Washington DC e la digitalizzazione delle opere d’arte
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Washington DC e la digitalizzazione delle opere d’arte

Lo Smithsonian ha digitalizzato 50.000 opere della sua collezione. La National Gallery of Art digitalizzerà 8.000 fotografie di Robert Frank.

La scorsa settimana due eventi sono accaduti nel mondo artistico di Washington che hanno attirato la nostra attenzione:

  • Il museo americano Smithsonian ha digitalizzato una parte della sua enorme collezione che comprende 1.806 oggetti d’arte americana, 1.176 oggetti antichi egizi, 2.076 oggetti antichi del Vicino Oriente, 10.424 oggetti cinesi, 2.683 oggetti islamici, 1.213 del Sud e Sud-Est asiatico, oggetti coreani, armeni, bizantini, greci e opere romane. Il museo ha affermato che il lavoro di digitalizzazione ha prodotto 50.000 immagini dal peso di più di dieci terabyte. Dipinti, ventagli, maschere. Il 78% di queste opere d’arte, secondo un portavoce del museo, a memoria d’uomo non era mai stato esposto. Ora è a disposizione del pubblico mondiale dopo un lungo lavoro di categorizzazione e caricamento di immagini nel database.

  • Sempre a Washington DC, il lavoro del fotografo Robert Frank, nato nel 1924 a Zurigo, diventa a portata di click per festeggiare i novanta anni dell’artista. La National Gallery of Art ha iniziato a digitalizzare la sua collezione costituita da più di 8mila scatti realizzati tra il 1937 e il 2005. Per ora le foto online sono poco più di seicento, ma l’obiettivo della galleria è ciò che conta: diffondere il materiale solitamente riservato a ricercatori e addetti ai lavori per far conoscere l’arte e la creatività di Robert Frank. Questo ovviamente prestando sempre attenzione al copyright: riproduzioni di foto non sono possibili se non espressamente richieste ed approvate.

La difficoltà e il costo della digitalizzazione delle opere d’arte sono i motivi per cui questo processo trova ostacoli nel resto delle istituzioni museali. Tutte le opere devono essere fotografate con cautela per proteggerne l’integrità. Le foto devono essere caricate e categorizzate con parole chiave come nei più classici archivi e organizzate in modo che le persone tramite internet poi possano usufruirne. Si stima che il lavoro di digitalizzazione della collezione dello Smithsonian abbia coinvolto 54 persone per un totale di 10mila ore di lavoro.

«Siamo in bilico su un punto di svolta digitale, e la natura di ciò che significa essere un museo sta cambiando», ha affermato il direttore del museo Julian Raby. «Ci impegniamo a promuovere l’amore e lo studio dell’arte asiatica, e il modo migliore per farlo è quello di liberare le nostre risorse senza pari per ispirare l’apprezzamento, lo studio accademico, e la creazione artistica.»

Che l’arte sia, tra le tante discipline, quella che più risente dell’azione di internet come via di informazione e condivisione, non è una novità. Il web ha portato i musei, gli artisti e le gallerie a dover riflettere sul proprio futuro distaccandosi dalla tradizione e abbracciando anche nuove metodologie per continuare a crescere. Prima di Washington, il Rijksmuseum di Amsterdam aveva di nuovo dimostrato alle istituzioni artistiche di avere la capacità di rimanere al passo con i tempi iniziando la digitalizzazione delle sue opere. Nel 2014 dei circa 6.500 dipinti, 90 mila oggetti, 150 mila fotografie e 700 mila lavori su carta, oltre 150mila sono stati inseriti nella piattaforma digitale del museo, il Rijks Studio. Accessibile gratuitamente, il sito consente di visualizzare e scaricare in alta risoluzione le immagini dei maggiori capolavori del museo e, attraverso un programma, gli utenti sono invitati a modificare a loro piacimento le opere, giocando con i loro dettagli per crearne di nuove.

Ma ancora prima dei musei, è stato Google nel 2011 ad iniziare un progetto dedicato alla raccolta di opere artistiche online.

Google Art Project non è solo un archivio di immagini, bensì è una visita virtuale in alcuni dei musei e gallerie più belle del mondo. La tecnologia utilizzata è quella di Google Street View, ma al posto delle strade è possibile sbirciare le sale della Tate Gallery di Londra, del Metropolitan Museum of Art di New York, degli Uffizi di Firenze e dei Musei capitolini di Roma. Il numero dei musei coinvolti nel progetto cresce costantemente, dimostrando che l’arte può trovare in internet un nuovo luogo dove poter vivere. Al momento il network del progetto Google è formato da 345 musei e istituzioni di tutto il mondo, la piattaforma digitale raccoglie oltre 63mila opere d’arte, di cui 96 ad altissima definizione e oltre 460mila gallery create e personalizzate dai singoli utenti. Ammirare il grande arazzo di Alighiero Boetti in una definizione di 7 miliardi di pixel dal proprio schermo del pc fa il suo effetto.

La decisione di far uscire l’arte dalle classiche strutture museali sembra quindi una scelta ormai obbligata da parte delle istituzioni che cercano di soddisfare le nuove richieste del pubblico che la ama, ma porta con sé anche un concetto di condivisione libera dell’arte che troppo spesso nei decenni passati sembrava essere stata messa da parte.

 

In copertina: Love Letter – Kajita Hanko, 1870-1917, Hakubunkan

 

Elena Fortunati
Nasce in un paesino della provincia romana nel 1988. Laureata alla magistrale in Storia dell'Arte contemporanea all'Università di Roma La Sapienza, ha collaborato con Collater.al, Dude Mag, Vice e Inside Art. Sotto lo pseudonimo aupres de toi, lascia dal 2011 nel web immagini fotografiche. Fonda nel 2016 contemporary.rome.
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