All’indomani del voto la scollatura tra il paese reale e la classe politica appare ancora più marcata: il Maalox negli ultimi anni è stato ingurgitato ben prima di entrare nell’urna, dopodiché c’era spazio solo per gli antidepressivi.
Nonostante questo l’Italia ha in parte confermato la tendenza partecipativa alla chiamata quinquennale da Bruxelles, con un’affluenza tra le più alte d’Europa (sebbene l’astensionismo sia comunque molto alto).
Ha stravinto Matteo Renzi, con proporzioni su cui nessuno avrebbe scommesso neppure i due euro delle primarie, in un clima che aveva inevitabilmente tutte le sembianze di un passaggio cruciale per la legittimazione del suo governo, macchiato come si è detto più volte dal famoso peccato originale.
È una vittoria che assume peso maggiore se confrontata con i risultati del resto del continente, in cui nessuno ha neppure sfiorato il 41% del Partito Democratico e tutti i partiti al potere (eccezion fatta per la Merkel) zoppicano a vantaggio delle destre e dei cosiddetti euroscettici.
Ma prima ancora della voglia di Europa, la dimensione del risultato fa emergere indubbiamente la voglia di stabilità: tutti a casa ma non troppo.
Per questo motivo il grande sconfitto della tornata elettorale è Beppe Grillo e il suo MoVimento Cinque Stelle. La solita campagna elettorale al vetriolo grazie alla quale si sarebbe dovuto compiere il sorpasso, in nome del malcontento generale e sulla scia del clamoroso consenso ottenuto lo scorso anno che oggi appare più che mai espressione di un voto di protesta ottenuto in un momento di esasperazione massima dopo i disastri giudiziari di Berlusconi, il grigiore del governo Monti e la fievolezza delle prospettive proposte da Bersani. La protesta per la protesta, portata in Parlamento, non ha saputo evolversi in qualcosa di più concreto agli occhi degli elettori – che comunque già alle amministrative del 2013, a pochi mesi di distanza dalle politiche, non avevano confermato il M5S come primo partito, come a dire: ben venga un grillino in Parlamento ma non come sindaco della mia città. Come quando si è favorevoli alla costruzione di una nuova discarica, ma poi nessuno la vuole nel giardino di casa propria.
Insomma, tra un Hitler e un Berlinguer stampati in 3D, è bastato poco (perché in effetti concretamente Renzi ha fatto poco) per far prevalere il senso di morigeratezza italiano che appunto si incazza, ma non troppo.
La maggioranza silenziosa è stata ricompattata dall’ex sindaco di Firenze, che sia con gli 80 euro (mah) o con la già nota personalizzazione della sua politica e la leadership – fattori imprescindibili per far breccia nel grande elettorato – misti alla giusta dose di entusiasmo e ringiovanimento mostrati nei primi cento giorni di governo: rottamazione ma non troppo.
Per il resto però, arrivare a paragonare questo PD alla Democrazia Cristiana è forzato e fuori contesto, storicamente distorto e francamente noioso: sarebbe più stimolante collocare il centro dell’analisi nell’ambito del berlusconismo e di questo specifico capitolo della seconda Repubblica, ammesso che non ci si trovi nel prologo della terza. Dalla comunicazione al variegato bacino elettorale, passando per la cura di vezzi estetici, linfa vitale per la spettacolarizzazione dell’atto politico. E poi gli hashtag e i sorrisi smaglianti di giovani ministri belli, con la faccia ripulita, fino ad arrivare al tema centrale che è la tanto agognata speranza di ritrovare un benessere perduto: tutto questo sembra essere stato partorito dagli ultimi vent’anni di storia italiana e dal post-ideologismo che ha poco a che spartire con la DC, fondamentalmente tutta rigore, status quo e anticomunismo, in un’epoca troppo diversa dalla nostra.
Si diceva che nessuno avrebbe scommesso sul 40%, eppure con il senno di poi, c’era da aspettarselo, dato che fino a pochi mesi fa – in quel breve lasso di tempo intercorso tra la vittoria di Renzi alle primarie e il fratricidio di Enrico Letta – tutti si concordava nel ritenere l’attuale presidente del consiglio l’ultima spiaggia per questo paese, l’unico in grado di mettere d’accordo una fetta così corposa di votanti e godere di una maggioranza abbastanza ampia grazie alla quale governare e fare le riforme. Gli stessi che per lo stesso motivo non trovavano spiegazione alla scelta di entrare a Palazzo Chigi senza passare per quel bagno di folla che era lì pronto a incoronarlo. Ancora gli stessi che arrivati a questo punto, forse, si rendono conto che si è giunti ora in una situazione in cui si poteva giungere già un paio d’anni fa, ritornando indietro alle primarie di Bersani segretario.
Quante cose ci saremmo risparmiati. Di sicuro un sacco di confezioni di Maalox.
Le elezioni europee sono anche l’ennesima rivisitazione dello splatter intitolato La morte di Berlusconi di cui conosciamo a memoria la trama, ma che puntualmente ogni anno torna nelle sale cinematografiche e al botteghino ottiene sempre un discreto incasso. Spero si sia tutti d’accordo nel considerare il 16% ottenuto da Forza Italia un discreto incasso (soli 4 punti di distanza dal M5S che doveva fare sfaceli), alla luce della fiacca e affettata campagna elettorale condotta da un pregiudicato che non può votare né essere eletto dai cittadini e che a occhio e croce, facendo due calcoli così a mano, si sarebbe dovuto assestare attorno allo 0%.
Se Renzi non è di sinistra, in parte è anche dovuto alla totale assenza di una destra nel panorama politico italiano, Alfano non è visibile a occhio nudo e la Le Pen italiana, Giorgia Meloni, è del tutto inesistente.
La sinistra guidata da Tsipras invece trionfa in tutta la penisola: ellenica, però. Già, perché qui in Italia è ridotta al calcolo degli zero virgola per ottenere tre europarlamentari. Qui siamo alle solite: errori su errori, divisioni e l’agio di chi ormai è del tutto rassegnato a incarnare il ruolo di comparsa, anzi, di tante piccole comparse accorpate e nomi più o meno di rilievo che non ce la mettono la faccia se per contratto non gli si garantisce una sana dose di analisi della sconfitta.
Lungi da me elogiare più del dovuto l’operato di Renzi, ma bisogna essere intellettualmente onesti da riconoscere in lui l’unica figura che in questo momento sta in piedi, semplicemente perché per stare in piedi bisogna fare i conti con una grossa fetta di popolazione che in tutti questi anni non ha dimostrato di meritare – né di volere – altro. Renzi rappresenta le istituzioni e da che mondo è mondo a capo delle istituzioni non ci vanno le rock star o i personaggi eccentrici dei film (che poi anche su questi ci si divide in tifoserie).
La lamentela sterile proveniente da chi non è in grado di mettersi d’accordo neanche sui concetti più basilari è fine a se stessa. La politica che deve dare risposte non esiste: l’eterna campagna elettorale in cui siamo coinvolti dimostra che è la politica a cercare per prima risposte dai cittadini e si direziona dove c’è maggiore offerta. Chi si aspetta di essere imboccato dai politici è un cittadino passivo che è bene che rimanga di fronte alla tv. Ci sono movimenti e tante organizzazioni in grado di svolgere un lavoro e una lotta sociale e civile ben più diretta e con una elasticità che le istituzioni, per forza di cose, non possono avere. È da qui che si parte per creare i presupposti che siano il più possibile condivisi e da cui le istituzioni devono essere costrette ad attingere. Attingere, sì: ma non troppo.
Edoardo Vitale è anche su Twitter @edoardovitale_