Nel paesaggio uniforme di edifici che sembrano affiorare come bolle fangose dalla superficie solforica di Via dell’Acqua Bullicante, in mezzo a Ragazzi di Vita ormai cresciuti e urla di clacson disperati, si apre come un antro all’incontrario, un cono di luce che stilla dal fondo di un tunnel di cemento spazzolato.
Isolato dal resto del mondo, come un brandello di Berlino invernale appiccicato al suolo di Roma, ecco il luogo dell’appuntamento, l’atelier dell’artista che sgomita col suo rigore fronteggiando il caotico arrembaggio di auto in doppia fila e panni stesi ad asciugare.
Una figura minuta mi viene incontro in perfetto silenzio, come una vestale sulla soglia del tempio che accoglie il viandante. In quello che appare come un parallelepipedo di grigio cemento, una piccola scala conduce al cielo. Di sopra c’è l’atelier di Michela Fasanella, fondatrice di Aroma 30, profumo di abiti nuovi e legno.

Michela mi appare come un gatto: elegante senza alcuno sforzo, gli occhi grandi e vivi che scrutano oltre la maschera dell’interlocutore, issati su zigomi alti, il naso piccolo, la bocca come disegnata da un miniaturista che ha intinto il pennino nella cera lacca.
Tra i gatti, lei non è un gatto comune, piuttosto il felino di un alchimista, di una sacerdotessa o di un’incantatrice.
L’atelier è un rifugio spoglio, quasi la trasposizione in chiave contemporanea di “Casa di bambola” di Ibsen, intriso come appare di una femminilità debordante e al contempo serrata, di certo inaccessibile al maschile se non attraverso l’esercizio di un potere misterioso che si concede per mezzo della seduzione.
L’eterno femminino dilaga come una bassa marea ed è fatto di uno specchio a tre ante nel quale affogare volentieri e nastri e forbici e tessuti eterei, e un tavolo immenso da popolare di idee, parole, fogli di carta e ricordi.
Mi assale il dubbio che in tanta grazia non vi sia spazio per le perversioni più volgari ma c’è un pacchetto di sigarette che urla in tasca e per voce mia chiede: «Si può fumare?». «Certo che sì, ma di sotto, vieni torniamo giù». Il gatto che è in Michela fa un balzo ed è già sulle scale. I divani ci accolgono in un angolo di ristoro, i nostri gesti insistiti e identici: il toc sordo dell’accendino sul tavolo, le dita arrampicate intorno al filtro, il fumo che stagna in una nebbia sottile tra le nostre bocche atteggiate in una O, il tempo che consuma la carta e crolla nel posacenere come una nevicata.
Solo i fumatori e gli artisti conoscono il vero significato del rituale. «Credo che non sia necessario, o quantomeno che si possa prescindere dalla religione per avere un senso del rito, del sacro. Chi ha passione conosce il sacro, sia esso sotto forma di spirito o materia, sia che aleggi come la percezione di un’armonia nella natura o che divenga culto dell’uomo nella sua capacità di creare qualcosa che gli sopravvive come la letteratura, l’arte, la musica, la filosofia, la moda».
Mi sembra di leggere Spinoza, mentre un affaccio sul mondo dell’ultima collezione di Michela – Sacral Technics – mi si paventa innanzi sotto forma di manifesto da un pannello esplicativo affisso al muro. C’è una chiesa con un albero dentro «Da qualche parte nel mondo, ora non ricordo, ma che importa, è bellissima non trovi?», un’icona di un santo barocco, una foto di un dettaglio architettonico dei molossi berlinesi, e un’immagine di una tribù primitiva. La triade hegeliana si rincorre nell’eterno gioco di tesi antitesi e sintesi, il sacro disossato sconfitto dal potere carnale della tribù e la tecnologia che ingloba tutto, nella creazione di monoliti architettonici che omaggiano l’eternità e, insieme, l’uomo.
Mi chiedo se anche Michela sia così composta, un essere tripartito, una natura duplice, alla quale la creazione aggiunge un terzo elemento: il Padre, lo Spirito Santo, il Figlio. «È come se in te e di conseguenza nelle tue creazioni, agissero due elementi a contrasto: l’uno romantico, che si compone di toni cipria, balze, e della levità della seta, l’altro, come un fondo d’inchiostro, una nota oscura, dissonante, che si nutre d’ombre, tessuti rigidi, geometrie e tagli». «È esattamente così: quando ho iniziato tendevo ad esasperare la componente romantica, mettendo a tacere l’altra, che scalpitava, in sottofondo. Poi mi sono detta: se i miei abiti debbono avere carattere, che abbiano il mio, e io non sono così. Intanto non sono particolarmente romantica, mi piace abitare il contrasto, la zona limite tra la luce e l’ombra, lì dove la rigidità di un tessuto viene ammorbidita da un drappeggio inaspettato o la sensualità prorompe a tradimento in un taglio audace, in una trasparenza nascosta che si apre su un abito a prima vista castigato.»
