BELLAGENTE 2013: Ilaria Gianni | Arte
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Ilaria Gianni | Arte

«La mia responsabilità come curatrice è dare un contributo alla costruzione di un presente delle arti visive e riuscire a comunicarlo»

«La mia responsabilità come curatrice è dare un contributo alla costruzione di un presente delle arti visive e riuscire a comunicarlo.

L’arte visiva è stata sempre portatrice di un racconto storico. Ciò che mi interessa capire è la “forma” del presente e il modo in cui essa racconterà quest’epoca nel futuro»

Ilaria Gianni non si ferma mai. Nata a Roma, il suo percorso la porta a confronto con luoghi sempre differenti (Stati Uniti, Roma, Londra, Torino, Venezia, Berlino), alla scoperta di più modi di operare e a uno scambio con personaggi sempre diversi. Tutti tasselli che nell’unirsi costruiscono un quadro ricco di competenze e desideri sempre nuovi.

Dal 2009 dirige con Cecilia Canziani Nomas Foundation, una fondazione di arte contemporanea che nel corso di questi ultimi cinque anni si è distinta grazie ad una serie d’iniziative che cercano un dialogo costante e innovativo con Roma e i suoi abitanti.

«Ho deciso di rientrare a Roma dopo qualche anno vissuto a Londra perché avevo voglia di costruire qualcosa, di lasciare un segno. Ciò per cui lavoro è la speranzadi essere in grado di aggiungere un piccolo tassello alla storia dell’arte visiva che si sta delineando. Io e Cecilia Canziani, avevamo la stessa voglia di immettere nuova energia nella città e di metterci in gioco come curatrici.

Nomas Foundation è una struttura che abbiamo nutrito con grande passione e convinzione. Lavoriamo a dei progetti in cui crediamo molto, ma la sede espositiva si trova in un luogo in cui è difficile attirare il pubblico romano affetto da un’atavica pigrizia. Abbiamo deciso quindi, anche come provocazione, di proporre delle azioni all’interno della città, di riconnetterci con il tessuto cittadino.»

Ilaria ci spiega perché ha scelto di fare la curatrice.

«Innanzitutto perché vivo l’arte visiva come veicolo fondamentale per la costruzione di un presente e di conseguenza come traccia di un passato nel futuro. Ho sempre ritenuto l’arte un processo di conoscenza. Inoltre è un mestiere che mi diverte. Sono convinta che la curatela abbia il potere di costruire dei discorsi che possano contribuire all’arricchimento di una critica culturale presente.

A causa del bagaglio storico-artistico imponente, l’arte contemporanea a Roma non è mai stata una priorità e negli anni passati gli stessi, curatori, la critica, gli artisti, le istituzioni museali sono stati spesso poco disposti a farsi decifrare da un pubblico amatoriale. Ciò che tento di fare attraverso il mio lavoro è costruire un vocabolario che possa essere condiviso. Il curatore, a mio avviso, ha la responsabilità di dare un contributo anche a livello formativo e l’atto di ascolto del pubblico e di mediazione è importante.»

Delineare un ruolo, ora che dicono che non ci sono più ruoli…

«È vero che sempre più i ruoli si confondono. Risulterò un po’ tradizionalista, ma secondo me i campi dovrebbero essere delimitati. Non sono contraria allo sconfinamento, se è costruttivo, anzi a volte mi diverte perché mi permette di vedere le cose in maniera diversa, ma non sono una fautrice della “tuttologia”. Spesso si crede sia facile curare una mostra, ma il ruolo del curatore non solo è complesso, necessita di una preparazione e di uno studio che non terminano mai.»

La città ritorna più volte durante la conversazione. Le chiediamo cosa rappresenta per lei.

«Per noi la città è una risorsa. Siamo uscite degli spazi di Nomas Foundation diverse volte e anche nel nostro prossimo progetto, Notes towards a Sculpture Cycle, useremo Roma come spazio di ricerca e di conoscenza. Le esperienze passate più belle sono state all’Accademia di Belle Arti per il nostro primo ciclo, A Performance Cycle (2010), quando abbiamo lavorato con gli studenti del corso della professoressa Cecilia Casorati, e al Teatro Valle Occupato per A Theatre Cycle (2013), dove abbiamo costruito il programma in collaborazione con i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo. In entrambi i casi abbiamo avuto modo di confrontarci con realtà diverse dalla nostra.

