Premetto, so bene che di Berlino ne abbiamo piene le scatole, tanto la sottoscritta quanto probabilmente tutti voi che negli ultimi anni non avete fatto altro che leggere blog su quanto la città sia anticonformista e che vi siete sorbiti cascate di post su Facebook dei vostri amici in vacanza nella capitale tedesca, che si taggavano al Tacheles o al Berghain, e sottolineavano che voi in Italia siete morti e che non avreste mai potuto capire quanto tutto fosse bello. I più vivi complimenti, perché probabilmente i vostri blog li hanno letti anche un sacco di imprenditori che si sono accorti di potersi comprare un palazzo con duecentomila euro e farlo diventare la nuova sede di qualche centro commerciale con dentro H&M. Grazie, se ve lo tenevate per voi che Berlino era figa e costava poco magari la festa continuerebbe ad andare avanti, invece adesso mi tocca vivere in Hypsterland, tra negozi “bio” ridicolmente cari, affitti più alti e un boom di famiglie con vestiti vintage capitanate da madri arroganti che si prendono i posti migliori sul bus con la stessa veemenza con la quale le suffragette hanno combattuto per il diritto di voto, ovvero arrivando al martirio. Anche sul Tacheles, lo storico squat di artisti occupato agli inizi degli anni Novanta e chiuso lo scorso settembre (se non sapete la storia, cercatela su Google), sono state spese un sacco di parole. Mettiamo in chiaro che con coloro che rappresentano il cuore creativo della Kunsthaus ho lavorato e ho condiviso idee, momenti e confronti; inlcuso quell’inconfondibile odore che ricorda l’orinatoio di una chiesa, visto che per arginare l’olezzo di pipì fatta negli angoli durante le feste venivano accesi incensi ecclesiastici. Non era esattamente gradevole, ma dopo un po’ci si faceva l’abitudine, (no, non è vero).
Rappresenta(va) una tappa fondamentale per turisti e per i nuovi arrivati nella capitale: quelle scale infinite e lontane anni luce da ogni norma di sicurezza architettonica e ingegneristica, sono state un tappeto rosso testimone di innamoramenti fulminei con lo stile di vita della Berlino anni Novanta. Un labirinto di atelier e bar incastrati in ogni angolo; quante birrette bevute al Cafè Zapata, quanti musicisti avvenenti ho cercato di rimorchiare, di tanto in tanto con buoni risultati! Graffiti su ogni superficie verticale, che quando erano freschi ti intossicavano anima e polmoni, artisti schivi e sorridenti, a volte li vedevi mentre si preparavano il té in un angolo o si mangiavano qualche zuppetta vegana preparata chissà come, talvolta ti invitavano a entrare e visionare i loro lavori con un cenno della testa, altre volte non ti degnavano nemmeno di uno sguardo e continuavano con le loro faccende personali, e tu ti sentivi un po’ un voyeur entrato nella sfera intima di qualche rilassato sconosciuto. Lentamente il motore creatore e promotore di controcultura del Tacheles ha cominciato a rallentare, vuoi perché gli anni passano per tutti, vuoi perché niente dura per sempre, vuoi perché adesso scrivo un altro cliché, e sono arrivate le bancarelle per turisti accanto alle opere d’arte, tavole imbandite di chincaglierie simil indiani d’america, orecchini di piuma e braccialetti in finto cuoio, accompagnati dall’infinta melodia di My heart will go on di Celine Dion suonata con il flauto di pan per tutto il giorno. Poco più in là, i collage fotografici diventati status symbol del passaggio a Berlino: ma dove vai se non ti sei comprato la cartolina di Tim Roelofs che dice «Kultur kann man nicht kaufen», anche se non sai che cosa voglia dire. Molti artisti hanno cominciato a mettere le tende negli atelier, arginando il ricambio culturale e rallentando la circolazione di progetti e la crescita. Il Tacheles era il simbolo della rinascita della Berlino post-muro, era il germoglio dell’est europeo, il varco di confine tra ovest ed est, dove purtroppo si sono infilati yuppie con i loro strabordanti capitali invadenti. Nei confronti di quel luogo i miei sentimenti sono contrastanti, la sua importanza storica, il suo essere un bene culturale che appartiene al popolo, le sensazioni uniche che riusciva a trasmettere, si sono incagliate con un triste decadimento, anno dopo anno quel meraviglioso mostro architettonico sfioriva sotto i colpi della routine, dello strozzinaggio turistico, della mancanza di soldi e, diciamocelo, su una bella seduta sugli allori della maggior parte di coloro che lo abitavano.
