In un angolo riposto della casa dove ci incontriamo c’è un oggetto simbolico che potrebbe essere senza problemi la chiave di lettura di tutta questa storia. Si tratta di una statuetta di gesso grande quanto una mano, un mezzobusto classico se si fa eccezione per la dimensione tascabile. Da lontano potrebbe sembrare Beethoven, data la sagoma di un ciuffo prorompente, o forse Mozart, data la sua parrucca rigonfia. Quando mi viene mostrata da vicino scopro lentamente i dettagli di Elvis Presley, uno straniamento totale, e, dicevo, emblematico a suo modo.
Alessio ha un chiodo di pelle appeso all’ingresso di casa, gli occhiali dalla montatura grande che ricordano quelli di Buddy Holly, i vinili dei Clash e dei Kinks appoggiati a una parete. Si potrebbe dire, da lontano, che ci si trovi a casa di un chitarrista con la vecchia passione per il rock and roll della fondazione, ma saremmo fuori strada. Alessio Toro, violista e membro fondatore dei Warhol Piano Quartet è la dimostrazione di quanto l’immagine di Elvis e quella di Beethoven non debbano per forza escludersi a vicenda, ma possano coesistere.

Attualmente impegnato nella musica da camera e nell’insegnamento ai corsi Preaccademici del conservatorio Santa Cecilia di Roma, Alessio Toro è ormai un musicista navigato, anche se non ha più di trent’anni. Alessio suona la viola, e questo è stato possibile perché da piccolo non è risultato difficile spiegare ai suoi genitori, preparati nel settore, cosa fosse una viola.
«Ho iniziato intorno agli otto anni con la chitarra, ho avuto un’epifania dopo aver visto il film La Bamba. (ride). Ho cambiato strumento poco dopo quando insieme a mio fratello (violinista) abbiamo incontrato un insegnante che ci ha formato con un metodo sperimentale molto vicino al Suzuki – un metodo che permette ai bambini di entrare in contatto con la musica in un modo più istintivo (ad esempio collegare i simboli direttamente ai suoni senza imparare i nomi delle note) e dunque di aggirare almeno inizialmente la fase nozionistica per cominciare a suonare insieme in tempi piuttosto rapidi. In gruppo ho avuto modo di suonare da subito sia il violino che la viola. È anche vero che più tardi, quando ho intrapreso seriamente lo studio accademico, ho dovuto correggere qualche difetto di impostazione. L’ideale sarebbe studiare con qualcuno che utilizzi parallelamente sia metodi alternativi che tradizionali e che sia lungimirante dal punto di vista della didattica».
«Personalmente ho sempre preferito la viola, anche se il repertorio del violino, almeno fino all’inizio del novecento, è ben più vasto. La viola, che aveva già un ruolo cruciale nella musica da camera, come strumento solista è stata riscoperta soltanto in un periodo relativamente recente, quando alcuni autori hanno rivalutato l’importanza della componente timbrica degli strumenti e di conseguenza la peculiarità del timbro della viola. Nascono così alcune composizioni scritte appositamente per l’espressività di questo strumento (vedi Paul Hindemith, Bela Bartok, Dmitri Shostakovich, Alfred Schnittke, William Walton, Sofia Gubaidulina, Gyorgy Ligeti ma anche Nino Rota ed Ennio Morricone) grazie anche all’avvento di alcuni strumentisti virtuosi e di rilievo come William Primrose, Lionel Tertis, Piero Farulli, Dino Asciolla, Bruno Giuranna, Yuri Bashmet».
Trascorre del tempo e Alessio intraprende, dopo una lunga attività di alto perfezionamento, l’attività concertistica, che ora si distribuisce prevalentemente fra Warhol Piano Quartet e Parco della Musica Contemporanea Ensemble, oltre alle collaborazioni con diversi teatri, enti lirici e orchestre sinfoniche. Non mancano le difficoltà, ma nemmeno le soddisfazioni:
«È sempre più difficile fare della musica il proprio mestiere. Non dico arricchirsi, ma anche soltanto avere uno stile di vita che vada oltre la sopravvivenza. L’orchestra in particolare all’inizio ti impone una condizione di precariato. Le soddisfazioni con il quartetto sono arrivate soltanto negli ultimi anni, e in generale si riconoscono con il senno di poi. Quest’anno, ad esempio, abbiamo suonato dal vivo al Quirinale in diretta europea su Rai Radio 3. Un posto in cui da studente ascoltavo i miei insegnanti e speravo sempre di riuscire a suonarci prima o poi. Ci siamo riusciti ad Aprile».
