
«Dovevamo arrivare noi con i nostri trenta metri quadri, ridicolo.».
Con il progetto Esposizione collettiva di arte di strada internazionale, la 999Contemporary riunisce per una mostra in due episodi i nomi più importanti della street art mondiale, proponendo Banksy, Ben Eine, Mr. Brainwash, Shepard Fairey, Slinkachu e Space Invader.
L’esposizione della galleria romana è l’esplicitazione del progetto 2 Many Curators con il quale i ragazzi della 999Contemporary attuano un nuovo modo di fare cura artistica, distaccandosi dai modelli classici che spesso adottano le altre gallerie.
«I 2MC infatti non percepiscono stupido denaro ma solo arte, complimenti e incoraggiamenti. E sono felici.».
Quando chiedo loro se si aspettavano una risposta così positiva da parte del pubblico, una così grande partecipazione, mi rispondono che probabilmente gli addetti ai lavori fino ad oggi «sono riusciti a concepire solo Caravaggio!».
E come non dargli torto.
Il desiderio di cambiamento si percepisce, il pubblico esige di più. Ma qualcosa sta già cambiando.
Quando Angelina Jolie spese più di 400.000 dollari per tre opere di Banksy, si poteva pensare ad un capriccio da diva che cavalca l’onda della moda aggiungendosi, nemmeno troppo originalmente, ad una folta schiera di amanti della street art.
Il discorso comincia a farsi più interessante se pensiamo che già nel 2008, per la campagna presidenziale americana, Barak Obama sceglie Shepard Fairey. Lui, uno degli street artist più importanti a livello mondiale reduce dalla campagna virale Andrè the Giant has a Posse, firmata Obey, continua a dar prova della sua bravura mostrando a tutto il mondo come moduli di rosso, bianco e blu rappresentino molto più che semplici colori.
Ancora più interessante è scoprire che l’artista preferito da David e Samantha Cameron altri non è che Ben Eine.
Proprio lui, l’altro originale principe alla corte della regina street art, colui che soprattutto nell’East End londinese dissemina enormi lettere colorate su serrande di negozi e muri.
È lui che è riuscito ad avere carta bianca per il suo progetto a Mercer Sreet, Covent Garden, ed è sempre lui l’autore di 21st Century City, opera scelta dalla stessa Samantha Cameron come regalo per il presidente americano. Come non essere d’accordo con l’artista allora quando ci confida «David Cameron saed my life».
La questione è proprio nell’evoluzione di questo genere artistico, nell’evoluzione che ha visto il passaggio dei dipinti urbani da atti di vandalismo fuorilegge, da quel Valdalism, a possibili protagonisti di redenzione.
Oggi quest’arte non arreda semplicemente salotti di divi annoiati ma grazie alla sua capacità comunicativa ed alla sua alta qualità viene eletta dagli stessi uomini di potere come arte a tutti gli effetti.
Ed il pubblico si è accorto di questo cambiamento.
Qualcuno bisbiglia che è solo moda, qualcuno parla di vera arte, e a chi parla di lavoro illegale Ben Eine risponde «I passionately believe that a percentage of your work should be without permission. It’s what makes street art so exciting.».
Il pubblico ringrazia per i vostri trenta metri quadri.
DUDE: Innanzitutto,chi è la 999Contemporary?
999Contemporary: Non dovrei dirlo ma ormai è fatta: è un potente anti-depressivo che non dà assuefazione e non necessita di beta bloccanti, le grandi farmaceutiche, proprio in questo momento, stanno già tremando.
D: Qual è la caratteristica curatoriale della 999Contemporary, in cosa si differenzia e vuole differenziarsi rispetto le altre gallerie?
999: Le altre gallerie usano curatori di varie età, competenti e più o meno radicati nelle istituzioni. 999 usa guaritori volontari, che vivono in clandestinità e sotto i venticinque anni. Devono tutti passare il test Voight-Kampff, lavorano in gruppo con il nome di 2 MANY CURATORS e nella stagione degli amori sono incontrollabili. Ma abbiamo già notato tracce di corruzione e ossidazione del pensiero, stiamo quindi pensando di abbassare l’età dei curatori a sedici anni.
D: 2 many curators è una vostra proposta curatoriale molto interessante che crede nella capacità di giovani curatori di potersi in qualche modo differenziare dalla cura più istituzionale. Come agiscono i curatori della 999Contemporary e in cosa si differenziano dalla cura più classica?
999: I 2MC curano tutte le mostre che i galleristi gli impongono con la forza e in cambio hanno tre o quattro settimane libere in galleria in cui possono portare chi gli pare. Il progetto si chiama Massa Critica e ci è stato suggerito da entità aliene (crediamo) durante un rapimento che abbiamo subito, ma questa è un’altra storia. Durante Massa Critica i 2MC espongono chi gli pare senza dover rendere conto a nessuno, solo al pubblico che, armato di post-it, può scrivere quello che pensa di un’opera o dell’artista e appiccicarlo sul muro della galleria. Poi noi mettiamo tutto in rete. Pensiamo che l’orizzonte del loro sguardo poggi con più aderenza al contemporaneo, sicuramente più del nostro e di tutti gli altri curatori vecchi e prezzolati che girano su piazza. I 2MC infatti non percepiscono stupido denaro ma solo arte, complimenti e incoraggiamenti. E sono felici.
D: Come e quando nasce l’idea per la mostra? Perché Vandalism?
999: Ma sai, Vandalism è la mostra che da anni noi stessi avremmo voluto vedere a Roma, ma come sempre tante promesse e basta, chiacchiere chiacchiere chiacchiere, poi nessuno fa niente. E allora ce la siamo fatta da soli. Perché Vandalism? Per dare una bella imbrattata al Nuovo Conformismo Totalizzato.
