Francesco Pacifico | Letteratura
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Francesco Pacifico | Letteratura

«Noi non raccontiamo grandissime storie, la nostra è una forma di tragedia che è tutta nel dettaglio.»

L’autunno a Roma è diventato un continuo allarme bomba-acqua. Per la prima volta da quando sono nato le scuole sono state chiuse e con scadenza settimanale la città vive qualche ora dentro a un immaginario catastrofico. Questo rende la città stonata, c’è poca gente e se ne va tutta in giro con l’aria dei sopravvissuti. Da Necci invece l’esistenza della classe borghese prosegue inattaccabile, in sintonia relativa con gli umori del resto della città. È qui che mi devo vedere con Francesco Pacifico, con cui inizio l’intervista parlando di Class, il nuovo romanzo uscito per Mondadori a inizio settembre, definito da alcuni «un romanzo contro i bamboccioni» e da altri «il grande romanzo italiano di quest’epoca». pacifico

Class racconta le vicende di una coppia di sposini che si trasferiscono a New York per tentare fortuna dentro al giro di creativi della città, ultimamente teatro delle proiezioni velleitarie del ceto borghese italiano. La storia cerca di rappresentare l’infelicità che viene fuori quando «l’ambizione è sproporzionata al talento» ed è triste e doloroso esattamente come potreste immaginare una storia del genere. Il fatto che l’intervista su un libro simile si faccia da Necci dà l’idea di una geografia sociale chiusa in certi luoghi che hanno una consistenza fragile. Necci sta in una borgata ideale, che esiste solo nell’immaginario della borghesia romana. Ed è per questo che è così giusto che questa intervista si faccia qui. Nei giorni precedenti mi sono letto tutto quello che si è scritto riguardo al nuovo romanzo di Francesco Pacifico, le interviste (poche e belle) e le recensioni (molte e scadenti) hanno in parte rovinato l’idea che mi ero costruito da solo sul libro, ma mi hanno dato diversi spunti per questa chiacchierata. Una cosa che continua a ronzarmi in testa da ieri l’ho ascoltata in un’intervista a Rai Letteratura. Pacifico sostiene che attualmente esiste una specie di livellamento morale tra le persone, per cui la svolta ricercata nella televisione dal poveraccio di Garrone in Reality non è così distante dai tentativi di realizzazione della borghesia attuale. È un punto di vista amaro ma veramente interessante, così la prima domanda che gli voglio fare è su questo: sull’idea di realizzazione che Pacifico dice essere il motore del suo ultimo romanzo. «Se io dico realizzazione non lo intendo “prescrittivamente” ma una cosa che “sento” che esiste», precisa. «Questa realizzazione di cui parlo, che è una realizzazione in chiave hip-hop – cioè la scalata, lo swag – non è l’unica che c’è nel mondo. Permangono in ogni caso altri modelli, tipo andare a lavorare nella società del papà. In realtà però sotto c’è sempre questa idea, aiutata dai social network, dell’esporre quello che si fa, che rende la realizzazione una cosa spendibile. Se Facebook serve a postare foto di tuo figlio sano, della tua lettura in pubblico, del tuo viaggio ai Caraibi, in qualche modo è il fatto stesso della foto che livella. Siamo tutti connessi attraverso quella forma di “catalogazione della realizzazione”». Questa mania di catalogazione continua – che è una voglia di far vedere attraverso i propri consumi culturali a che punto della propria vita si è arrivati – è una forma mentis della contemporaneità che Class riesce a cogliere molto bene, soprattutto grazie a una profonda attenzione alla restituzione del dettaglio, da sempre una cifra stilistica della scrittura di Francesco Pacifico. copertina_pacifico Ha dichiarato che «non c’è nessun luogo inventato in Class» e così mi viene da chiedergli se questa precisione nella scrittura dei dettagli sia motivata più da una spinta etica – del tipo «lo scrittore può raccontare solo quello che vede» – o se ha invece un respiro più estetico. Nel senso che stando così attenti ai dettagli si riesce a costruire un universo narrativo molto vivido e abitabile dal lettore. Ovviamente mi dice che la risposta è composita: «il fatto è che noi non raccontiamo grandissime storie, la nostra è