Complici le comuni origini abruzzesi, Daniele Zinni (scrittore) e Piergiorgio Sorgetti (fotografo) hanno cercato spunto per una collaborazione artistica nei luoghi che conoscono da sempre. Nell’arco di un anno, hanno trasfigurato la contrada, da cui entrambi si sono allontanati per studio o per lavoro, in TOTEM, un itinerario narrativo pensato quasi come un diario, a metà fra fotografia e scrittura.
TOTEM non è una semplice giustapposizione di immagini e parole presentata allo spettatore: la mostra vuole accogliere chi guarda in un unico gesto che, esercitato sul quotidiano, priva questa dimensione della familiarità che siamo abituati a riconoscerle. Daniele e Piergiorgio, tornati in Abruzzo dopo anni di lontananza, hanno perso l’abitudine a guardare con consuetudine le forme della contrada e non riconoscono immediatamente il valore che assumono in quel contesto culturale. Il loro sguardo rimane a metà, in un limbo in cui riconoscere le geometrie non comporta investirle di un significato usuale, ma dove il valore delle apparizioni che si trovano davanti deve essere ricostruito volta per volta.
Il progetto è stato esposto durante l’inverno in provincia di Chieti e Lecce, e proprio in questi ultimi giorni è stato in mostra a Reggio Emilia, nel circuito off del festival Fotografia Europea.
TOTEM sembra l’incontro fortuito tra Ritratti di Fabbriche di Gabriele Basilico, il terzo paesaggio di cui parla Gilles Clément e i lavori di Luigi Ghirri a cui è dedicata questa edizione di Fotografia Europea.
PS: Hai centrato un punto fondamentale. Basilico è certamente molto vicino a questo progetto, anche se lui si è occupato della complessità del paesaggio metropolitano mentre io sono voluto partire dalla contrada e da li arrivare comunque al terzo paesaggio. Basilico è uno dei miei fotografi preferiti e devo molto del mio stile alle sue foto. TOTEM, però, è frutto di una riflessione partita dall’esposizione dei New Topographers [N.d.R. mostra presentata a New York nel gennaio del 1975].


Come nella fotografia di Luigi Ghirri, anche in TOTEM l’elemento semplice, pensato come presenza singolare, è il padrone della scena.
PS: La semplicità delle forme geometriche è rintracciabile molto più facilmente nella contrada di quanto possa esserlo in un panorama cittadino. Uno degli obiettivi che ci siamo dati durante la progettazione di TOTEM è la riflessione sul limite tra il consumo e la natura, quello che incontriamo nel terzo paesaggio. Allo studio del terzo paesaggio sono arrivato dopo aver dedicato attenzioni alle linee semplici e agli elementi isolati. TOTEM vuole aprire gli occhi dello spettatore di fronte ad un panorama in cui la frontalità ostentata con cui viene fotografato l’elemento semplice lo isola obbligandolo a presentarsi scevro dalle sovrastrutture dell’abitudine. Ho voluto presentare il terzo paesaggio, quello della contrada, privando le tracce umane della familiarità che siamo abituati a riconoscergli, isolando l’elemento umano dal paesaggio circostante l’unico sguardo sulla scena rimane quello dello spettatore a cui è dato il compito di restituire all’oggetto la sua integrità.
Daniele, TOTEM è stata pensata come un itinerario lungo un anno nella contrada abruzzese. Nel testo che accompagna 24 novembre, alla guida tu citi la freccia di Zenone all’interno di un percorso in cui non è l’arrivo che conta – alla fine della mostra lo spettatore naufraga in un’isola di palme – ma è il tragitto a informare chi guarda.
DZ: È vero: TOTEM è un percorso in cui non è importante dove si vuole arrivare. La freccia di Zenone si inserisce all’interno della progressione dei testi che si occupano di percezione. In questo tratto di percorso – a me piace pensare a TOTEM prima di tutto come ad un itinerario – credo siano molto forti le esperienze dello sguardo dello spettatore. Le foto di Piergiorgio, così centrali e simmetriche, invitano l’occhio di chi guarda a cercare sul fondo un punto di fuga. Il testo si riferisce alla ricerca senza tregua di quel punto di fuga, che può essere un significato o una familiarità con il paesaggio. Sta alla capacità di lettura dello spettatore di trattenersi da ogni interpretazione, per questo ho voluto aggiungere tra parentesi che «Un dito è già molte lune!» perché il mezzo, o il significante, è in primo luogo una destinazione, o un significato.


