Attualità: Anagrammi e ravioli
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Anagrammi e ravioli

Spezzare e riassemblare, allontanare e ricongiungere, districare e riannodare; la solita pappa, insomma, ci siamo abituati. Gli anagrammi, però, non permettono solo un nuovo assemblaggio di robe che in qualche modo riescono ad andar bene insieme, eh no.

19 Giu
2019
Attualità

Quando sono nati i giochi di parole? Forse lo stesso giorno in cui sono nate le parole, se si considera che già i Greci e i Latini vi si cimentavano e che persino nella Bibbia se ne trovano alcuni.  Ci pensavo stamattina, mentre andavo alla ricerca del mio posto semisgombro sulla banchina della metro e guardavo per l’ennesima volta il rettangolone con scritto “Libia”, sconsolata. Sconsolata perché vivo qua da un anno e non ho ancora trovato un anagramma entusiasmante come quello del cartello “Bologna” (“angolo B”, che più che un anagramma è la parola letta al contrario). Poi, di punto in bianco, la sorpresa: “alibi”! Era così semplice, eppure in un migliaio di andate e ritorni da e per quella stessa stazione non mi era mai venuto in mente.

Spezzare e riassemblare, allontanare e ricongiungere, districare e riannodare; la solita pappa, insomma, ci siamo abituati. Gli anagrammi, però, non permettono solo un nuovo assemblaggio di robe che in qualche modo riescono ad andar bene insieme, eh no. Gli anagrammi creano quasi da zero: un bel giorno, mentre pensi alle email maleducate e in caps lock alle quali dovrai rispondere con estrema cortesia, gli anagrammi ripescano dal nulla quella parola che hai sempre usato, mettono tutti i suoi pezzetti sul tavolo e ne creano un’altra. Se va bene, ti faranno riflettere o sghignazzare per l’accostamento inaspettato con il significato iniziale; se va male, dovrai accontentarti della sorpresa del momento.

“William Shakespeare”? È l’anagramma di “I am a weakish speller.”

L’anagramma più antico è stato attribuito a Licòfrone di Calcide, che un giorno a caso del III secolo a.C. si mise a rimescolare nientemeno che le lettere del nome del suo sovrano: “Ptolemaȋos” diventò così “apò melitos” (“che viene dal miele”, “dolce come il miele”); un bel complimento, non c’è che dire. La storia è zeppa di anagrammi, a dimostrazione del fatto che nei secoli passati c’è sempre stato qualcuno che da accigliato ha disteso le rughe della fronte e spalancato gli occhi trovando un altro significato a una parola o a un nome. Di esempi ce ne sono a valanghe ma prendiamo Antonio De Curtis, il vero nome di Totò, o Piero e Alberto Angela, miti indiscussi dei giorni nostri: dando un altro ordine alle lettere otteniamo “induce tanto riso” per il primo, “apre al genio” per il secondo e “la regale bontà” per il terzo.

Per chi è fissato con le coincidenze come lo sono io, l’effetto è bello e straniante: ti verrebbe da tornare indietro nel tempo, entrare nella classe delle elementari, incastrare il culo nelle sedioline alte come una penna Bic e aspettare il momento in cui la maestra di matematica spiega la famosa proprietà commutativa solo per sporgerti dal banchetto verde acqua e dirle: «Guardi, maestra Anna, questa cosa non è vera proprio per niente». Cambiando l’ordine degli addendi il risultato cambia eccome.

L’utilità di tutto ciò? Ufficialmente non pervenuta. Qualcuno dice faccia bene al cervello, un po’ come i cruciverba alla memoria degli anziani, ma il punto non è quello. Il punto è cercare un senso che non sia il primissimo che viene in mente; un po’ come guardare le persone che abbiamo sempre intorno con uno sguardo meno pigro, meno filtrato, meno pilota automatico. Forse è solo questa la lezione che hanno deciso di darci, gli anagrammi.

Tutto molto bello ma che c’entrano i ravioli? L’anagramma di “anagramma” è “G. Rana m’ama”.

Silvia Niro
Silvia Niro
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