In questo momento di profonda crisi delle istituzioni, prendere il lato positivo degli avvenimenti che drammaticamente si stanno succedendo è a mio parere la strategia più sensata. È per questo che le recenti dichiarazioni di Alessandro Di Battista mi appaiono come un faro nella notte, distraendomi completamente da ciò a cui bisognerebbe prestare attenzione e spostando il mio interesse sull’aspetto più sorprendente del carattere politico di questo giovane deputato.
Il nostro faro nella notte tempestosa
La carica espressiva di Di Battista non mi era certo sfuggita in passato, ma devo ammettere che dopo gli eventi recenti e dopo l’uscita del suo libro, già cult, A testa in su. Investire in felicità per non essere sudditi, il ruolo di questo parlamentare mi è sembrato molto più chiaro. Il fine ultimo di Alessandro di Battista è portare il Teatro, quello con la T maiuscola, in parlamento. Non era stato chiaro sin dall’inizio dove volesse arrivare con le sue moto, le sue innumerevoli foto profilo con bambini africani, i suoi viaggi, la sua laurea al DAMS, ma ora mi sembra lampante: Alessandro vuole portare il Teatro nelle nostre case. Questa certezza l’ho maturata dopo aver visto le sue dichiarazioni notturne, presumibilmente fuori dal parlamento, in cui mette in scena un pezzo di drammaturgia incredibile per la sua intensità e la sua stanislavskiana immedesimazione. Analizziamo dunque le parti salienti del testo che ci ha proposto il Di Battista per coglierne le sfumature più significative.
«Io voglio votare, voglio votare, non li sopporto più, ci hanno rovinato la vita questi soggetti.»
La performance si apre con una accusa forte, come sempre, mossa dal sincero sgomento che si legge nei suoi occhi: il tono sommesso e stanco manifesta tutta la sua insofferenza verso gli eventi recenti, la delusione e la stanchezza di un condottiero impotente di fronte al suo esercito che chiede giustizia.
«Noi abbiamo incanalato la partecipazione su discorsi democratici belli. Belli. [sgrana gli occhi]»
Sempre con l’insofferenza negli occhi e l’indignazione nella voce, la performance prosegue facendo leva sulla Bellezza. Di Battista calca la mano esagerando con l’espressività: non basta già associare il concetto di bello a democrazia, punto forte della sua poetica, coraggiosamente raddoppia, creando una tensione fortissima tra lui e chi ascolta. Avrà detto belli? Sì, belli. Belli. BELLI.
«È nelle nostre corde far riscattare i cittadini per la prima volta, e noi diamo il contributo… [cambio di tono, espressione del viso addolcita] Però pure i cittadini devono darci una mano e nelle prossime ore diremo qual è la nostra proposta e… [sospiro] Speriamo di farcela.»
Grande tecnica quella del coinvolgimento dello spettatore: rompe la quarta parete e chiama in causa te, cittadino. Sì, tu, proprio tu che mi stai guardando, devi collaborare, cooperare, contribuire, partecipare, diventare personaggio attivo della commedia. Non solo pubblico ma anche attore, la vita è un palcoscenico e noi tutti siamo chiamati a recitarvi.
«Questi hanno tradito tutto… [sbuffo di sconforto] Ma scusate ma vi prego lo sapete pure voi… [scuote la testa con espressione fortemente indignata, sospira]»
A questo punto della performance entra in gioco un tratto importante della teatralità dibattistiana: la mimica facciale. Sbuffi, sospiri, scuotimenti di capo: Alessandro è intenso e diretto ma mai sopra le righe. La sua indignazione rimane comunque confinata in uno stato di intimità, una sofferenza sì esternata ma con piccoli gesti che la confermano.
«C’è un consociativismo qua dentro che fa schifo [espressione di disgusto, occhi socchiusi dalla vista oscena di una prospettiva di governo alternativa alle elezioni immediate] a me non me ne frega niente della pensione… [grande movimento di scossa del capo, espressione disarmata]»
Nel momento topico del suo monologo, Alessandro Di Battista, maestro di pathos, tira fuori l’artiglieria pesante e introduce termini scomodi: consociativismo, pensione. Sa che è arrivato il momento nella sua esibizione di far leva sull’immedesimazione dello spettatore nello stato di indignazione profonda che lo anima.
«Non dite che abbiamo fatto giri di valzer, solo loro hanno fatto giri di valzer, sono loro che hanno fatto l’Italicum»
Altra tecnica efficacissima, l’uso di brillanti metafore: ti immagini Alessandro di Battista che in uno sfarzoso salone viennese prende la mano di Luigi di Maio per danzare davanti agli specchi asburgici, accanto alla coppia Renzi-Boschi che li guarda in cagnesco in questa elegante competizione danzante. La metafora è seguita da un’intensa anafora («Sono loro che…») che sottolinea la pressante urgenza di Alessandro di arrivare al punto finale del suo monologo.
«Sono loro che la vogliono cambiare per andare contro al M5S… [cambio tono di voce, cambio espressione dopo climax, ritorna il tono intimo e confidenziale] Ma io li capisco… [tono di scherno] io li capisco perché noi siamo il Nemico Pubblico Numero Uno della partitocrazia che ci ha rovinato la vita. Lo siamo! [scandito bene]»
Eccola la sberla. Eccola la verità scomoda, il punto focale di tutto questo monologo così denso di emozioni oscillanti e forti. Lo sbatte in faccia così a tutti gli spettatori che si stavano chiedendo dove volesse arrivare con questa strategica accondiscendenza, ammette la colpa numero uno della sua appassionata lotta: sì, Alessandro è colpevole, colpevole di essere assetato di giustizia.
«Io non sono così, io non ci voglio stare qua dentro. Io voglio che i cittadini devono votare.» (Alessandro lascia il palco, si chiude il sipario)
E così, l’attore-uomo, l’interprete della vita, lascia il palco. Il buio è l’unica cosa che può parlare veramente dopo il grido di Alessandro «Io voglio che i cittadini devono votare». Cos’altro potrebbe aggiungere se non l’assordante silenzio della sua assenza? Si chiude il sipario, partono gli applausi, ma il senso di amarezza e di impotenza che trapela da questo monologo ha lasciato un vuoto dentro ognuno di noi, che vogliamo dovere votare.