Valerio Mirabella | Musica
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Valerio Mirabella | Musica

Roma non ha mai smesso di rappresentare un approdo importante, possibile, per chi vuole occuparsi di musica. Oggi come ieri rappresenta una delle realtà più floride e vive.

All’inizio del mio percorso ufficiale in qualità di “cantautore” (perdonatemi la parolaccia) nel 2011, mi capitò di essere invitato a suonare per l’inaugurazione di un posto, un piccolo locale nel cuore del quartiere Quadraro, un locale che di li a poco sarebbe diventato uno dei miei posti preferiti di Roma.

Il luogo in questione è il Grandma Bistrot e, per chi non ci fosse mai stato, dentro ci potete trovare delle pareti azzurre, un cuoco straordinario, tante facce sorridenti, dell’ottima musica e della birra non da meno.

Qualche mese dopo venni richiamato per suonare al Grandma e questa volta ci trovai anche Valerio Mirabella: barba nera e lunga, jeans strettissimi che manco a Sheffield e un luccichio vivace e birbante negli occhi.

Valerio mi intervistò durante una delle prime puntate del Recordingrandma, bellissimo format inventato da lui stesso assieme a Marco Leonetti, in cui autori e band – italiane e non – si esibiscono, rispondono alle domande di Valerio e vengono registrati dalla Carrettera Mobile recording del sapiente David Matteucci, angelo custode della fonia romana.

La serata fu bellissima, le domande di Valerio originali e sintomatiche di un ascolto approfondito e variegato.

Poi ho scoperto che Valerio faceva veramente un sacco di belle cose per Roma: organizza eventi e concerti, inventa e conduce programmi radiofonici, mette bei dischi in un sacco di locali, promuove incontri creativi (l’anno scorso mi ha fatto suonare con il cantautore triestino Toni Bruna) e molto altro ancora.

L’aggettivo che mi verrebbe da affibbiare con più facilità al buon Mirabella è “appassionato” e le risposte alle mie domande dimostrano bene perché.

 

Nonostante la mia introduzione, credo sia più divertente sentirsi dire dal diretto interessato come la pensa su se stesso, come si autodefinisce, anche perché trovare una sola etichetta per un personaggio tanto poliedrico è un’avventura in cui non ho avuto coraggio di buttarmi.

Quindi, come quando i professori ti chiedevano di darti da solo un voto dopo un interrogazione, la prima cosa che ho chiesto a Valerio durante la nostra chiacchierata è stato: chi sei?

I professori per me hanno sempre rappresentato una costante negativa. I maestri, di contro, li ho sempre cercati con scarsa sorte.

La città che mi ha dato i natali è Catania e sono uno di quelli che ha sempre amato guardare l’Etna dal mare. A un certo punto però ho pensato che sarebbe stato interessante e forse per certi versi anche necessario guardare l’Etna e l’intera Sicilia da un’altra prospettiva, anche se partire è stato un processo faticoso.

Vivo e amo Roma da 12 anni.

In quanto a musica, guardando indietro credo che un passaggio fondamentale sia stato l’incontro con Sylvie Lewis, una cantautrice angloamericana che ha incrociato la mia strada circa sette anni fa. In quel periodo ci trovavamo entrambi a Barcellona, e dopo circa un anno, nel 2008, abbiamo iniziato insieme l’avventura radiofonica. Fandango Web Radio era appena nata e pensa che a quel tempo trasmetteva unicamente live dal Café Fandango in Piazza di Pietra, a Roma.La proposta Fandango era di condurre un programma che si occupasse di musica folk. Senza avere la minima idea di come si usasse un mixer o a che distanza ci si dovesse piazzare dal microfono, ci siamo detti: fare radio deve’esser facile, dobbiamo solo parlare di musica e in fondo è quello che facciamo continuamente!

Il programma si chiamò That’s all Folks!: primo esperimento di me, siciliano musicofilo e black music addicted, e Sylvie, cantautrice inglese che parlava italiano da soli tre mesi: la buona dizione latitava ma l’amore per il djing e per la comunicazione, la divulgazione erano già vivi e sufficientemente a fuoco.

Quella esperienza, nata quasi per caso e per gioco, per noi è stata un seme molto, molto potente.

