Addio Giancarlo Magalli
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Addio Giancarlo Magalli

Parlare di Giancarlo in poche frasi sarebbe impossibile.

Dal momento che non ho molto tempo libero – la maggior parte della mia giornata è occupata dalla depressione – ho deciso di anticiparmi alcuni articoli su illustri personaggi dello spettacolo e dell’attualità da utilizzare al momento della loro morte (nel quale sicuramente non avrò un secondo libero da dedicare alla loro dipartita).

Dopo un intero pomeriggio a tessere le lodi di Gigi Sabani, Mike Bongiorno e Margherita Hack mi sono accorto che avrei fatto meglio a controllare PRIMA di scrivere gli articoli se i personaggi fossero effettivamente già morti o meno. Sfiancato dall’enorme e inutile fatica – sì, enorme: trovate voi anche una sola buona ragione per parlare bene di Margherita Hack – ho cercato di fare mente locale e pensare a qualcuno di veramente speciale. Di importante. Non è stato difficile.

Parlare di Giancarlo in poche frasi sarebbe impossibile. La sua voce riempie le mattine italiane da anni, parlando della gente. Una poesia minore, un ritorno alle piccole cose, ossi di seppia di una realtà che è popolare – sì, POPOLARE – e mai populista. Guardando fisso i suoi occhi non posso fare a meno di sorridere. Gli darei un bel pizzicotto sulle guance. Non posso neanche immaginare la mia vita senza di lui, per cui mi trovo costretto a desistere dal mio intento iniziale.

Mi domando però come mai alcune icone della televisione, o più generalmente della cultura popolare e nazional-popolare, dopo un’ondata xenofila e denigratoria, stiano ultimamente tornando alla ribalta. Il nuovo eccesso della pseudo-stravaganza indie e pignetara ha portato ad una riabilitazione tout-court delle icone popolari in maniera spregiudicata, nonché apparentemente insensata. Osservando la realtà pusillanime della mia generazione [dalla quale sento di dover prendere le distanze. Sia chiaro: non perché non ne faccia parte, tutt’altro, ma perché sono dissociato dalla realtà, me l’ha certificato anche il mio psichiatra quindi non prendetevela con me, non è snobismo] ne esce fuori un quadro deprimente.

Questo non vuole essere un giudizio di valore, né tantomeno l’esito di un confronto con qualsivoglia altra generazione precedente o futura. È deprimente perché se ne può scorgere un’istantanea della vita: pagliacci di trent’anni con la giacca vintage del nonno ed i pantaloni a zompafosso con i mocassini gialli – eh sì, gialli – i baffi arricciati ed un incolmabile bisogno di apparire strani e divertenti.

Questa massa indistinta di individui costretti ad essere talmente tanto bizzarri da non saltare all’occhio, sente ad un tratto che tra l’entusiasmo smodato per la Berlino freak dei giovani startupper in fuga e l’infantile rifiuto delle regole della vita [1. Non sei nessuno e la cosa ti peserà finché vivrai; 2. Prima o poi muori (corollario: potrebbe spararti chiunque) 3. L’unica soluzione è il suicidio] ci si ritrova alienati.

Il collante che ricuce l’estremismo freak e dona serenità alla generazione alla quale hanno rubato il futuro è l’improvvisa e convulsa riabilitazione del nazional-popolare.

Con conseguente mal di pancia di chi Magalli, Christian De Sica, Pippo Franco, Max Pezzali e Pippo Baudo li amava già da prima, ma in maniera sincera ed incondizionata.

Arrendetevi, nessuno siete e nessuno tornerete. L’unica soluzione è il suicidio.

 

Questo articolo è comparso su Sergio and Peppe.

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