La colpa del suo declino però è in parte anche nostra, essendo un luogo di scambio democratico e comune di idee che appartiene a tutti, al di là dell’inarrestabile avarizia degli interessi di investitori e speculatori che, ahimé, hanno il coltello dalla parte del manico. Mi sono lamentata del Tacheles, perché negli ultimi anni era diventato un luogo tautologico e ripiegato su stesso; le manifestazioni contro la sua chiusura si sono accese solo nel momento in cui sono sbarcate squadre di poliziotti con chiodi e travi intenzionati a sbarrarlo, ma non ho visto prima di quel momento uno sforzo per farlo andare avanti, per farlo rimanere quel centro di attrazione di forze artistiche e stimolanti, con iniziative tangibili e più solide di un concerto o un dj set, magari attraverso residenze d’artista, proposte concrete e progetti forti, che avrebbero dovuto dialogare anche con le istituzioni, perché non si può far finta di stare su un’isola deserta. La Kunsthaus e i café si sono fatti la guerra invece di aiutarsi a vicenda, e l’unica persona valida (B., lei è sempre stata il sole di quel luogo, anche negli inverni più rigidi) da sola non poteva farcela. Qualche giorno fa sono stata al compleanno per i ventritrè anni del Tacheles, celebrato proprio un giorno prima del mio. L’ho vissuto un po’ come un funeral party, un canto del cigno. Nel cortile dietro al grande edificio era stato imbastito un piccolo palco, ho ascoltato la band che suonava circondata da quelle sculture così familiari, strambi animali ferrosi che avevo visto così tante volte, che tutti noi abbiamo visto. Non la migliore delle idee fare una festa all’aperto di febbraio con quei confortevoli -4 °C gradi, ma c’era un falò e il bar vendeva mini bottigle di Jägermeister e la mia compagnia non era affatto male. C’erano praticamente solo italiani, forse perché siamo rimasti i più affezionati, siamo un popolo di incantati e incantatori, e le favole ci sono sempre piaciute, anche quelle senza lieto fine. Mentre andavo in ipotermia pensavo a tutto quello che quel posto ha significato, anche molto prima che io ci mettessi piede per la prima volta.
Ancora prima che diventasse la Kunsthaus era stata una prigione nazista per i detenuti francesi, negli anni del Muro fu sede del Freier Deutscher Gewerkschaftsbund, il sindacato unitario della DDR; negli anni Novanta era soltanto un edificio condannato alla demolizione e salvato da qualche decina di persone che hanno piantato il germoglio di un pezzo di storia; storia alla quale mi sono improvvisamente resa conto di aver preso parte anche io. La mia amica A. mi ha guardata a un certo punto e mi ha detto: «Lo avranno anche sbarrato, ma guarda quanta gente c’è qui stasera. Essere state al Tacheles e averlo vissuto in questi anni è una di quelle cose che racconterai ai tuoi figli e ai tuoi nipoti». Già, e penseranno a quanto la loro mamma/zia era figa, perché viveva a Berlino in quegli anni. Mi sono sentita un po’ come quando il cugino di mia mamma mi raccontava degli anni Sessanta e io lo guardavo tutta piena di ammirazione. Queste sono le cose che racconteremo, e in quel momento ho visto l’evento passivo della realtà intorno a me trasformarsi improvvisamente in narrazione:
«Ecco che cosa ho pensato: affinché l’avvenimento più comune divenga un’avventura è necessario e sufficiente che ci si metta a raccontarlo. Un uomo è sempre un narratore di storie, vive circondato delle sue storie e delle storie altrui, tutto quello che gli capita lo vede attraverso di esse, e cerca di vivere la sua vita come se la raccontasse. Avrei voluto che i momenti della mia vita si susseguissero e s’ordinassero come quelli d’una vita che si rievoca. Sarebbe come tentar d’acchiappare il tempo per la coda.»
Lo diceva Sartre, ne La nausea, e lo dice anche a modo suo il grande murales sulla parete laterale del Tacheles «How long is now?»