Ti racconto qualcosa di me: pensa che da ragazzino adoravo creare delle playlist. Tenevo il registratore con la cassetta inserita e il tasto della registrazione in pausa per ore. Ascoltavo ogni giorno un sacco di radio, spesso a volume pazzesco, per tutto il pomeriggio. Quando arrivava il pezzo giusto, mollavo qualsiasi cosa stessi facendo al momento per  correre ad avviare la registrazione. Naturalmente dovevi saper riconoscere già dalle prime note il pezzo che stavi aspettando, in modo da registrarlo per bene dall’inizio. Mixtape rudimentali piene di hit anni ’90, con innumerevoli frammenti di jingles, pubblicità, commenti dei dj… Cosa facevo con tutto quelle cassette? Semplicemente le ascoltavo con il walkman, passeggiando per strada, sperimentando già quella trasfigurazione della realtà che solo la musica ti sa dare, le condividevo con gli amici e spesso e volentieri le regalavo.

L’incontro con Sylvie in questo senso è stato molto interessante, mi ha donato una prospettiva interna, analitica. Ho imparato a masticare vari linguaggi musicali, a cogliere le sottigliezze delle canzoni, le strutture, i testi, i sottotesti. A godere non solo dell’accostamento puramente estetico di una canzone all’altra ma anche del commento di ciò che si ascolta, della spiegazione.

Da allora in poi tanta radio, quasi sempre dal vivo, che ha segnato anche le mie varie collaborazioni con le belle realtà della nostra città: Angelo Mai, Circolo degli Artisti, Ausgang, Lanificio 159, 2N, Grandma Bistrot, 2Periodico Café.

E poi i miei amati viaggi, spesso vissuti come veri e propri pellegrinaggi musicali, dal Brasile al Senegal, dagli Stati Uniti all’Inghilterra.

Se sei stato scelto da BELLAGENTE ci saranno sicuramente un sacco di buoni motivi. Qui nello specifico si parla di Roma e delle personalità che la animano. Tu cosa senti di fare per Roma?

Credo che la cosa più importante sia parlarne bene. E non mi riferisco ad un acritico ottimismo a priori, anzi. Roma non ha mai smesso di rappresentare un approdo importante, possibile, per chi vuole occuparsi di musica. Oggi come ieri rappresenta una delle realtà più floride e vive del panorama nazionale. Le difficoltà non mancano, questo è ovvio, ma a guardar bene ci sono, ci siamo, anche tante persone che credono nella qualità, nel cambiamento, nella crescita.

Mi è capito recentemente di rivedere un film per me parecchio significativo: Down by Law di Jim Jarmusch.

Bob, il personaggio interpretato da Roberto Benigni, è un italiano che si trova a New Orleans e che con altri due sconosciuti è costretto a condividere l’esperienza della galera. Come spesso accade nei film di Jarmusch, lo sguardo altro, solitamente incarnato da uno straniero, dona una prospettiva diversa, straniante, diventa veicolo e passaggio necessario per comprendere a fondo l’universo culturale di cui ci sentiamo parte. Bob organizza la fuga dal carcere mutuando strategie di evasione apprese grazie alla visione dei prison movie americani. Sceglie la «strada meno battuta» suggerita da Bob Frost. Trova divertenti cortocircuiti linguistici che rompono le barriere dell’incomunicabilità donando momenti di profonda condivisione (la celebre scena del «I scream, you scream, we all scream for ice cream» che per poco non sfocia in una rivolta carceraria).

Al di là dell’accostamento un poco ardito, non ho mai perso di vista la bellezza di Roma, i valori che la nostra città esprime. Da romano acquisito cerco di restituire quei valori a chi la città la vive. E oggi credo di poter dire di condividere questo obiettivo con la comunità artistica di cui mi sento parte.

Allora, visto che ci piace, parliamo di musica. Raccontaci se ti va come è nato il tuo amore per l’ascolto. E poi finalmente è arrivato il mio turno di fare una di quelle domande che mi fanno sempre durante le interviste, la temibile: quali sono i dischi (facciamo 10) senza cui non ti sentiresti a tuo agio e come concepisci il tuo fare della musica?

La collezione di casa Mirabella, la casa dei miei genitori, contava neanche un centinaio di vinili. I miei genitori sono sempre stati dei sinceri appassionati di musica (adesso non perdono neanche una diretta radio del sottoscritto) ma mai dei veri collezionisti. La domenica, a casa, a volume sostenuto, risuonavano walzer, hits anni ’80, colonne sonore, jazz orchestrale e quant’altro, ed è sempre stato un pretesto per muoversi, per ballare. Credo che il primo elemento musicale che mi ha conquistato sia stato il ritmo. Il secondo, che mi ha spalancato l’universo astratto legato all’ascolto, è stato il suono. Ricordo un doppio album di Paul McCartney, un best of che racchiudeva buona parte della sua carriera solista. Era il mio disco preferito. All’interno c’era un’accozzaglia di immagini dei Beatles, copertine dei suoi album, foto di repertorio. Ascoltavo a ripetizione quei brani così diversi da loro, guardavo le immagini e liberavo la fantasia. Le sonorità si impossessavano di me.