Davanti ai vostri dittici, lo spettatore ha difficoltà a riconoscere i testi nelle le fotografie, come se si intuisse che la comprensione è data soltanto ad un gruppo di eletti. Esiste un livello di esoterismo in TOTEM oppure testi e foto dialogano facendo uso di due linguaggi che non sono riducibili l’uno all’altro? Penso in particolare a 1 giugno, alla finestra, la foto scelta come copertina del catalogo.
PS: C’è un rapporto, tra le due parti dell’itinerario, ma fotografie e testi possono essere immaginati come due linee parallele. Quanto a quella foto in particolare, ci siamo accorti che alla lunga anche noi, parlandone, la chiamiamo “il totem”, anche se siamo i primi a sapere che è una torretta elettrica. Il gioco dei rimandi tra testi e immagini finisce per funzionare così tanto che ad un certo punto il nome della mostra prende il posto del nome dell’oggetto.
DZ:Non dobbiamo confondere il paesaggio rappresentato con la rappresentazione del paesaggio. Leggere il testo di una foto, ad esempio di 1 giugno, alla finestra, e ricercare la figura di un’Atlantide nella foto, vuol dire compiere quella fallacia dell’interpretazione per la quale lo spettatore pretende di orientarsi al costo di creare dal nulla dei punti cardinali che non esistono. Leggere i testi, e considerare le Atlantidi che emergono come una metafora della torretta, è un errore che abbiamo volutamente proposto allo spettatore per invitarlo a ripensare il panorama in cui sono fotografati gli elementi della contrada. Mentre all’infinito, inteso come fuoco fotografico e come orizzonte visivo, tutto diventa uguale e si confonde, qui al contrario il soggetto ci si presenta in primo piano davanti come un io parlante. E se nel primo gruppo di immagini questo io parlante tenta di ordinare la realtà, a metà del percorso decide che non vale la pena e si lascia sopraffare.


Guardando 9 aprile, colazione mi è tornato in mente questo passo: «La fotografia non si limita a riprodurre il reale, ma lo ricicla, secondo una procedura fondamentale della società moderna. […] La fotografia è uno dei principali mezzi di produzione di quell’unica qualità, attribuita a cose e situazioni, che cancella tutte queste distinzioni: «l’interessante». Ciò che rende interessante qualcosa è che lo si può vedere come somigliante, o analogo, a qualcos’altro. Esiste un’arte e esistono mode di vedere le cose per renderle interessanti; e per alimentare questa arte e queste mode, c’è un riciclaggio continuo dei manufatti e dei gusti del passato. I cliché, una volta riciclato, diventano meta cliché. Il riciclaggio fotografico trasforma in clichés oggetti unici e in manufatti caratteristici e vitali i clichés. Tra le immagini delle cose reali si stratificano immagini di immagini» (Susan Sontag, Sulla fotografia, Einaudi, 2001, p.151)
PS: La madonnina fa parte di qualsiasi cultura e sopratutto di quella della contrada italiana. È qualcosa di inevitabile che i simboli vengano riletti secondo il tempo. Esiste una forma di riciclaggio, a cui fa riferimento Susan Sontag, secondo cui gli elementi della tradizione tracciano nuovi riferimenti con il mondo e con la cultura in cui sono immersi. Le geometrie vengono sostituite con nuovi contenuti che ricordano simboli riadattati e riempiti di nuovo significato. Il market di 25 giugno, all’uscio non ha più un luogo, l’insegna può riportare a qualunque posto: diventa un global market delocalizzato.
DZ: Una cosa che mi piace ripetere perché mi sembra efficace, anche per spiegare il titolo, è che il sacro sta sempre nell’occhio di chi guarda. Fra tutte queste cose, che assumono diversi valori secondo il punto di vista dal quale le si guarda, la madonnina [9 aprile] e la croce al fianco della casa con il tetto spiovente [17 luglio] sono paradossalmente gli oggetti che in tutto il percorso richiamano meno al sacro “convenzionale”.
I soggetti di TOTEM non hanno nulla a che fare con l’arte classica o con il sacro, anche se le geometrie li richiamano in più di un’occasione. Gli elementi semplici si fanno carico di un paradosso che si concretizza di fronte allo spettatore, una volta che tutti i pezzi del diario che compiono TOTEM siano stati scoperti: le geometrie del sacro racchiudono contenuti più che mai umani.
PS: Gli elementi si staccano dallo sfondo e assumono una loro sacralità secondo le leggi del nostro tempo.