Attualità: Aiuto, sono un genitore Millennials!
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Aiuto, sono un genitore Millennials!

Alla fine è successo senza che nessuno di noi fosse davvero preparato. Eppure di esperienze ne avevamo accumulate durante la nostra post-adolescenza negli anni Zero. La laurea triennale e poi quella specialistica, i treni dalla provincia alla città, il memorabile anno d’Erasmus in Germania, Spagna, Olanda, parecchi voli low cost presi (e anche qualcuno transoceanico), […]

18 Apr
2016
Attualità

Alla fine è successo senza che nessuno di noi fosse davvero preparato. Eppure di esperienze ne avevamo accumulate durante la nostra post-adolescenza negli anni Zero. La laurea triennale e poi quella specialistica, i treni dalla provincia alla città, il memorabile anno d’Erasmus in Germania, Spagna, Olanda, parecchi voli low cost presi (e anche qualcuno transoceanico), i concerti e i festival estivi di musica indie, le Converse consumate ai piedi. Ce la ricordiamo ancora bene la felicità di quando abbiamo trovato il primo stage e ci ricordiamo altrettanto bene quando i nostri sogni di prematura gloria si sono infranti sul muro di cemento armato di quel posto chiamato mondo del lavoro. Eppure siamo andati avanti, e lo stage è diventato contratto a progetto. Qualcuno ha aperto la partita Iva, i miracolati hanno avuto il loro indeterminato. Nel frattempo, quel flirt iniziato su MySpace o al festival estivo era diventato una convivenza stabile, vissuta in 50 mq. Forse era arrivato il momento di diventare grandi per davvero e così, senza che nessuno di noi fosse davvero pronto, siamo diventati genitori.

Ok, Google: “neogenitori bravi come fare”, “neonato piange tre di notte perché”, “come cambiare pannolino tutorial”. I Millennials, che la sociologia americana vuole nati tra gli anni ottanta e il Duemila, si chiedono: come hanno fatto i loro genitori a crescerli senza l’aiuto di un motore di ricerca? L’ansia del “ma staremo facendo bene?” la combattono a colpi di corsi pre-parto, discussioni su gruppi WhatsApp, telefonate al pediatra, letture di forum e blog che parlano di parenting. Per il momento, i padri e le madri Millennials si sono guadagnati una copertina del Time, con tanto di richiesta d’aiuto dell’infante dallo sguardo sconcertato, mentre i genitori sono intenti a scattargli una foto con lo smartphone.

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Eppure per il Guardian, fare figli per i Millennials è un “sogno impossibile”. Se la Generazione X era troppo insicura per avere dei bambini, soggiogata da una perenne inadeguatezza, i Millennials li vorrebbero avere ma c’è un problema: la crisi economica. Nell’articolo del Guardian, c’è una testimonianza che vale per tutti: anni di studio, una laurea spesso fuoricorso, altri anni di stage e tirocini sottopagati, finte partite IVA, gavette che non finiscono mai. Da un lato la voglia di diventare adulti, con la sensazione che una società popolata di soli figli non regga per sempre, dall’altro l’impossibilità di avere una stabilità e un’indipendenza economica.

Nell’immaginario dipinto da media e commentatori, i Millennials l’infanzia ce l’hanno ancora attaccata addosso. Hanno gli occhi lucidi mentre guardano le vecchie puntate di Sailor Moon e si indignano per la nuova versione 3D di Heidi. Scoppiano a piangere al cinema durante i film della Pixar, mentre il sangue del loro sangue al massimo simula un quieto interesse. «Quand’è che mio figlio se ne starà buono a guardare la televisione? Al momento non è minimamente interessato, vi sembra normale?», chiede la mamma di un neonato di 10 mesi su un noto forum online. La verità è che i genitori Millennials invidiano terribilmente i loro figli, perché quelli l’infanzia ce l’hanno tutta davanti.

Invidia o no, l’infanzia dei Millennials è stata davvero d’oro, sostenuta dai genitori baby boomers, ossia “the luckiest generation in human history. Hanno avuto tutto e pretendono lo stesso anche per i loro figli ma nessuno vuole fare la rivoluzione; c’è però l’esigenza di riformare il mondo e rimettere al centro la famiglia e la collettività, all’insegna del multiculturalismo e della massima apertura mentale per quanto riguarda i diritti civili (dalla ricerca del Pew Research Center). Su questo punto i Millennials non retrocedono di un passo, esibendo una particolare superiorità morale rispetto alle generazioni precedenti. Il mondo si può cambiare partendo dalle piccole cose. Dalla raccolta differenziata, ad esempio, oppure sostenendo il lavoro etico, comprando i prodotti a chilometro zero, continuando ad essere consumatori feroci ma consapevoli, pretendendo trasparenza dalle multinazionali.