«Inoltre ho da poco ottenuto un incarico come docente nei corsi pre-accademici al Conservatorio Santa Cecilia: l’ultima bella notizia che ho ricevuto».
Nell’ambito della musica classica è tradizione individuare una figura di riferimento per identificare un gruppo e tradizione vuole che si prendano in prestito nomi di pittori o musicisti dell’arte classica. Alessio Toro e il suo quartetto scelgono invece Andy Warhol, un personaggio controverso ma emblematico, che ben rappresenta le intenzioni di un gruppo di musicisti che accanto al repertorio classico considera fondamentale lo studio dei linguaggi contemporanei – mettendosi spesso in contatto anche con i giovani compositori.
«L’omaggio a Warhol ci consente sia di rimanere vicini alla contemporaneità sia di tenere le arti collegate. C’era spesso, almeno fino a qualche tempo fa, un atteggiamento di chiusura da parte del mondo accademico: è per questo che ammiro molto anche personaggi come Stefano Bollani o Giovanni Sollima, che riescono a suonare all’Accademia Santa Cecilia, alla Knitting Factory di New York o in un teatro occupato come il Valle nel corso di un solo mese, ogni volta proponendo repertori diversi ma rimanendo interpreti di massimo livello».
«Siamo fortemente legati alle sale canoniche da concerto, anche se ci piacerebbe riuscire ad avere collaborazioni ad esempio con i musei di arte contemporanea o con spazi alternativi – ci siamo riusciti per esempio durante la Notte dei Musei –, ma è anche vero che avere un pianoforte in formazione comporta qualche limite organizzativo. Recentemente abbiamo suonato all’Auditorium della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Messina: bellissima sala e pubblico caloroso».
«Cerchiamo sempre di avere un rapporto di complicità ed intesa con il pubblico, così durante i concerti siamo abituati non solo ad eseguire ma anche a raccontare il nostro repertorio, cosa che non sempre accade nei concerti classici – non siamo particolarmente legati alle formalità del frac o dei classici rituali. Sarebbe bello trovare anche una precisa presentazione estetica per il quartetto, una specie di divisa con un piccolo logo. È un’idea che da qualche tempo mi ronza nella testa».
Anche se Alessio non ha fatto la scelta di allontanarsi in maniera definitiva dall’Italia, nella musica classica è sempre più alto il numero dei musicisti che scelgono di prepararsi o lavorare all’estero. La formazione accademica a volte è più approfondita e le opportunità lavorative sono migliori, soprattutto in Germania, Austria e subito dopo Francia e Inghilterra. L’Italia non è meno importante culturalmente – la lingua italiana è la lingua ufficiale della musica – ma purtroppo rimane indietro su aspetti fondamentali: il pubblico spesso non è sufficientemente alfabetizzato e quindi in un certo senso si annoia perchè non è in grado di cogliere fino in fondo le difficoltà o le nuances delle composizioni proposte; soprattutto in generale manca il ricambio generazionale sia tra il pubblico che tra gli interpreti, non c’è possibilità di fare esperienza sul campo, nemmeno di fare gli errori che serve fare. Ecco perché -ci spiega Toro- marketing e comunicazione mai come in questo periodo potrebbero risollevare la percezione che il grande pubblico ha della musica colta.
In questo panorama, i progetti per il futuro sono chiari e semplici:
«Il conservatorio sarà stimolante per incontrare l’entusiasmo dei ragazzi. E poi migliorare, mantenendo alta l’attività concertistica e di studio, sempre e comunque».
BELLAGENTE è un progetto Dude.
In collaborazione con Officine Fotografiche Roma.
Foto di Marco Rapaccini (Officine Fotografiche Roma).