Super Flemish, i supereroi fiamminghi di Sacha Goldberger
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Super Flemish, i supereroi fiamminghi di Sacha Goldberger

Quando ho visto Super Flemish, il progetto fotografico di Sacha Goldberger sui supereroi in salsa fiamminga, ho pensato che fosse l’ennesimo tentativo di portare la cultura pop a contatto con l’arte dei musei, di creare versioni alternative di alcuni supereroi (senza distinzioni tra Marvel e DC, c’è gente molto accanita su questo). Un esercizio di stile, […]

Quando ho visto Super Flemish, il progetto fotografico di Sacha Goldberger sui supereroi in salsa fiamminga, ho pensato che fosse l’ennesimo tentativo di portare la cultura pop a contatto con l’arte dei musei, di creare versioni alternative di alcuni supereroi (senza distinzioni tra Marvel e DC, c’è gente molto accanita su questo). Un esercizio di stile, insomma.  

Facendo un giro sul suo portfolio ho scoperto che avevo già visto molti dei suoi progetti su riviste online. La serie Mamika, che vede la nonna del fotografo protagonista in vesti da supereroina/donna cannone è forse quella più famosa.

Tutto il suo percorso fotografico, che comprende servizi di moda e pubblicitari, è un gioco con l’immaginario pop e la comunicazione, spesso sul tema dell’identità e con risultati migliori di Super Flemish, che effettivamente è davvero un esercizio di stile un po’ fine a se stesso. 

Goldbergersi era già addentrato nella pittura fiamminga con Peinture Flamande, dove ha fatto posare donne e animali, sempre riprendendone forma e pose. In un’intervista ha dichiarato:

«L’interesse della pittura fiamminga è che le persone hanno un aspetto molto umano e molto toccante, e questo è quello che volevo, portare questi freddi supereroi in una sfera più umana, più viva. Spero di far commuovere le persone in questo senso.»

L’intento di questa serie è quindi quello di rendere più umani i supereroi (operazione che in realtà nei fumetti è in atto da almeno qualche decennio) e di rappresentare un personaggio pop secondo lo stile e la forma di un van Eyck (citato dal fotografo). Non è stato nemmeno l’unico a tentare una rielaborazione del ritratto fiammingo, anche la pubblicità ha attinto a piene mani. Praticamente qualsiasi immagine del parmigiano o del grana, e in qualche caso dei tortellini, sono delle nature morte.

I supereroi ritratti, e non sono nemmeno tutti supereroi, però non sono quelli dei fumetti ma provengono dritti da film e telefilm degli anni ’70 (quelli dell’infanzia del fotografo, nato nel 1968) e quelli dell’ultimo decennio. A parte i Batman e i Superman e molti film imbarazzanti, tra anni ’80 e ’90 i supereroi non andavano molto, c’erano Indiana Jones e Jurassic Park.

Nella stessa intervista Goldberger dice chiaramente che le immagini della sua infanzia sono state proprio dipinti fiamminghi e supereroi. Questa serie non è nient’altro che quanto dichiarato, una fusione di due mondi. In questo senso, Super Flemish è dichiaratamente un lavoro sulla nostalgia delle immagini dell’infanzia.

Ogni supereroe è rappresentato nelle fattezze dell’attore o attrice più noto: Hulk, Superman, Wonder Woman sono Lou Ferrigno, Christopher Reeve e Lynda Carter, e così via, non quelli dei fumetti che cambiano ad ogni arco narrativo, ad ogni sceneggiatore e ad ogni disegnatore.

Così come Batman e Joker sono quelli dei film di Nolan e Iron Man sembra quello interpretato da Robert Downey Jr.. I vari personaggi di Star Wars invece sono identici alla loro versione cinematografica, solo con costumi leggermente diversi.

I supereroi sono anche dei personaggi archetipici, ma solo le versioni più famose diventano le versioni più diffuse le più ufficiali e in definitiva le più riconoscibili.

In questa serie non abbiamo quindi dei supereroi che provengono dalle storie a fumetti, che sono infinite tantissime ma dalle specifiche versioni audiovisive, che sono finite e limitate.

Per quanto Goldberger sia interessato ad un tipo di fotografia narrativa e staged, e cita Crewdson e LaChapelle tra i fotografi che ammira e apprezza, questa serie, scegliendo un’aderenza visiva totale con il personaggio cinematografico, perde un’occasione per reinventare davvero, e dal suo personale punto di vista, dei personaggi e delle storie, o perlomeno di dire qualcosa di diverso.

Chi riconosce il Joker di Heath Ledger non ha a disposizione un’infinità di storie in cui collocare un Joker fiammingo ma solo la specifica versione di Nolan, e si tratta di una singola storia. Non un Joker ma quel Joker. È un impoverimento della figura del supereroe, più che un arricchimento. Magari non è il caso di Joker, praticamente identico a Heath Ledger, ma la scelta di modelli, somiglianti agli attori, e le pose regalano a tutto il progetto un’aura da museo delle cere di provincia (sempre al museo si torna).

La pittura fiamminga, o almeno i ritratti, portavano letteralmente al centro della scena persone comuni, banchieri, commercianti e dame, che facevano parte di una società operosa.

Affiancare a soggetti sacri, soggetti non sacri, non solo legati alla nobiltà ma anche alle classi povere (in maniera anche grottesca), offriva una prospettiva materialista, dove l’umanità era visivamente isolata in uno sfondo neutro o inserita nel proprio contesto quotidiano, ma non per questo priva di una sua dimensione spirituale, e anzi ricca di simboli. 

In questo senso in Super Flemish mostra un contrasto tra una forma visuale in cui i soggetti erano persone non speciali e i nuovi soggetti che sono invece persone molto speciali. 