Credo di avere sempre avuto un approccio squisitamente romantico alla musica. L’arte astratta per eccellenza.

Sui 10 dischi glisserei volentieri, ma visto che mi trovo spesso dall’altra parte a fare domande del genere, credo mi tocchi una risposta. Diciamo che se adesso dovessi prepararmi in fretta per un lungo viaggio ne porterei con me almeno tredici:

M Ward – End of Amnesia

Caetano Veloso – Qualquer Cosa

Magnetic Fields – 69 Love Songs

Josephine Foster – Blood Rushing

Harry Nilsson – Nilsson sings Newman

Bob Dylan – Blood on the Tracks

Gillian Welch – Time (The Revelator)

Lee Dorsey – Great Googa Mooga

Cass McCombs – Big Wheel and Others

Vashti Bunyan – Diamond Day

Velvet Underground – Loaded

Taj Mahal & Toumani Diabate – Kulanjan

Brian Jonestown Massacre – Give It Back

Continuando a parlare di musica: i Mirabella sono tutti immersi nelle note.  Ti va di delineare un profilo artistico di tua sorella e tuo fratello?

Profilo artistico, eh? Chiedere al fratello maggiore di essere obiettivo è rischioso, ma farò del mio meglio!

Partiamo dal fratellino rocker, allora.

Paroliere, Producer e Batterista di tre band al momento – B.M.C. Big Mountain County, Le Mura e Magic Cat; per parlare di Bruno non si può far a meno di chiamare in causa il rock’n’roll, declinato in tutte le forme possibili. Basterebbe andare ad un suo djset (al momento duetta con Alessandro Montemagno in DuoWop e usa Shabaz come suo personale moniker da DJ) per farsi un’idea: surf, freak beat, rocksteady, psych, funk, garage, blues, minimal e techno. Detto così sembra un pastiche ma vi assicuro che ogni volta è una sorpresa – riesce a portarti a spasso nel suo mondo sonoro con molta personalità.

Il palco è il suo habitat naturale.

Parola preferita: psichedelia. Non ditegli indie.

Membro fondatore di Honeybird & the Birdies, Paola è la vera gemma musicale della famiglia. Ricordo quando tutti e tre, attorno a rudimentali strumenti di ripresa audio, ci si dilettava cambiando ciclicamente il messaggio della segreteria telefonica di casa nostra. La voce era sempre la sua, così come la scelta della melodia, accompagnata da strani tappeti sonori assemblati con chitarre, pentole, fischi e cori.

Con Monique (Honeybird) è stato amore a prima vista. Più o meno sei anni fa si sono incontrate per la prima volta proprio in una mia festa di compleanno. In meno di un’ora erano già con gli strumenti in mano… Insieme abbiamo condiviso momenti memorabili, dal concerto al Primo Maggio a quello al Primavera Sound di Barcellona.

Canta, suona la batteria, le percussioni, il flauto, il piano.

Album preferito: Graceland di Paul Simon.

Dj, conduttore radiofonico, produttore musicale, organizzatore di eventi, promotore di realtà culturali sotterranee e non, divulgatore e altro ancora. È vero che chi si ferma è perduto ma come si conciliano tutte queste cose? Attualmente, ad esempio, a cosa stai lavorando? Ci puoi descrivere una settimana tipo?

Recentemente ho letto da qualche parte che fra i lavori più stressanti in assoluto c’è l’organizzatore di eventi.

Beh, effettivamente questa lista di attività può far pensare ad una persona job oriented… ma in verità amo il tempo libero. Sono tutti aspetti della stessa esperienza, a maggior ragione adesso che le distinzioni e i confini fra le varie professionalità della musica sfumano di fronte alla crisi del mercato. Buona parte del mio lavoro è ascoltare musica e cerco sempre di creare i presupposti ideali per dedicarmici con presenza e con mente sgombra. Proprio come la meditazione giornaliera, la palestra due volte a settimana o l’abbonamento al cinema, con la sola differenza che tocca a te ritagliare quello spazio e devi farlo nel migliore dei modi e connettendoti con te stesso. E quindi può durare un‘intera notte, così come qualche ora la mattina.

Il presente per me è The Roost: un progetto nato in collaborazione con Sylvie Lewis ed Emiliano Bonafede che trovate online all’indirizzowww.theroost.it.

The Roost è una web radio, con un flusso musicale h24 e collegamenti esterni rigorosamente live da varie venues romane: due domeniche al mese va in diretta streaming il RecordinGrandma, il giovedì sera That’s all Folks! (Live Folk Radio Show condotto a più voci del 2Periodico Café), la domenica all’ora del brunch le derive radiofoniche di The Drift – Ascolta e Deriva.

