Anche gli intelligenti hanno bisogno di socialità e sarebbe ora di ammetterlo
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Anche gli intelligenti hanno bisogno di socialità e sarebbe ora di ammetterlo

La questione è che i social network, non tutti ma facebook sicuramente sì, sono stati creati proprio per condividere le nostre banalità.

Un pensiero di sfuggita.

L’andazzo sui social tra chi i social li sa usare ed è, diciamo, istruito, è quello di selezionare chi si conosce davvero. Saper manovrare e gestire a proprio gusto le impostazioni della privacy e avere su facebook solo ed esclusivamente chi si conosce bene, chi, in sostanza, si è già conosciuto di persona. È una soluzione comprensibile, non fosse che c’è una sottocategoria di istruiti – e istruiti ai social – che c’è, ma non c’è. Categoria che accetta e richiede amicizie con una qualche cognizione di causa, ma sul profilo non ha nulla di sé se non link e citazioni di film che non interessano a nessuno e un’altra serie di goffi tentativi di ribadire che si è istruiti.

In ultima analisi, secondo questa categoria di persone, si è degli indegni e orripilanti frequentatori delle piazze social nel caso in cui ci si mostri, si scriva di sé e si diano in pasto ai like le proprie banali riflessioni o – attenzione, è ancora peggio – le proprie foto, i propri selfie dell’estate e le quotidiane foto inessenziali del nostro vivere.

Si è invece degli illuminati pieni di senno estetico se ci si rinchiude in criptici post a impronta giornalistica o filosofeggiante, se si tiene il proprio privato alla larga dai like, se si sta attentissimi a non essere taggati in nulla di ovvio, quotidiano, banale o inessenziale, se le nostre stupide foto al mare rimangono alla larga dagli occhi dei nostri “amici”. Cioè: meno sei social sui social, più sei uno che sa il fatto suo.

Ma la questione è che i social network, non tutti ma facebook sicuramente sì, sono stati creati proprio per condividere quelle banalità, quelle foto delle feste, ritrovare gli amici delle medie. Facebook è diventato popolare proprio perché permette di mettere insieme i nomi di chi frequenta (o frequentava) la stessa facoltà, è la norma, è fatto così per delle buone ragioni.

Peraltro il medium è più importante dei contenuti espressi attraverso il medium stesso, checché ne dica il più snob e super-alternativo tra i nessuno del social network più popolato che c’è.

Oh, poi ci sarebbe che se siete Natalino Balasso o Saverio Tommasi avete tutto il diritto di dirvi in qualche modo opinion leader, ma quelli son casi in cui facebook è usato dall’alto in basso, creando una pagina e non un profilo. Per chi crede a torto di essere un opinion leader, c’è sempre Twitter.

Ma per tornare alla questione del come viene percepito l’utente medio su facebook, trovo più logico usare un social network per quello che è, un aggregatore di persone diverse che si conoscono più o meno bene a seconda della scelta di chi decide di stringere o meno “amicizia”. Un social network, non me ne voglia Anna Cognomemio, Paolo Anonimouspersempre, Fa Brizio o Sarah Iochesono Io, è sempre un social network e serve per fare socialità, non per far finta di non voler fare socialità nascondendosi dietro una foto profilo che è un frame di un film indipendente. Perché è un po’ strampalata, come logica, quella di iscriversi a un social network che serve per fare socialità e sperare di farla fingendo di non volerla fare. È Moretti che decide di non andare alla festa sperando che lo si noti di più, è roba banale mica alternativa.

Spero in istruiti che non hanno paura di fare e mostrare di sé momenti stupidi e banali, persone disposte a fare una chiacchierata con un nessuno appena aggiunto per caso su un social network; e se costui (o costei) si rivelasse non interessante, allora lo si elimina dagli amici, ma se ci andasse bene e costui (o costei) fosse interessante, che una birra ti ce la andresti pure a bere insieme, allora bingo, il social network ha funzionato come dovrebbe funzionare. Sai che rivoluzione non avere paura a dire di sé, a raccontarsi non solo agli amici strettissimi, disilludersi che la digos, dopo la vostra importantissima occupazione della facoltà di Scienze Politiche, abbia anche la minima difficoltà a rintracciarvi per la faccia che avete solo perché visionate le tag sulle foto prima della pubblicazione. Sai che rivoluzione usare le cose per quello che sono e non forzare un’immagine di sé che abbia quest’aria noiosa – e banale davvero – di pseudo-intellighenzia. È vero che sei nichilista e allergico a chi ti circonda? Hai davvero il disturbo antisociale di personalità? Sei orgoglioso della tua misantropia? E allora delle due una: o sei anche masochista, e avere un account social te l’ha consigliato il tuo terapista, o è solo ipocrisia. Entrambe risolvibili.

 

Copertina di Francisco Vargas.

Enrico Pitzianti
Cagliari 1988, è parte della redazione di ARTNOISE e di Dude Mag. È laureato in semiotica, scrive per L'Indiscreto, Motherboard, Gli Stati Generali ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
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