I soggetti dei ritratti fiamminghi avevano una storia nascosta nei dettagli dell’ambiente o del vestiario, e ogni dettaglio aveva un significato, storico e funzionale, che ne rivelavano identità e professione. Il centro era tanto l’umanità rappresentata da vicino e distante dal misticismo dell’arte gotica e barocca, quanto, ancor di più, un’umanità che lavorava, la cui etica del lavoro era strettamente collegata all’ideologia religiosa calvinista e protestante.  

Gli elementi del vestiario riproposti nella serie fotografica perdono però ogni senso. Un esempio: la gorgiera.

Un accessorio usato solamente dagli aristocratici a partire, più o meno, dal 1500.

Se si può riconoscere facilmente Kal-El come un nobile (così come Wonder Woman e la principessa Leia), Bruce Wayne e Tony Stark sono alto borghesi arricchiti grazie al genio imprenditoriale, ma di certo Bruce Banner a.k.a Hulk e Logan a.k.a. Wolverine non lo sono. A pensarci bene Batman e Iron Man potrebbero essere davvero i discendenti di quei fiamminghi tanto attenti al lavoro e poi emigrati nelle nuove terre oltreoceano. 

In Super Flemish la gorgiera viene usata solamente come segno di un’epoca passata, senza la sua funzione unica di distinzione sociale, e anche in leggero contrasto con le intenzioni del fotografo che voleva rendere i supereroi più caldi. Forse l’immagine di aristocratici alteri non è proprio l’esempio migliore di umanità e vita (sicuramente non quello Spiderman che sembra uno psicopatico pronto a tagliarti la gola con le ragnatele).

Forse solo Hulk risulta simpatico, a causa del contrasto (è sempre tutto basato sul contrasto) tra la mole e il noto carattere iracondo, e le brache e la gorgiera che lo fanno sembrare una bestia vestita a festa. Alcuni sono ben riusciti, altri sembrano aver perso tutto, come Capitan America e Wonder Woman, usciti da poco da un istituto psichiatrico e Wolverine in cui strappi sul vestito fanno pensare che ancora non sappia governare molto bene i suoi artigli (e infatti è triste).

Ovviamente l’intento di Goldberger non era filologico (a rigor di logica Capitan America non sarebbe nemmeno dovuto esistere) e non voglio accusarlo di poca accuratezza storica.

Ma torniamo alla narrazione potenziale di ogni scatto. 

Le specifiche versioni di ogni personaggio hanno limitato le possibilità di re-immaginarli, così come le versioni rinascimentali dei costumi non ci dicono molto sulle loro storie.
Parte del fascino dei supereroi sta nella doppia vita, nel rapporto e negli sviluppi narrativi che ci sono tra le due identità, tra Spiderman e il fotografo Peter Parker che fotografa se stesso, tra il Cavaliere Oscuro e il playboy mondano Bruce Wayne, tra il timido Clark Kent e Superman. 

Nulla in queste foto ci rivela cosa potessero essere i supereroi se fossero stati inseriti in un contesto diverso. 

Forse Peter Parker sarebbe stato un diacono, Bruce Wayne un ricco anfitrione con una ambigua relazione con un suo valletto Robinio, Selina Kyle una nobile con manie cleptomani, Tony Stark un armatore, e il Joker, vabè, sempre un mentecatto (anzi la figura del Joker da giullare di corte, diventa un supervillain e ritorna di sponda come aristocratico) .

Sono tutti rappresentati in vesti aristocratiche. Nessun altra categoria sociale o professionalità è presente. Non ci sono chierici, né contadini, né marinai, né commercianti, né fabbri, né banchieri e soprattutto non ci sono alte gerarchie militari. I militari presenti sono quelli che erano già militari e che non possono essere altro che militari. 

Nell’episodio pilota di Agents of S.H.I.E.L.D (l’unico che ho visto in realtà) l’agente Coulson dice ad un aspirante eroe che stava andando un po’ fuori di testa: Un eroe è quello che è per quello che fa, non per quello che è (è una produzione ufficiale Marvel, quindi dovete fidarvi).

Ogni volta che si rappresenta un supereroe lo si rappresenta in quanto tale, in quanto eroe che non può perdere mai il suo status di eroe, ha già salvato i mondi e ha già salvato le genti. 

C’è una differenza però tra i personaggi di Star Wars e i supereroi. Star Wars è una saga epica e nella rappresentazione fotografica sono implicite l’azione che hanno compiuto ma le si conoscono e ricordano. Chewbecca è un eroe perché ci ricordiamo (più o meno) quello che ha fatto nei film, ha aiutato a combattere Darth Vader e quindi è un eroe. 

Ma chi si ricorda le azioni di Hulk in quanto eroe (oltre al fatto che non dev’essere facile essere Hulk)? Qui, ad esempio, sta la differenza sostanziale tra i personaggi di narrazioni seriali e gli altri.  

Per concludere: un mash-up decente, visivo o musicale che sia, dovrebbe riuscire a creare qualcosa che vada oltre gli elementi che lo compongono e che abbia un valore estetico autonomo e aggiungere in più un’interpretazione e un senso anche ai singoli elementi, presi da soli.

Super Flemish non mi sembra abbia molto da aggiungere né alla comprensione e alla forma dell’arte fiamminga, né alle storie e ai personaggi rappresentati (men che meno a quelli di Star Wars che rimangono identici). Il risultato finale ha comunque un suo fascino che risiede più che altro nella sorpresa di vedere due elementi molto distanti fusi tra loro e nei costumi che sono ben fatti e ben damascati.

Antonio Caruso
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