una forma di tragedia che è tutta nel dettaglio». Mi dice, mentre penso a quanto culturalmente situata sia la mia scelta di bere caffè americano, in quel momento. «Se racconti il rapimento di un uomo che è stato sbattuto in una cella per due anni, puoi anche non lavorare troppo sulla profondità psicologica, perché quello che racconti ha già molta forza di per sé. Raccontare la nostra generazione e la nostra classe sociale invece richiede una precisione assoluta nel dettaglio, sennò non stai raccontando niente. Anche ai parigini di inizio ‘900 non succedeva niente, e infatti Proust è di una precisione assoluta: perché cerca di raccontare profondamente cose molto difficili da raccontare. Tutta la tragedia sta nella precisione dei dettagli». Non è la prima volta che Pacifico cita romanzi di fine ‘800 per descrivere la propria poetica e quello che ha cercato di raccontare in Class. Sembra avesse molto in testa la società di fine ‘800 mentre scriveva questo romanzo e me lo conferma con un’osservazione che dovrebbe bastare a farvi correre in libreria: «sì, ho pensato: pensa che bello fare Balzac con gli hipster, da Necci…». Dice Francesco, da Necci, mentre un signore entra nella sala e gli chiede se la presentazione del libro è quella sera. No, era il giorno prima, da Giufà. Nella speciale classifica delle recensioni di Class più assurde, al primo posto metto quella uscita su Il Giornale, il titolo recita: «Viziatelli, mantenuti, inutili, ecco gli hipster de noantri», «come se gli altri fossero qualcosa di diverso» mi fa notare Francesco. Nella recensione il libro non viene né elogiato né stroncato, con quel sarcasmo passivo-aggressivo tipico di Il Giornale, però si dice che Class ha il merito di mettere alla berlina i bamboccioni italiani. In un’intervista a Studio, Pacifico ha provato a tirarsi fuori da questo modo di vedere il suo romanzo, sostenendo che invece la sua è una difesa dei bamboccioni. La dinamica mi ha ricordato la discussione nata attorno al primo disco de I Cani, che venivano accusati di criticare e giudicare moralisticamente la cultura hipster e un ambiente di cui, tutto sommato, fanno parte. Loro si difendevano dicendo di non criticare nessuno nelle loro canzoni, nelle quali si limiterebbero a raccontare. Ho riflettuto molto sulla legittimità di questa critica. Quando si racconta un ambiente in maniera così forte e dettagliata, quanto si riesce a restar dentro ai limiti del racconto e quanto invece si sconfina nella critica? Qual è lo scarto tra il giudizio e la narrazione? «Me lo sono chiesto tantissimo» dice Francesco, «avevo un’idea di fondo per questo libro: volevo far vedere che nella borghesia non c’è solo Margherita Buy» Mi viene subito in mente la faccia di appassionata infelicità che ha Margherita Buy quando lava i piatti nei suoi film. «Quando fai Margherita Buy» prosegue «metti una colata di glassa sopra tutti i nostri vizi e tic, per far vedere in maniera solo emotiva le questioni di fondo. Tutto quel cinema italiano basato su salotti in cui si urla in realtà è una grande colata di glassa». Le cose davvero imbarazzanti sono altre secondo Pacifico, per esempio: «i rapporti che abbiamo con il cinema d’essay, con il cinema delle minoranze… perché noi siamo così bianchi e ricchi e ci godiamo la pornografia delle minoranze. Queste sono le cose con cui è faticoso fare i conti. Fare i conti con il tema della gente frustrata perché vorrebbe fare il lavoro più fico del mondo e invece fa delle cacate. Invece noi su tutto questo ci mettiamo un’attrice con la faccia appassionata». Che in qualche modo ci rende più accettabili a noi stessi, gli dico, «esatto, e d’altra parte non puoi neanche essere solo quello che critica, perché devi avere una forma di identificazione con te stesso. Io con questo romanzo volevo vedere se, in questa schizofrenia di fondo, riuscivo a rendere la massima precisione del dettaglio e il massimo del dispiacere». Mi dice, a me, che una volta finito il romanzo ho dormito malissimo per diverse notti. «Questa non è una satira. Il romanzo inizia come una satira, ma poi diventa sempre più triste». E vi assicuro che lo diventa davvero. «Io considero questo libro la prima parte di un romanzo che è la parte più umana di questo libro» dice Francesco, «secondo me dopo aver fatto questo sforzo per mettere tutti i dettagli sono in una posizione in cui posso lavorare più direttamente sul dolore, dando per scontati i significanti». Gli chiedo se quindi pensava di proseguire il lavoro iniziato con questo libro, mi dice che non è esattamente così. «Penso che questo libro abbia bisogno di una risposta. Fare una cosa in cui il lettore non pensi in ogni momento: “ah che ridicolo!”