È la mattina prima di natale. A casa c’è gran fermento per la cena di questa sera. Aiuterei mia madre in cucina se non dovessi incontrare Sara.
Sara Loi è una fashion designer. Si è laureata nel 2006 alla Central Saint Martins di Londra come Menswear Fashion Designer e da quel momento ha collaborato con diversi team creativi londinesi, famosi o indipendenti come Alexander McQueen, Von Sono, Onagono e Tutublu. Ha lavorato in uno studio creativo dove ha diviso lo spazio con il collettivo okaystudio (con i quali ha sempre avuto un rapporto più di amicizia che di lavoro, pur avendo collaborato con Jordi Canudas a diversi progetti). Nel 2010 Sara decide di tornare in Italia dopo 10 anni per dedicarsi a tempo pieno alle sue collezioni, pur continuando a coltivare i contatti oltre manica tramite il progetto fondato poco prima di partire: CIRCLE.
Iniziamo proprio da qui.
Cos’è Circle?
Sara Loi: è un progetto nato nel novembre del 2010, quando lavoravo al noone. Ero a contatto con tantissimi creativi con i quali dividevo, oltre all’amicizia, la necessità di avere una “vetrina”. Spesso non avevamo la possibilità di partecipare direttamente alle fashion week quindi ci siamo detti «perché non uniamo le forze e facciamo una cosa nostra?».
Oltre alle collaborazioni avevi già fondato il tuo marchio SARALOI?
Quello alla fine c’è sempre stato. Da quando sono uscita dalla ST. MARTINS ho subito messo in vendita i miei pezzi all’interno della boutique di una mia amica, e devo dire che ha riscosso anche un certo successo. C’era addirittura una ragazza che ogni volta che tornava a Londra — si era trasferita in Egitto per lavoro — andava in quella boutique a cercare i miei pezzi, ma come ti dicevo, quando ero li non sempre avevo la possibilità di creare una vera e propria collezione, poiché i soldi erano pochi e le necessità erano maggiori di quelle che si possono avere a casa con mammà.
Il non avere pronta una collezione non è stato deleterio per l’immagine del marchio?
Ovvio. Non sarei mai tornata se avessi avuto la possibilità ed il tempo di confezionare lì a Londra. È naturale che ogni volta che c’era qualcuno, vedi la ragazza di cui ti ho parlato, un giornalista, un buyer che ne voleva sapere di più e io non potevo soddisfare le loro richieste era un’occasione persa. A quel punto ho deciso di tornare, pur volendo continuare il progetto CIRCLE.
Quindi? Come hai fatto coincidere queste due cose?
Mi sono sbattuta, ecco come ho fatto. Quando sono tornata in Italia dovevo pensare a molte cose: collezione, ricrearmi un network di contatti e fornitori, nonché l’organizzazione del primo CIRCLE, appunto, al quale non ho potuto partecipare per motivi logistici. Per fortuna ho avuto modo di presenziare alla seconda edizione nel settembre 2011, sempre a Londra, decisamente più grande e sviluppata della prima.
In che senso più grande e sviluppata?
Racchiudeva più cose, non solo la mia collezione. Arte, musica, design una tre giorni non stop di eventi insomma.
E all’inizio come è stato? Il tuo approccio con Londra intendo.
Sono arrivata a Londra nel ’99, c’era un mio amico che viveva lì. Ero completamente digiuna di inglese, per questo ho trovato lavoro in un ristorante italiano. (ride) Bisogna evitarli gli italiani quando ti trasferisci all’estero, lavori un botto e non pagano un cazzo. Sono stata un paio di mesi lì e poi, per fortuna, mi hanno preso al fundation course al LONDON COLLEGE OF FASHION dopo aver visto il mio book e da lì è andata un po’ meglio.
Cosa c’era nel tuo book nel ’99?
In quei tempi non avevo la concezione del cucire o confezionare, quindi disegnavo. Disegnavo quello che mi piaceva, senza filtri, senza limitazioni dovute alla sartoria o al tessuto. Avendo poca praticità mi ispiravo a cose viste per i miei modelli. Mi piaceva da morire VERSACE, Gianni non la sorella, anche se era già morto si sentiva ancora tantissimo la sua influenza nella moda.
Adesso invece? Come crei una collezione?
Ho sicuramente un’idea più chiara di quello che voglio anche se non essendo ancora una grande figura, non posso permettermi di creare una collezione da un tessuto, un colore o una tendenza. Le prime collezioni dei piccoli label sono sempre nere non per volontà ma per necessità. Creare un capo con un tessuto continuativo è più semplice sia per il prezzo che per la disponibilità di questo. Spesso poi hai delle intuizioni che porteranno alla realizzazione di un capo ben preciso, ad esempio l’abbinare il tessuto da tappezzeria ad un capospalla.
Si, ho notato che nella collezione estiva c’è un chiodo realizzato con stoffa da tappezzeria. come mai proprio la scelta del chiodo?
