Pifebo | Moda
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Pifebo | Moda

«Guardare al passato con nostalgia vorrebbe dire decretarne la morte. Il passato bisogna traghettarlo nel presente e lì seminarlo, per farlo germogliare nel futuro.»

Via dell’Amba Aradam, lo dice il nome, è un’intasata arteria romana: un assurdo imbuto che dalla maestosa piazza di San Giovanni con l’obelisco egizio strizza le macchine in incolonnamenti eterni. Un lungo serpente di lamiere e clacson, rimpinguato dalla diabolica e contemporanea presenza di un ospedale, tre semafori e una corsia preferenziale per gli autobus. In quel marasma, via dei Valeri è una piccola traversa incontaminata, che funge da riparo dalle urla d’ambulanze e automobilisti incazzati.

A mezzogiorno sono al terzo cappuccino d’ordinanza e la luce violenta a dispetto delle lenti scure mi spinge a rifugiarmi all’interno del grande portone bianco di Pifebo. Ho appuntamento lì fuori con un terzo del cuore tripartito del negozio, Cristiano. Eppure il mio patologico anticipo e una vampiresca attrazione per il rosso che trapela dall’ingresso mi spingono a entrare. All’interno infatti il giorno arriva poco, la luce è clemente e l’atmosfera ammicca ai più curiosi. Tonnellate di abiti, scarpe, borse e accessori colonizzano ogni angolo dell’ambiente in una macchia di colore missoniana e carnevalesca che eccita i sensi. Tre ragazzini hanno fatto sega a scuola e sono qui, coi loro zaini enormi, a spintonarsi tra gli stand ingombri. Il mio sguardo vaga da loro a una tuta d’aviatore, da loro a un paio di stivali da biker, da loro a un abito da sposa che pende dal soffitto come un fantasma di teatro. Sarà la caffeina, il dormire troppo o troppo poco, la quinta (o sesta?) sigaretta o il celeberrimo imbarazzo della scelta ma mi sento come sotto un trip di LSD.

Mi trascino su per la salita catturata parimenti da una tutina da Catwoman e da un chiodo appartenuto di sicuro a un figaccione e mentre penso che Grease soggiorna latente nel mio lobo temporale sono fuori, nella spietata luce del giorno. Una figura mi viene incontro con passo ben più sicuro del mio, occhiali da sole, camicia di jeans, jeans e sneakers. Gli invidio la tenuta da prima domenica di Marzo, anche se è lunedì e siamo e Febbraio e mi lancio: «Cristiano?».

Cristiano ha bisogno di caffè e tabacco, la colazione dei campioni. Lo seguo nei suoi giri profumati di routine e allietati da quel saluto paesano e confidenziale che i negozianti riservano solo ai lavoratori come loro. E siccome questo cielo non si vede tutti i giorni, che sembra fine Marzo, l’ho già detto, ci sediamo su una panchina a fumare e chiacchierare come i vecchietti fuori dai bar.

«E allora, che cos’è ‘sto Pifebo»?, chiedo. «Pi-fe-bo sono le iniziali dei nostri tre cognomi, intendo il mio, quello di Elisa e quello di Francesco (Elisa Pittiglio, Francesco Ferucci, Cristiano Bomba n.d.r). Pifebo è la nostra passione e siamo noi tre, in primo luogo, ad essere uniti da una straordinaria sintonia. Chi dice che bisogna essere diversi per completarsi io non l’ho mai capito. Noi tre siamo uguali identici e funziona benissimo. Ci conosciamo da sempre, ci vogliamo bene e ci capiamo al volo. Le gerarchie non esistono se non in termini di rispetto delle attitudini e peculiarità individuali. Se Elisa è più brava di me a fare una certa cosa, è giusto che lo faccia lei, nessuna invidia, nessuno se la prende per questo».

Sarà l’atmosfera un po’ retrò ma mi vengono in mente Jules et Jim e Bande à part e sorrido – con me stessa più che altro – all’idea di questo trio di outsider che realizza un sogno così, a partire da un’amicizia. Ma le storie da romanzo nella realtà sono fatte da vero sudore, e Cristiano precisa: «Non è mica stata una passeggiata sai, era il 2006 di anni allora ne avevamo 23, e se non hai, come dire, le spalle coperte, insomma, nessuno qua era ricco di famiglia, ci è toccato rimboccarci le maniche, andare a lavorare per trovare il capitale d’avvio. Io e Francesco in un negozio di giocattoli, con le divise e tutto quanto, due buffoni, Elisa in uno di quei grossi negozi, come commessa, una cosa così». Certo, abbiamo avuto anche qualche colpo di fortuna, come quando l’ottico di mia madre ci ha dato scatole e scatole di occhiali vintage di marca, nemmeno lo sapeva che tesoro custodiva in magazzino, adesso è lui che si è fatto una vetrina vintage all’interno del negozio! Però in generale è stata ed è una faticaccia, alzarsi alle cinque, fare i mercati per far girare il nome …»

Cristiano ha studiato psicologia e si vede. Non tanto perché tenti di indagare nel tuo inconscio, piuttosto per una disarmante curiosità nei confronti delle persone, una vera passione per gli esseri umani e un amore smodato (ma ricambiato) per la ricerca.