. Mi spiego: se io parlo con un mio amico qui da Necci, e questo ha il barbour e l’orlo dei pantaloni arrotolato, non è che penso sempre a quello. Penso a ciò che mi sta raccontando». Io ora penso che ho l’orlo dei pantaloni ben arrotolato, come tutte le persone intorno a me in quel momento. «Io sono felice di aver scritto un libro sadico, che fa stare male chi lo legge. Perché comunque fa parte dell’arte. Però devo riuscire a trovare un modo di parlare delle cose importanti senza che uno si ricordi continuamente che il pantalone di chi parla abbia un risvolto di troppo. Credo sia questa la cosa che devo imparare a fare». Devo tornare un attimo su questa storia dei bamboccioni, un po’ perché mi sento chiamato in causa, un po’ perché mi sembra un aspetto importante dell’impatto che un libro come Class può avere nella nostra nicchia di bianchi hipster che scrivono e leggono magazine culturali. Dico a Pacifico che mi viene in mente il momento in cui la narratrice inizia a parlare in prima persona e dice una cosa come «io il biglietto per New York me lo sono pagato con i soldi guadagnati onestamente, facendo un lavoro vero. E vengo a New York per piacere, non per fare la velleitaria» mi interrompe Francesco a metà tra il divertito e l’arrabbiato: «perché quella cosa dovrebbe essere morale? Perché andare a New York coi soldi guadagnati col lavoro in agenzia di viaggi dovrebbe essere più morale?». Quando provi a lavorare in ambiti creativi devi affrontare un moralismo continuo, di chi ti giudica nemico della produttività e vuole farti sentire in colpa. «Sì, hai il senso di colpa se fai solo la mamma; hai il senso di colpa se non ti frega del lavoro che fai… La cultura di sinistra dovrebbe liberarsi dell’idea che bisogna essere produttivi a tutti i costi. Dobbiamo smetterla di pensare che una persona realizzata è una persona che produce. È questa un po’ la mia difesa dei bamboccioni nel libro». Una delle frasi più iconiche di questo libro è quella del racconto della «sproporzione tra il talento e l’ambizione», che ha ancora a che fare col senso di colpa di cui parlavamo in precedenza, che se non hai neanche il talento per fare il creativo diventa ancora più imbarazzante. Chiedo a Francesco una cosa banale, ma necessaria, quando cioè lui ha capito di non essere un velleitario, quando ha capito, in sostanza, di poter diventare davvero uno scrittore. Mi confessa che è un argomento su cui si finisce sempre, ma su cui è sempre imbarazzante rispondere. «Io ho passato la mia vita tra i venti e venticinque anni chiuso in camera. Questo non è una prova del fatto che avessi talento ma che ero molto represso. Però ho scritto tanto, male, e ho sempre pensato “devo capire se non so scrivere”. Quando ho scritto Il caso Vittorio mi sono detto “se entro quindici giorni non ho risposta smetto di scrivere”. La mia fidanzata dell’epoca pativa molto la mia frustrazione e quindi dovevo capire se potevo farlo. Conobbi tramite un amico comune Christian Raimo, gli portai il manoscritto, lui se lo prese e disse che Minimum Fax lo poteva pubblicare. Mi sono detto “per ora posso scrivere”, poi ho sempre cercato di capire se aveva senso continuare perché è comunque molto faticoso scrivere un romanzo e nel frattempo trovare il tempo per fare i lavori dell’editoria che sono poco pagati. La questione del talento me la pongo ogni anno». Francesco non scrive solo romanzi ma è molto attivo nel giornalismo culturale: è caporedattore di IL e scrive, fra gli altri, anche per Studio e Ultimo Uomo. Quindi conosce molto bene il conflitto, che abbiamo tutti più o meno vergogna a tirar fuori, tra il discorso molto nobile del talento e quello molto basso e materiale dei soldi. Se fai un lavoro creativo – che