Sempre più vivida si staglia in me l’immagine di un atto magico – quello del creare – consumato in pieno raccoglimento, come una preghiera. Eccola, di fronte ai miei occhi la creatio ex nihilo, priva di vincoli e condizionamenti, del tutto libera, tanto quanto è sconfinata l’immaginazione del creatore.
La voce di Michela arriva a contraddirmi tenera come il sussurro di una madre. «Vedi, io non sono convinta che la moda sia arte, per quanto vi sia qualcosa di artistico nel processo di creazione di un abito – il caos, l’intuizione, l’idea – è qui più forte che in altre discipline lo scontro, la lotta con la materia. Più che artista mi sento dunque un artigiano, colui che con la materia scende a compromessi, e che soprattutto ama la materia, la cura, piegandola pian piano ai propri scopi. Mi capita spesso di immaginare un abito, ma non immagino mai un abito finito. Posso produrmi nel cercare una determinata struttura, una determinata forma o un determinato stile, ma alla fine è il tessuto che mi chiama a sé, coinvolgendo vista tatto e olfatto in un rapporto sensuale che ha ben poco di meditato».
E in effetti come si può pensare di prescindere dai sensi in una forma d’arte che ha a che fare col corpo? Questo corpo femminile che cambia o è costretto a cambiare, un corpo vilipeso, offeso, parimenti mortificato o esibito come un quarto di bue sul bancone del macellaio. «Le donne sono belle e belli sono i loro corpi. Per questo tendo ad esaltarli, creando abiti che fasciano la silhouette, utilizzando tessuti che siano piacevoli al tatto, conservando un certo gusto per la teatralità e dichiarandomi a favore di un’estetica femminile powerful: vita segnata, spalle enfatizzate, fianchi esaltati. E siccome non amo le donne che si vestono per piacere agli uomini o meglio indossano quello che credono corrisponda ai gusti di uno stereotipo del maschile, cerco sempre di mantenere un equilibrio, poiché è indiscutibilmente più sexy suggerire l’idea della nudità che mostrare il corpo nudo. Le idee, le fantasie, i segreti non ancora svelati sono di certo più potenti dei loro corrispettivi reali».
Poiché si dissocia dal gregge compatto il pensiero di Michela mi appare ancora più bello. E non vi è accenno di moralismo nelle sue parole, sebbene ciò che traspare sia una nota di dispiacere per un passato al quale le sembra di appartenere e che, tuttavia, marcisce in un’altra dimensione. «È vero che questa è la società del consumo. E non siamo noi che consumiamo le merci, piuttosto il contrario. Il nostro comportamento è lo specchio di una macchina economica che trae i suoi profitti dalla velocità. Il nuovo è sempre migliore del vecchio, l’immediato vince sull’attesa, la quantità sulla qualità. Questo è il nostro approccio al consumo ed è oggi il nostro approccio alla vita. Per quanto mi riguarda, ciò che mi piace vedere nello specchio quando una cliente viene a comprare un abito è il guizzo negli occhi dell’innamorata. Quell’abito deve rappresentare qualcosa per lei, prometterle un’altra vita, raccontarle una storia che tramanderà alle sue figlie, alle figlie delle sue figlie, affinché non sia più solo un oggetto e come tale destinato a morire».
Di sopra ci attendono i suoi abiti, affastellati uno dietro l’altro in file ordinate come bambini delle elementari, ognuno tiene la mano al vicino in un discorso ininterrotto che perdura tutt’ora. Ogni abito è l’episodio di una storia, il frutto di un’esperienza, l’evoluzione del precedente, il presagio del successivo. Abiti come rosoni di chiese incrostati d’icone di santi, abiti come tavole botaniche, imperlati di petali e corolle, abiti come laghi di vetro, coi colletti lucenti di brillanti, abiti come ali di corvo, le spalle ricoperte di frange impalpabili a guisa di piume, giacche come mantelli di cavalieri notturni, camicie di seta che scivolano via alla stregua di sogni, stampe che altro non fanno che imprimere sul tessuto il caleidoscopio di immagini che affollano gli occhi.
Ed ora so che cos’è Aroma 30 per Michela Fasanella. Il laboratorio di un artigiano e di un mistico nel quale trasformarsi, da donna a gatta e con zampe di velluto accarezzare del tempo che passa, la variabile che permane. Perché sopra al chiacchiericcio della gente, alle mode, alle trasformazioni, agli umori, quello che resta è il senso del sacro.
BELLAGENTE è un progetto Dude.
In collaborazione con Officine Fotografiche Roma.
Foto di Marco Rapaccini (Officine Fotografiche Roma).