The Roost cura la direzione artistica del 2Periodico Cafè, consolle molto ambita al momento durante i weekend e palco che sta esprimendo tutto il suo potenziale con gli artisti italiani ed esteri che lo animano durante la settimana.

Oltre alle produzioni live ci siamo anche dedicati a degli happening sempre a sfondo musicale in posti non convenzionali come le Sunset Sessions e le Dawn Sessions: delicati live acustici alle prime luci dell’alba, per un piccolo fortunato pubblico, circondati dal canto degli uccelli e dai tetti di roma, filmati e registrati a dovere.

Il 2014 ci vedrà anche coinvolti nella produzione di due EP: Field Work di Sylvie Lewis, collaborazioni della cantautrice angloamericana con diversi artisti (Dawn Landes, Orchestra di Piazza Vittorio, Emma Tricca, Marit Larsen) registrate in varie parti del mondo, e il duo Vincent Butter, su cui adesso posso svelare poco in realtà se non che sarà una prima prova di grande qualità e assoluta originalità di due musicisti già ben noti alla comunità artistica italiana.

Poi ad un certo punto, arriva il momento Novella 2000 e andiamo sul personale. C’è qualcosa che ti riguarda che secondo te in pochi sanno ma che ci terresti che invece sapessero in molti?

Sono un buon amico. (E, per esempio, ho messo su la prima collaborazione live fra Dente e Brunori, perché fare incontrare due belle realtà ed essere un buon amico sono più o meno la stessa cosa).

Scusami, ma il mio animo listomane esce fuori quando meno me lo aspetto. Quindi ti chiedo una piccola classifica, con motivazioni al seguito, di alcuni luoghi di Roma a cui sei particolarmente legato. Va bene tutto: dal grande raccordo anulare al Grandma Bistrot.

Casa mia, ribattezzata Villaverde. Mini superattico frutto di un vecchio abuso (mmm… condonato!) per metà fatto in legno, immerso nel centro di Roma. I tetti sono il regno degli uccelli, dei gatti, dei sognatori. E poi c’è un’amaca…

Grandma Bistrot, Forte Fanfulla, 2Periodico Café – i miei locali preferiti a Roma, dove ho anche la fortuna di lavorare.

La Colombo. Passato il bivio per la Pontina, sulla destra si apre la (vera) via del mare.

Batto spesso quella tratta, soprattutto durante la bella stagione. Pini come immensi ombrelli che riparano dal sole, distese pianeggianti ai lati della strada, boschi, la storia romana e la città che si espande a vista d’occhio. E poi, come un fiume, lo sbocco a mare.

Ristorante La Pigna. Citerei questo ristorante anche se mi intervistasse il Times o David Letterman. BELLAGENTE che vive la ristorazione come una forma d’arte, l’accoglienza come la sua naturale espressione. Quando c’è da celebrare, non ci penso un attimo.

La Caffarella, selvatico più del Central Park, con la storia romana a portata d’occhio. Il mio parco-labirinto ideale: so dove entro ma non dove e quando ne uscirò.

Ok, grazie, ora però mi do un tono: che cosa si potrebbe fare, che invece non si fa, per rendere Roma una città “meglio”.

Eh eh… qui si fa sul serio. Facciamo che evito di dilungarmi ma ti dico tre cose che secondo me farebbero bene alla nostra città.

La prima riguarda sicuramente la mobilità: Roma è un inferno per i ciclisti e una minaccia costante per i pedoni. Piste ciclabili capillari e ben progettate, così come efficenti servizi di bike e car sharing donerebbero felicità.

La seconda la spendo per il mondo che conosco meglio, la musica dal vivo. Burocrazie contorte e spese insostenibili bloccano molti locali interessati ai contenuti musicali. Oggi la musica live rappresenta una delle poche forme di sostentamento per gli artisti. Agevolare gli operatori e semplificare le procedure significherebbe anche creare quantità e investire sulla qualità.

E infine il patrimonio artistico. Più di una volta amici stranieri mi hanno fatto notare come spesso quando ci si riferisce a Roma si parli quasi esclusivamente di eredità artistico-culturale. Come se Roma fosse una città di rovine e poco più. Il senso della storia se è vero che può appesantire il presente, dall’altro lato è un percorso verso la consapevolezza, lo strumento per riconoscere la bellezza. E, come si dice, la bellezza è negli occhi di chi guarda.

Guardiamo Roma con occhi di bellezza. Ecco.

BELLAGENTE è un progetto Dude.

In collaborazione con Officine Fotografiche Roma.

Foto di Marco Rapaccini (Officine Fotografiche Roma).

Tommaso Di Giulio
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