è una cosa che può sembrare poco concreta – devi confrontarti continuamente con problemi molto concreti e con una situazione in cui girano pochissimi soldi e si fa fatica a pagare le bollette. Credo che Class sia per certi versi una versione aggiornata de Il Lavoro Culturale di Luciano Bianciardi. La differenza terribile è che lui denunciava tutta una serie di persone – dentro Feltrinelli soprattutto – che lavorava davvero con la cultura, mentre nel romanzo di Pacifico si racconta una guerra tra poveri terrificante. È in questa differenza che si nasconde una delle dimensioni più malinconiche del romanzo. Pacifico mi dà la sua personale visione della direzione che l’industria culturale dovrebbe prendere nei prossimi anni. «Quello che io penso veramente è che la cultura dovrebbe diventare una cosa senza soldi. Servirebbero una serie di eredità impiegate nella cultura, come hanno fatto Einaudi e Feltrinelli che hanno messo a disposizione della cultura il loro patrimonio di famiglia». Mi sembra un discorso completamente opposto all’idea dominante attualmente, quella di Renzi, ad esempio, che crede che la cultura dovrebbe riuscire a stare sul mercato. «Un’altra idea stupidamente capitalista della cultura di sinistra è che dobbiamo farcela, che dobbiamo essere sul mercato. Invece non è così: se ogni persona che eredita dei soldi di famiglia apre una casa editrice che fa tre libri belli l’anno per me andrebbe bene anche solo così. Che è una cosa fattibile, per come è organizzato adesso il giornalismo culturale». Faccio fatica a immaginarmi il tutto, gli chiedo un esempio. «L’Orma ad esempio nasce con questa idea di fare poche cose, piccole ma di qualità, aiutati da un intellettuale bravo come Andrea Cortellessa: tutti sanno che esiste L’Orma, e che fa cose rilevanti. Stesso discorso per Indiana a Milano. La cultura deve diventare questo prima che ridiventi un’economia. Non dobbiamo pensare che la cultura deve produrre, la cultura deve dare vita, ricchezza, deve farci fare cose belle». Gli dico che così si dà ragione a Obama, quando dice che con la storia dell’arte non si mangia. «Sì ma con l’eredità si mangia», mi risponde, «Sono i soldi da parte che devono essere usati per queste cose. Il giornalismo culturale è una cosa ridiventata di nicchia. Le persone che si devono leggere si conoscono, esiste un modo di creare una scena che vent’anni fa non c’era». Non afferro perfettamente il tono con cui dice questa cosa, gli chiedo se lo trova malsano. «No, è una cosa bellissima. Se oggi vengono fuori venti nuovi editori che fanno cinque libri l’anno ciascuno con soldi di famiglia senza guadagnarci una lira, e fanno libri belli, la scena fa sì che quei libri possano passare, possano essere letti». Inizio a capirci un po’ di più e penso di riportare il discorso sulla scrittura. Mi torna in mente un’intervista di Dave Eggers a Minima&Moralia nella quale dice che la mattina, prima di mettersi a scrivere, deve leggere almeno novanta minuti per entrare in un “flusso” positivo. Questa cosa la dice anche Pacifico, più precisamente dice che leggendo riesce a trovare «l’accordatura dello strumento». Mentre scriveva questo libro ci ha tenuto a non leggere libri brutti, per tentare di trovare un’influenza positiva, che arriva a descrivere come metafisica, tra lettura e scrittura. Gli chiedo di definire meglio cosa intende per “metafisica”. «È metafisica nel senso che non esistono le regole di scrittura ma solo la luce che viene tramandata», mi dice, «Ogni grande libro in più che leggi ti fa scoprire qualcosa che non può essere insegnato altrimenti che leggendolo. Prendi la Divina Commedia. Quella delicatezza che ha il corpo fragile di Dante che scende in un posto di fuoco, mostri, spiriti e cose umidicce non sta nelle regole dello storytelling o nell’esegesi. Le cose belle della Divina Commedia sono, per esempio, tutte quelle manifestazioni di tenerezza, di fragilità. Quelle cose lì, una volta che le ho finalmente lette per piacere e non a scuola, stanno con me. Non ha senso che leggi un capitolo di un libro di scrittura dedicato alla tenerezza…». Sono cose che stanno tra le righe, difficili da spiegare. «Sì, per dire: che cosa vuole dire che Dante si