Mi piacciono molto i contrasti, il chiodo ormai non segue più l’iconografia classica. Insomma è diventato un capo basico, diventando tale deve avere qualcosa per essere diverso da tutti gli altri, deve brillare di una luce propria per rimanere impresso nella memoria.
Quindi le tue collezioni sono fatte per rimanere.
Esatto! Non voglio fare tendenza, quella è fine a se stessa. La tendenza è impersonalità e non c’è cosa che mi spaventa di più. Fare tendenza implicherebbe l’influenza di una temporalità ed io non voglio influenzare troppo la collezione con il mio gusto personale di quel momento. Il guardaroba ideale dovrebbe essere composto da capi basic, che non muoiono mai, e da capi “più’ speciali”, che rappresentano al meglio la nostra personalità. Mi piace l’idea di creare degli abiti che possano cambiare forma a seconda di come si vestono, cosicché si possono interpretare diversamente quando si ha la necessità di rinnovarsi. Credo che la miglior aspirazione come designer sia proprio questo, riuscire ad infondere il senso di cosa si ha bisogno, non di cosa sia superfluo. Voglio credere che da qui a 10 anni ci sarà una sorta di presa di coscienza nel settore moda, presa di coscienza anticipata dal fenomeno del vintage. Usare capi già utilizzati dando più importanza al pezzo in sè che al marchio che lo ha prodotto. Senza contare che si dona una seconda vita al capo, proprio come con il riciclaggio, e questo è un processo essenziale.
Una specie di presa di coscienza insomma.
Bravissimo! Vorrei che si diventasse più coscienti di quello che c’è dietro ad un semplice capo indossato. Prendiamo delle innocue t-shirt. Nel trentennio ’70-’90 c’è stata una richiesta talmente grande di queste che la normale produzione non bastava, quindi i campi di cotone son stati “bombati” con additivi e sostanze inquinanti per far crescere più materia prima, quello che sta succedendo da un pò di tempo a questa parte con il cibo, e come per il cibo biologico si utilizza il cotone biologico, che naturalmente è mischiato ad altre fibre, ma è sicuramente migliore di quello coltivato sfruttando la terra, e non solo.
Utilizzi materiali bio per le tue collezioni?
Naturalmente si, qualche capo di quest’estate è realizzato in cotone organico. Per le prossime collezioni, invece, vorrei utilizzare, oltre a tessuti riciclati, dei capi riciclati.
Capi riciclati?
Si! Camicie, maglie, pantaloni buttati da tempo in magazzini. Capi in disuso insomma. Prenderli e apportargli delle modifiche rendendoli, così, nuovi. Lavorerei sempre sulla siluette e sui volumi. Così facendo si riduce di netto lo spreco. In più mettici anche che, grazie al mio target che punta ad un pubblico tra i 25 ed i 35 anni che sicuramente non possono essere identificati con la persona media, alla maggior parte dei miei capi do un accezione unisex.
Grazie a questa accezione unisex alle tue collezioni si dà più peso alla siluette che alla tendenza pur mantenendo un certo riguardo per i tessuti, chi ti influenza di più?
Come ho detto prima, cerco di dare una mia identità alle mie collezioni. Posso dire qualcuno che stimo o che ho stimato se vuoi. Direi sicuramente Margela per la classica innovazione, Hedi Slimane per la reinterpretazione della siluette maschile e Stella Mc Cartney per la sua presa di posizione contro lo sfruttamento (sia umano sia animale che ambientale)… è una grande!
Potendo, cosa faresti nel futuro?
Nel futuro spero di collaborare con tante persone, non solo nella moda, vorrei fondare dei laboratori creativi, insomma una factory LOI. Mi interesserebbe anche fare dei video. Per questo progetto mi vorrei far affiancare da figure come quella della mia ex flatmate Deniz Unal. Lei è una performer e video artist nata a Istanbul e trasferitasi verso i 10 anni a Londra. È davvero bravissima! Riesce a sommare le due etnie dando come risultato un prodotto tutto suo. Sul suo sito si possono trovare i video realizzati da lei; quello con la t-shirt che balla è stato presentato proprio per CIRCLE, quello dove lei nuota sul tappeto è stato fatto nel backyard di casa nostra e poi… Poi ce n’è uno che sicuramente, in quanto uomo, ti colpirà più degli altri. Lei ha fatto per molto tempo danza del ventre e questo video è tutto incentrato sul suo seno, lei muove le sue grazie in maniera rotatoria e concentrica come per voler ipnotizzare l’osservatore. Non a caso il video si chiama «I WILL HYPNOTIZE YOU».
È la mattina prima di Natale. A casa mia c’è gran fermento per il pranzo di domani, sono tutti andati via, mia madre è ormai andata a dormire ed io provo ad immaginarmi come sarebbe il mondo della moda se andasse come Sara vuole, o come sarebbe se le tette di tutte le ragazze del mondo girassero ipnotizzando poveri osservatori come me. Peccato che il sonno abbia interrotto tutto.