«Quando abbiamo capito che le strade che avevamo intrapreso non ci avrebbero portato da nessuna parte, abbiamo deciso di scommettere sulle nostre grandi passioni. Da bravi romani siamo amanti dei mercati e lo spulciare sui banchi ce l’abbiamo nel sangue. Via Sannio, Porta Portese sono stati la nostra grande scuola. Poi dopo un viaggio a Stoccolma abbiamo ricevuto l’input finale: lì c’erano cose che a Roma non esistevano, la cultura del vintage non era legata ai concetti di “usato” e ai retrobottega dei robivecchi, così abbiamo pensato di provare a regalare alla nostra città una possibilità di evolvere nella direzione delle altre grandi capitali europee.»

«Ho guardato in faccia il mio cane Orazio, un Boston Terrier, e abbiamo pensato di farne il logo del negozio, come colore identificativo abbiamo scelto il rosso, perché attrae e trascina con sé un sentimento legato alla passione e al divertimento. Volevamo che tra le mura del nostro negozio aleggiasse un mood da Luna Park, abbiamo aggiunto i neon e riempito le pareti delle cose che amiamo e dopo poco il nostro negozietto a San Lorenzo era aperto».

Pifebo nasce quando esplode il boom dei social network, My Space gli dà una grande mano a farsi conoscere e presto i tre pionieri incontrano un target sempre più ampio di utenti: «Oggi da noi vengono persone di ogni tipo e questo è bello perché ti consente di diversificare l’offerta e incontrare gusti diversi. Ci sono le ragazzine preadolescenti fissate con la moda, i vecchi biker, gli skinhead faccia a faccia coi pariolini di Roma Nord. Devi essere sempre attento. Sforzarti costantemente di capire la città e chi la vive e poi, certo, scommettere su te stesso perché alla fine chi sceglie i pezzi sei tu, il gusto è il tuo, e ogni volta che qualcuno compra un abito che hai amato ricevi una conferma o meno del tuo intuito».

Sembra dunque che si debba sfatare un mito: chi vende vintage non è necessariamente un nostalgico, anzi, si avvicina di più a un trend setter, è si un accumulatore ma anche un amplificatore del passato. «Guardare al passato con nostalgia vorrebbe dire decretarne la morte. I cliché non servono a nessuno. Il passato bisogna traghettarlo nel presente e lì seminarlo, per farlo germogliare nel futuro. L’unica nostalgia che abbiamo è per la qualità! Comprare vintage significa offrire al cliente un pezzo che è arrivato fin lì e che continua a vivere grazie alle sue straordinarie qualità. Se oggi comprassi un abito nuovo di fattura magistrale come lo sono certi abiti vintage, dovrei spendere un bel po’ di soldi. E non è giusto. La bellezza e la qualità devono essere beni democratici. Allo stesso modo dev’essere possibile sfuggire alla massificazione, ci deve essere un’alternativa alle grandi catene e l’opportunità di indossare finalmente un pezzo unico e irripetibile consente di sollevarsi dall’imperativo globalizzante dei colossi».

Le nostre mamme, le nostre nonne, avrebbero faticato a indossare qualcosa che era stato già indossato da qualcun altro. Oggi questo è un tema che può essere rovesciato, coinvolgendo una certa dose di romanticismo: «Spesso, nelle tasche o nelle borse troviamo oggetti perduti. Santini, soldi, biglietti, ricordi appartenuti ai precedenti proprietari degli abiti e degli accessori. A San Lorenzo abbiamo decorato un’intera parete con i santini rinvenuti dalla pulizia dei pezzi. Devi farci i conti, può intristirti, oppure puoi sentire un’energia, un’energia completamente diversa che il capo nuovo non possiede. Sono convinto che qualcosa rimane sull’oggetto dopo che è stato usato, dopo che è stato amato. E per noi quell’energia che è potente e bellissima è un valore aggiunto, un coefficiente d’attrazione.»

Da quel poco che si può capire di un uomo da un incontro di due ore, Cristiano è uno che ama. Se il mondo si divide tra disillusi e innamorati come tra l’ombra e il sole, beh, lui è un innamorato. Del suo lavoro, dei suoi amici, della sua donna, della sua città. «E come si fa a non amare Roma, guarda che cielo, sembra Estate. Non si può stare in casa con una giornata come questa, bisogna uscire a piedi, passeggiare. Io non potrei vivere da un’altra parte. Mio fratello a volte mi dice vieni, apri un negozio qui a Milano. Ma io Roma non la lascio, con le sue luci gialle sul Lungotevere, quei lampioni meravigliosi che stanno solo qua. Qualunque cosa farò la farò qui e sarà per Roma. Come si fa ad andarsene, guarda quanto è bella».

Quando parla di Pifebo, dei suoi amici e della sua città Cristiano si illumina, si vede che è un inquieto, uno a cui piace rovistare come un pirata che cerca un tesoro e salpa, di lido in lido, ché il forziere più ricco, di certo, deve ancora essere trovato. Un esploratore che parte senza nessuna certezza se non la forza delle sue passioni, e la voglia di tornare.

BELLAGENTE è un progetto Dude.

In collaborazione con Officine Fotografiche Roma.

Foto di Marco Rapaccini (Officine Fotografiche Roma).

Marta Benvenuto
Nata a Roma il 25 Novembre 1984, si laurea a pieni voti in Filosofia per essere certa di non trovare mai lavoro. Scrive di cinema, moda e letteratura su diversi magazine online e, nel tempo libero, stacca i biglietti all'Auditorium Parco della Musica.
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