E non disdegnando il pacco da 250 pannolini in offerta su Amazon. «Perché non provi quelli lavabili ed ecologici?», commenta una mamma sotto lo status appena postato su Facebook, che invece parlava dell’affarone appena fatto sul noto sito di e-commerce. Il genitore Millennials, di nuovo assalito dai dubbi sullo «starò facendo bene» parentale, si maledice: perché l’ho postato? Già, perché? E di nuovo l’ansia: di appartenenza ad una comunità, di ricevere da questa l’approvazione, di condividere tutto, di condividere sempre. Soprattutto le foto. Secondo il Time, solo il 19% dei Millennials non hanno mai condiviso foto dei loro figli sui social media, contro il 30% della Gen X e il 53% dei Baby boomers. Al secondo mese di vita del neonato, la memoria dello smartphone già necessitava di essere svuotata per la seconda volta. Impossibile non immortalare ogni istante di vita dei figli e impossibile non condividerlo. Dalla prima foto fatta alla manina con il minuscolo braccialettino dell’ospedale, al selfie subito fuori la sala parto col papà in camice verde e gli occhi lucidi. E poi tutte le tappe della crescita: la foto mentre mangia la prima mela grattugiata, la prima volta che ha gattonato. Tutte immediatamente condivise sul gruppo WhatsApp, l’arena dove si svolge una feroce guerra competitiva. Non mancano le foto con i primi cenni di consumismo culturale, ad esempio mentre il neonato di otto mesi mordicchia il vinile dei Radiohead di papà. Oggi davanti alle scuole le mamme non dicono più «mio figlio ha preso 8 al dettato» ma «la foto di mio figlio ha preso 150 like. Il tuo invece?».

Un milione e seicentomila like. Quelli in calce alla lettera scritta da Mark Zuckerberg alla figlia il giorno della sua nascita (con congratulazioni di Shakira, Richard Branson e Andrea Bocelli tra gli oltre 123mila commenti). Il primo CEO Millennial non s’è posto di certo il problema se postare o non postare foto della figlia. Da dicembre ad oggi è stato un susseguirsi di foto molto tenere di lui che cambia il pannolino alla figlia Maxima, di lui che le dà amorevolmente il latte, di lui che va a baby-nuoto con lei e che la porta a fare il vaccino. La lettera alla figlia, invece, è praticamente la Dichiarazione Universale dei Genitori Millennials per il raggiungimento di due fini fondamentali: aumentare il potenziale umano e promuovere l’uguaglianza, attraverso la donazione del 99% delle azioni di Facebook, che attualmente valgono 45 miliardi di dollari. «Come tutti i genitori – ha scritto Zuckerberg nella lettera – vogliamo che tu cresca in un mondo migliore rispetto al nostro. Faremo la nostra parte e non solo perché ti amiamo, ma perché abbiamo una responsabilità morale di fronte a tutti i bambini della prossima generazione». Zuckerberg ha anche perorato la causa del congedo parentale spettante al papà, prendendosi ben due mesi lontani da Facebook da dedicare completamente alla figlia.

Anche in questo è diventato un punto di riferimento: i genitori Millennials, mamme e papà, vogliono trovare il compromesso perfetto per dedicarsi alla carriera ma passare anche del tempo con i figli. Dall’Italia meglio non guardare a quei paesi del Nord Europa che sembrano una specie di Disneyland genitoriale: congedi concessi non solo alle madri ma anche ai padri e retribuiti al 100%, incentivi economici, orario flessibile e lavoro da casa, asili nido per tutti. Qui i grandi esclusi sono proprio loro, i padri, col loro unico giorno di congedo dal lavoro. I genitori più fortunati sono quelli che hanno i nonni vicini e disposti ad aiutarli, ma la maggioranza delle giovani coppie hanno il nucleo d’appartenenza lontano. Vengono dalle province italiane e si sono ritrovate nelle grandi città prima per studiare e poi per lavorare: l’unico modo per conciliare gli orari è far fare al figlio nove ore di asilo nido. Si vedono soluzioni all’orizzonte? Forse verranno tempi migliori, magari quelli della Generazione Z. Perché alla fine fare figli, crescerli bene, farli vivere in un mondo migliore è il sogno di ogni generazione, dall’alba dei tempi.

Laura Fontana
Laura Fontana
È nata nel 1984 a Frosinone. Da quasi un decennio lavora come Social Media Manager. Ama i Beatles, la pop culture e Internet. Su Twitter è @beatandlove
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