Attualità: Abbiamo visto “(non)persone”
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Abbiamo visto “(non)persone”

Non sono un guru del cinema, non ho visto tutti i documentari in ordine cronologico dal ’64 ad oggi, perciò il documentario (non) persone andrà raccontato seguendo un’altra direttrice, che è quella del tutto emozionale, empatica, semplicemente umana, se possibile.   Fischio che cresce e un viaggio in treno. Fischio che cresce, fotogrammi, pezzi di […]

23 Ago
2018
Attualità

Non sono un guru del cinema, non ho visto tutti i documentari in ordine cronologico dal ’64 ad oggi, perciò il documentario (non) persone andrà raccontato seguendo un’altra direttrice, che è quella del tutto emozionale, empatica, semplicemente umana, se possibile.

 

Fischio che cresce e un viaggio in treno. Fischio che cresce, fotogrammi, pezzi di vita, rumore bianco che spacca il timpano, urgente, devitalizzante, inappellabile. Poi inizia (non) persone, la storia di una strada per l’Europa, la Balkan road, una strada chiusa ufficialmente nel 2016. Che ha intrappolato tra Grecia e confine croato più di 50mila persone. E promette di inghiottirne altre, a centinaia, in arrivo dal Medio Oriente. Migranti, rifugiati. Persone. (non) persone. Comincia a parlare Amar, e capiamo subito che non ha volto. Non vuole mostrarlo, perché deve raccontare una storia “orribile”. E non vuole mostrarlo perché in qualche modo il volto è espressione forte di umanità, uno spaccato di anima. Le mani si muovono, spiegano, inquadrate. Senza volto come l’orrore alle sue spalle, senza volto perchè il volto già avvicinerebbe. Forse non ne siamo degni.

Le autrici di (non) persone) Chiara Ercolani, Alessandra Mancini, Giulia Monaco e Valentina Nardo sono scese a spirale in questo viaggio, zaino in spalla, si sono intrecciate con altre storie. In qualche modo ossessionate da quello che in realtà tutti cercano di ignorare: non esistono solo le rotte marittime e i porti chiusi, esistono anche le rotte migratorie terrestri. E sono altrettanto assassine, crudeli. E sono altrettanto inumane.

Le autrici sono partite per de-strutturare i nostri schemi mentali, che regolarizzano condizioni inumane in definizioni asettiche: “migranti”, “rifugiati”, numeretti applicati dove andrebbero applicati diritti. La prima operazione è linguistica: lasciare che il racconto stesso destrutturi, smonti, faciliti il resto. Perché il resto non sarà facile da mandare giù.

Sono in Germania, parlano un tedesco lento, comprensibile, spaccato. Come se fosse una strada che faticano a ripercorrere a ritroso in una lingua che non sentono ancora del tutto loro. Come se quella lingua non riuscisse a disinfettare la cancrena della guerra in Siria, la normalità che all’improvviso diventa ferocia, chiusura totale, alla fine morte. Associano a gesti del tutto normali (ancora le mani, sempre le mani inquadrate, mai i volti) il tè, il caffè, a questo racconto a spirale, che si eleva verso il cielo, una specie di abominevole altare d’orrore.

La traversata in mare fa tremare le mani, è pericolo e ignoto, è un futuro che inghiotte e risputa indietro. Preghiere a Dio che si elevano ma sbattono contro un altare fatto da mani d’uomo che negano, chiudono, allontanano, schiaffeggiano. Mani senza volti, e poi fotogrammi di buio totale, unica reale rappresentazione di orrore. Poi l’arrivo in Grecia, a Kos, «siamo rinati». E «qui comincia la nostra storia». E lo spettatore, sballottolato dalle onde, sparigliato da frammenti di tedesco, non può che ascoltare. Le lacrime di chi li accoglie scorrono, «la situazione per loro è molto difficile». Lo schermo diventa quasi l’armatura dello spettatore: non vuole vedere, si rifugia dietro l’irrealtà rappresentata dalla sua televisione, dal suo pc. Preferisce pensare che sia tutto finto. Ma «la situazione per loro è molto difficile». «All’inizio piangevo, perché sono una madre». Immagini sghembe di vita da campo, per chi ha parenti o amici nel Centro Italia cerco di riprodurvelo: i campi dei terremotati. Solo che qui non c’è nessun evento naturale. Non c’è niente di naturale in quello che è successo. La scala Mercalli non riesce a rappresentare l’orrore di questo tipo di terremoto: lo sradicamento, la non accoglienza, la paura. E poi ancora il treno, questo viaggio di rumore nero, un fischio che spacca l’anima.

Perché il peggio in qualche modo deve ancora venire: violenza, braccio rotto, polizia dura oltre ogni misura, 5-10 tentativi di passare il confine, che risputa indietro sempre, però rubando documenti, cellulari, soldi. Si può rubare all’orrore qualcosa? Certo, perché sono (non) persone. Il primo volto che vediamo è di Sangeen, dal Pakistan, come se l’orrore in qualche modo avesse trovato la superficie, oppure l’avesse fatto l’uomo. Ma sarebbe stato meglio non vederlo. Quando chiede «perché si comportano così con noi», dio, sarebbe stato meglio non vederlo.

Questo non è un documentario, è un’operazione a cuore aperto. Dissezionandoci, le autrici cercano qualcosa di ancora umano. E se non lo trovano, cercano ancora, perché la de-umanizzazione è qualcosa che si impara, e imparandola la si approfondisce, in una spirale di disinteresse che rende acerbi e crudi e chiusi. Ma forse nel profondo…

Questo non è un documentario, ma un’operazione a cuore aperto. Dissezionandoci, qualcuno potrà trovare un corpo estraneo, una domanda: «Io, da uomo a uomo, come mi relaziono con tutto questo? Io, da uomo, a uomo, che sensazioni sto coltivando, che figli sto crescendo, in che società sto costruendo me stesso e il futuro? Io, da uomo a uomo, sinceramente, ce la faccio ancora a piangere per la condizione di qualcun altro? Io, da uomo a uomo, posso ancora avere il coraggio di chiamarmi uomo?». E una volta estratto, sentirete, come lo sento io, un fischio di fondo insistente, sempre più forte. Il ricordo di un viaggio che non esiste, solcato ogni giorno da (non) persone che cercano di venire alla luce, mentre tutto intorno è soffocante e presente è solo la paura.

Da tempo ogni uomo dovrebbe chiedersi, chiedere, ascoltare le risposte, con il cuore all’aria, spaccato da un documentario. Aspettano ancora, molti uomini. Questo non è un documentario, è un’operazione a cuore aperto, chiara, terribile, sinfonica. La aspettano ancora, molti uomini. Io stesso l’ho aspettata a lungo, la subisco ancora, con dolore. Cercando di estrarre un corpo estraneo, la domanda: «Perché ci comportiamo così, con loro?».

Luca Capriotti
Spesso pensa ai dinosauri e agli alberi, nel tempo libero scrive su Fox Sports e Calciomercato.com, e va in diretta tv. Poi torna ai dinosauri, prima che può.
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