Storie di architettura non ordinarie – Bouça Saal
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Storie di architettura non ordinarie – Bouça Saal

Si nasconde al primo sguardo nella strada che scende dritta verso il mare a nord-ovest, il complesso Bouça Saal.

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Si nasconde al primo sguardo nella strada che scende dritta verso il mare a nord-ovest, il complesso Bouça Saal. Un po’ forse si vergogna, timido del tempo che è servito perché fosse completato. Lo stesso lieve imbarazzo provato dal suo progettista, Alvaro Siza de Vieira, che intanto dagli anni ’70 ad oggi è diventato un’istituzione.

C’è il sole e il caldo di Porto ad accompagnare ogni passo. C’è l’ombra quando si gira leggermente a destra e ci si ritrova la testa coperta dallo spazio di servizio nella parte a sud-est del progetto, raccordo ad angolo tra il corpo di fabbrica e gli edifici di rua da Boavista. La geometria dei disegni su carta per un attimo perde forza a guardar in su il sole che entra dove le scale comuni arrivano, spezzando i muri in parti nere e altre bianche.

 

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Un bambino è uscito dalla sua casa – duplex, per dirla da architetto – e percorre il ballatoio appena fiorito. Scende giù in strada col pallone che ogni tanto sbatte sull’intonaco bianco portoghese dei muri e sul parapetto rosso a strisce orizzontali. Aspetta che gli amici lo raggiungano, mentre la madre osserva. Le altre presenze non si vedono ma si sentono, tra le vetrate a vasistas che danno sullo spazio comune in mezzo alle due linee di edifici. Lo stesso che ora attraversa una signora, con passo ritmato dalle scalette ripide che portano sù al primo piano e cadenzato dalla pesantezza della classica busta della spesa che tiene in una mano: nell’altra lascia un saluto alla vicina. Sale in casa, apre la porta, interrompe l’ombra che si creava sul prospetto, richiude la porta, ricrea l’ombra. Che siano troppe due persone nello stesso spazio? La sensazione del non luogo augeano sembrerebbe tornare prepotentemente come unica considerazione rispetto all’intervento architettonico, ma anche ora è solo questione di tempo. Un gruppo di bambini gira l’angolo e porta con sè un tavolo per organizzare un mercatino improvvisato. Sorridono, si avvicinano, mi chiedono di comprare un braccialetto, mi chiedono che faccio. Di portoghese capisco e parlo poco, ma vorrei spiegargli quello che so di quel posto.

 

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Che il progetto ha lottato con il tempo: iniziò nel 1973, nell’ultimo anno della dittatura di Salazaar, poi divenne operazione del Serviço de Apoio Ambulatòrio Local nel 1975. Che nasce dall’esigenza di affrontare il tema delle case a basso costo e assume così il carattere di architettura partecipata: gli abitanti discutono e si oppongono ai disegni, propongono idee e immagini, Siza cerca di elaborare i conflitti, senza nasconderli, e di trovare una soluzione. Che i lavori si sono fermati e sono stati ripresi solo nel 2000, fino al 2006, anno del suo completamento.

Immagino Siza, sorpreso a metà, accennare un sorriso e stringere il pugno di chi non ha mai perso la speranza: non nella prima fase, quando c’era la pressione degli abitanti delle case incompiute, non nella seconda, forte dell’impegno – anche economico – della Federaciòn de Cooperativas, volto a recuperare il carattere originario del progetto, convincendo gli abitanti a rinunciare ad interventi ed abitudini provvisori.

Gli si potrebbe spiegare poi dei quattro edifici paralleli, collegati nella parte settentrionale da un muro-galleria che funziona come isolamento per le abitazioni dalle stridenti e ferrose rotaie della ferrovia degli anni ’70, ora quasi inutile vista la tacita metropolitana; delle due tipologie abitative, della ricerca sull’edilizia portoghese del maestro-architetto – Quinta da Malaguiera ad Evora – e sul tema della fusione tra quartiere nuovo e tessuto urbanistico circostante; dell’influenza degli architetti di Weimar, della Siedlungen di Ernst May a Francoforte e di Bruno Taut a Berlino rispetto al tema della variazione di colore nei prospetti; della volontà di dare un carattere espressionista di compiuto-urbano al progetto come Mendelsohn suggeriva a quei tempi nel nord Europa.

 

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Ma pensa che noia, alla fine m’hanno chiesto solo di comprare un braccialetto. E forse loro, se è vero che l’architettura è di chi la vive e che la racconta in un pomeriggio coi movimenti e le abitutidini, ne sanno molto di più di me.

Le case oggi non sono perfette, non rispondono alle esigenze del mercato immobiliare. Le porticine troppo strette, le scale troppo ripide.  Ma è davvero questo l’importante, la perfezione?

I bambini ridono della gente appassionata di architettura che si allontana dal centro della città per dirigersi lì. Sapevano già il motivo per cui ero lì, erano già a conoscenza di tutto. Compro il bracciale, in cambio ricevo una limonata. Scatto una polaroid e gliela lascio per il disturbo, riprendo lo zaino e me ne vado.

 

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Testo e foto di Emiliano Zandri per Artwort.

 

          

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10 Dic 2015
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