All’Accademia i ragazzi hanno seguito passo passo tutto il progetto e hanno avuto modo di confrontarsi attivamente con artisti come Ryan Gander, Tris Vonna-Michell, per nominarne due. Al termine del lavoro, il gruppo di studenti ha continuato a lavorare con noi, costituendosi in una think tank che ha seguito per un anno la comunicazione di Nomas Foundation.

Anche l’esperienza al Teatro Valle Occupato è stata basata sullo spirito di collaborazione. Abbiamo imparato molto dagli occupati nei mesi passati sul palco: spazio espositivo per noi nuovo e all’inizio pieno di insidie, ma bellissimo. Il lavoro di scambio e di confronto pratico e intellettuale è stato molto forte.

Adesso il Teatro Valle Occupato è attivo nelle arti visive e noi abbiamo sviluppato una coscienza nell’ambito teatrale. Questi momenti di scambio non devono essere episodici ma costanti. Il dramma di questa città è la chiusura delle discipline, l’incomunicabilità dei saperi.»

Da questo incontro sono emersi moltissimi spunti. Domandiamo a Ilaria quale messaggio a suo avviso sia importante trasmettere in questo momento.

«Non bisogna cessare di costruire il presente e bisogna prendersi dei rischi. Roma ha secoli e secoli di potenza visiva: materia che ci stordisce e s’impone su di noi quotidianamente. Facciamo uso degli strati, delle tracce, della storia che abbiamo ereditato, viviamola come dono e non come limite. Roma ha un grandissimo potenziale e se ci fosse un dialogo tra tutte le forze attive sul territorio, generoso, produttivo e costante, rivolto al cambiamento, non avremmo nulla da invidiare alle grandi capitali europee del contemporaneo.

Il problema è che l’idea di bene comune è ancora  embrionale a Roma. Siamo tutti molto più bravi a lamentarci della città piuttosto che a prendercene cura. È più facile essere distruttivi che propositivi ed è proprio questa mentalità a dover cambiare. Bisogna aver voglia di combattere per ciò in cui si crede, non bisogna avere timore di sbagliare se si è in possesso di creatività, conoscenza e competenza tecnica. Purtroppo la città non da spazio alle persone preparate e più costruttive e Roma sta perdendo molti dei suoi migliori elementi nell’ambito delle arti visive, a causa della sua chiusura. Chi ha contribuito nel proprio piccolo, a far crescere questa città, chi ci ha creduto e ha speso tanta energia per lavorare al meglio, si trova a non poter avanzare nella propria carriera ed è costretto a mandare applications all’estero… Senza presunzione e con molta propensione all’ascolto bisogna essere in grado di portare avanti una battaglia il cui motto deve essere Meritocrazia e Trasparenza. Questi due vocaboli  devono essere tirati fuori. Per un nuovo inizio.»

BELLAGENTE è un progetto Dude.

In collaborazione con Officine Fotografiche Roma.

Foto di Marco Rapaccini (Officine Fotografiche Roma).

Barbara Nardacchione
Barbara Nardacchione
Nata a Padova, ha vissuto a Venezia e Parigi, dallo IUAV alla Sorbonne, in continue altalene tra caos e rigore. Causa i climi troppo rigidi, la migrazione a Roma dove lavora, studia e soprattutto vive. Curiosa di ciò che l’arte può generare, con un attenzione particolare all’universo sonoro – rumore, racconti, soundscapes, voce, timbro, grana – collabora con RAM radioartemobile, una piattaforma per l‘arte contemporanea, dedicata alla ricerca sonora e all’attività espositiva, finalizzata alla creazione di un network internazionale. Scrive presso ARTNOISE e fa parte del team curatoriale di asa nisi masa, nel frattempo continua a nutrirsi di quello che il giorno le offre.
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