D: Qual è l’intento della mostra, quale messaggio vuole esprimere Vandalism vol.1?
999: Il messaggio della mostra è: andate a casa e scopate.
D: Protagonisti dell’esposizione sono Banksy, Space Invader, Ben Eine, Shepard Fairey… i nomi più importanti della scena contemporana della street art. Qual è stato il criterio di scelta da parte della 999Contemporary, esiste un fil rouge che accomuna gli artisti che espongono?
999: Si, sono i numeri uno a nostro insindacabile giudizio. C’è chi sta in giro da venticinque anni, chi da molto meno, c’è la tradizione ma anche l’emancipazione dal normotipo dell’artista di strada con felpa, cappuccio e spray. Insomma il vecchio e il nuovo. E il nuovo vibra di poesia. Ho detto poesia? Cazzo, cancella che gli altri 999 sono pericolosi…
D: Da un po’ di giorni sul manifesto del vernissage dell’esposizione campeggia una grande scritta che informa gli ospiti dell’evento che, a causa dell’eccesso di richieste, vol.1 sarà prorogata fino al 23 febbraio e vol.2, il secondo appuntamento che costituisce il progetto, è rimandato a data da destinarsi. Credevate in un interesse così grande da parte del pubblico, e come lo spiegate?
999: No, non ci aspettavamo che ci intoppassero la mail, il telefono e ora anche il marciapiede della galleria ma questo dimostra solo che chi lavora in questo settore non capisce un cazzo. No! Scusate! Cancella dai… Volevo dire: non capisce che Caravaggio.
D: Ora, sempre più e quasi paradossalmente, questo tipo di espressione artistica viene riproposto all’interno di gallerie, luogo inusuale per la street art. Se da un lato tutto questo sembra snaturare l’origine e la vera natura dell’atto artistico, dall’altro si può parlare di incremento dell’aspetto didattico e della fruizione. Qual è il limite sottile che divide i due concetti?
999: L’arte pubblica non si mostra in galleria, in galleria si mostrano i prodotti commerciali dell’arte pubblica destinati al collezionista. Poi con l’occasione i ragazzi possono venire finalmente a vedersi Banksy, ne sentono parlare parlare parlare, ma nessuno glielo ha mai fatto vedere live, dovevamo arrivare noi con i nostri trenta metri quadri, ridicolo.
? A N D A L I S M – ESPOSIZIONE COLLETTIVA DI ARTE DI STRADA INTERNAZIONALE
28 GENNAIO – 10 FEBBRAIO
Vernice 28 gennaio 2012, ore 18.00
IN MOSTRA LE OPERE DI
BANKSY – BEN EINE – JR – MR BRAINWASH
SHEPARD FAIREY – SLINKACHU – SPACE INVADER
Esposizione a cura di
Stephen Heinrich Kurz &
2 M A N Y C U RA T O R S
(Mauro Tropeano/Carlos Rodriguez Sainz-Pardo)
Eppur si muove
di Andrea Polichetti.
Ormai assuefatti alle spettacolari messe in scena degli street artists, Vandalism ci dà l’occasione di riflettere sul fenomeno che ormai da anni sta scuotendo i linguaggi ed il mercato dell’arte: proprio mentre nella capitale si curano esposizioni urbane scomodando i grandi dell’arte (Hirst, nda), altre realtà si impegnano per la diffusione della street art.
Mentre le istituzioni si precipitano a dare un volto decisamente pubblico all’arte di sistema (era ora, nda), 999 fa una panoramica degli artisti più importanti al mondo di questa ormai affermata corrente, attraverso i lavori che potrebbero entrare nelle case dei più, ma che allo stesso tempo ci spiegano nuovi linguaggi e modus operandi.
Quello che ci aspettiamo di vedere nella sede di 999Contemporary è una mostra educativa, sincera, una mostra di multipli che messi assieme hanno un perché.
In una città che con una mano dà e con l’altra toglie agli ormai innumerevoli progetti di street art, uno spazio privato ci racconta, attraverso le serigrafie, digigrafie, foto e pubblicazioni esposte, le origini e l’evoluzione di un certo tipo d’arte che ormai è stupido chiamare street art. Una definizione obsoleta per la sua semiotica reazionaria e che tende a relegare il messaggio sociale ad un fenomeno, quasi una tendenza. Mi viene da pensare ad una frase: «we’re from the streets», veniamo dalle strade («e li rimarrete», immagino dire ad un capitalista beffardo come quelli ritratti da Otto Dix). Utilizzando questa retorica viene a galla l’intento, reazionario, di relegare il movimento ad un fenomeno con i suoi protagonisti e nulla più.
Non si parla di interventi di arte pubblica (il nome che la street art meriterebbe) scevri del peso della commissione, pensati e realizzati dagli stessi artisti. Nonostante anche le istituzioni pubbliche si stiano accorgendo del fenomeno (i privati lo hanno fatto da tempo), i «si» che arrivano non sono mai incondizionati. Si continua ad intravedere l’ombra del vandalismo. Soprattutto negli uffici della capitale persiste l’opposizione ideologica al dare spazi e sovvenzioni. Si utilizzano espedienti per non rovinare – io direi arricchire – le nostre preziose architetture, la facile rimozione degli Invaders ne è un’esempio.
Quello che traspare è la difficoltà di accettare supporti differenti da quelli classici come è successo in Russia durante il futurismo o nelle grotte di Lascaux.
A ben pochi passa per la testa che un intervento di poster art, piuttosto che un graffito, possono avere il valore di un’architettura perfettamente espressa. Non parlo di mercato ma di occhi.