«Non posso credere che voi idioti stiate davvero comprando questa merda».
Parla chiaro la serigrafia di Banksy, che ritrae una casa d’aste, proprio all’ingresso della mostra War, Capitalism & Liberty, che a Roma mette insieme oltre 150 opere del controverso street artist.
Mai così tanti quadri dell’artista sono stati raccolti insieme. Un’operazione con la quale però, non smettono mai di ripetere curatori (i romani 999contemporary e l’inglese Acoris Andipa), promotori (Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo), e la pr Jo Brooks, “the artist known as Banksy” non ha nulla a che fare.
D’altronde il ruolo di Banksy è a monte, producendo e vendendo immagini che, come in questo caso, sono state prestate da “gentili” e facoltosi collezionisti. E non è certo nell’interesse degli organizzatori rovinarsi i rapporti diplomatici con l’artista (o meglio, la sua email, dato che è l’unico modo per comunicarci) e il suo entourage.
Tanto rumore per nulla, quando si parla di street art nei musei. Tabù, sacrilegio, una parolaccia, alla stregua di “privati” in ambito di beni culturali. Eppure, proprio come la sintesi tra pubblico e privato può portare a grandi risultati (come per il Museo Egizio di Torino), basterebbe cambiare il punto di vista. «Qui dentro di street art non c’è niente», sentenzia uno dei curatori, Acoris Andipa, uno dei maggiori dealer di Banksy a livello mondiale. È vero.
Nella battaglia tra puristi della street art illegale e “venduti” alle logiche del mercato, qui le questioni etiche evaporano. Tra i muri immacolati, i pavimenti marmorei e i soffitti a volta di Palazzo Cipolla, tra i ratti, il lanciatore di mazzi di fiori, le nonnine che sferruzzano maglioni “punk is not dead” e “thug life”, il bobby che mostra il dito medio, Lady D sulle banconote da 10 sterline, un Churchill punk, c’è tutta l’iconografia di Banksy. Anzi, un’iconoclastia che confonde lo spettatore. Immagini forti, comunicative, dalla leggibilità immediata, tanto British humour. C’è un suo autoritratto, o meglio un ritratto dei suoi occhiali (uno dei vari tranelli mediatici orchestrati intorno alla mostra); c’è il suo sguardo dissacrante sull’establishment e allo stesso tempo l’innegabile presenza di esso, forte nel lusso delle cornici dorate che incasellano stencil dalla fattura rozza e affrettata. «Pensate che c’è un mio cliente – dice Andipa – che colleziona solo Picasso, e da qualche tempo anche Banksy».
La mostra non vuole fare il verso alla strada. Nessuna opera è stata “strappata” ai muri, le immagini esibite stanno bene dove stanno perché fatte per stare appese in case borghesi. Lo stesso Banksy, con una mossa intelligente, per contrastare la pratica dell’appropriazione indebita ha messo su un sistema di autenticazione, il Pest Control. Dunque sono opere originali e certificate.
«L’intento è dare la possibilità alle persone che hanno visto l’arte di Banksy solo attraverso uno schermo di farlo dal vivo», dice Stefano Antonelli della 999Contemporary, un altro dei curatori. E, considerando che di opere su muro di Banksy ormai ce ne sono poche, l’occasione di vedere praticamente tutto il suo corpus artis dal 2000 ad oggi non è male.
Una mostra da apprezzare per quello che è: quadri, anzi, immagini. Figlie dell’epoca digitale e della riproducibilità seriale. C’è chi dice che un’opera di Banksy sul muro di Gaza abbia più forza evocativa. Forse è vero. Ma qui siamo a Roma, in pieno centro, tra le volte di uno storico palazzo nobiliare. Immersi nel nostro mondo contraddittorio. E nella mostra le contraddizioni sono palesate e leggibili, quasi volute, con buona pace di chi dice «povero Banksy ti stanno sfruttando» o che trova sbiadite le sue denunce sociali dentro una cornice. Qualche purista odierà, ma è da tempo che la street art ha perso l’innocenza.
Foto Dario Lasagni