incazza con un morto? Cosa significa che si immagina di essere arrabbiato con un morto? Non è una cosa che sta nelle regole dello storytelling». Direi di no. «Solo leggendo un libro bello arrivi a un certo punto a capire alcune verità». Che è una frase che suona tanto generica quanto vera. Gli chiedo di precisarmi ancora meglio questa cosa, che mi sembra tocchi un punto molto importante dello scrivere, mi sembra c’entri con il concetto di epifania: cioè le cose che dai per scontate e che succedono, la letteratura te le riesce a mostrare come non banali. Gli chiedo se questa è una dimensione puramente letteraria. «Sì, è proprio così! Nel secolo del cinema abbiamo avuto il problema che dovevamo far vedere e basta, e invece l’espressione “scrittura cinematografica” è una cosa molto sciatta da dire». Perché con “scrittura cinematografica” si intende più che altro che devi limitarti a far vedere le cose, penso. «La scrittura non è basata sulla vista ma su tutti gli altri sensi: tu puoi raccontare tattilmente quello che hai intorno, o a livello olfattivo o sonoro. La scrittura è molto più del cinema e leggere ti aiuta a ricordare quanti aspetti sono letteratura». Osservo che è perché la letteratura mette in moto tutta una serie di processi mentali che fanno sì che le cose non ti vengano semplicemente addosso, come accade ad esempio nel cinema. C’è tutta una zona di mezzo, che si profila nella tua mente, e che non è neanche del tutto figurativa ma che è una specie di “sesto senso”. «La vista è il senso più stupido per raccontare una storia. Il bello del romanzo è quando passi da una cosa che vedi a una cosa che senti, da un dialogo a un ricordo, a un’intuizione. Il romanzo, il bel romanzo, ti ricorda quante cose succedono, ti dà una visione molto più ampia di quante cose possono succedere contemporaneamente nella tua vita». A quel punto mi rendo conto che siamo dentro a dei discorsi densamente letterari, ma davanti a me c’è Francesco Pacifico, che nella vita scrive anche di NBA e ha una sezione dedicata alle serie tv su IL. Gli dico dunque che mi sembra che in realtà, al di là di questa dimensione puramente letteraria che ha appena sottolineato, mi pare che lui abbia una dieta culturale piuttosto onnivora. Non mi pare passi la vita a leggere romanzi modernisti. Mi viene in mente che in un’intervista ha detto che per questo romanzo l’influenza di Watch the Throne è stata importante quanto quella di Mrs Dalloway. «Il mondo letterario italiano vuole che tu sia sempre letterario e devi rassicurarli che leggi i libri. Io con i libri ho un rapporto intimo, ma come persona degli anni ’10 ho viaggiato, guardato tanta tv, guardato tante serie, ho ascoltato tanti discorsi idioti in tante serate idiote, gioco a pallone. Invece c’è un modo di parlare di letteratura come se fosse una vocazione». Ho preso una laurea triennale in lettere a La Sapienza e so quanta verità c’è in questo discorso di Pacifico. «La letteratura è un miscuglio di voci e di registri, c’è una vita varia che si mescola», prosegue, «fare gli intellettuali non è interessante dal punto di vista narrativo, le mie vere epifanie sono tra dei ventenni che usano dei termini assurdi e io voglio scrivere con quei termini». Nel suo libro alcuni personaggi parlano con un italiano americanizzato strano e affascinante che sembra ripreso dal rap di In The Panchine. Infatti mi dice che «se vuoi fare Gadda o Arbasino, devi fare questo. Devi prendere, chessò, il rap di in the panchine e devi mischiarlo con la morale veltroniana, con i cinematografari, il giornalista pop alla Matteo Bordone, il cattolico oltranzista». Ho un senso di vertigine a pensare a quanto la realtà sia complessa, e a quanto sia difficile ma doveroso restituire nei romanzi tutta questa complessità. Pacifico questa cosa me la spiega molto bene: «Bachtin dice che lo specifico del romanzo è il miscuglio dei registri e con questi ci devi fare quello che ti pare. Ti faccio un esempio», mi dice, «quando le signore della Roma bene ti portano il piatto e ti dicono “è un esperimento”, o quando dicono che un maglione “è divertente”. Quello è un registro. Il romanzo è un posto dove in maniera postmoderna o rinascimentale o enciclopedica devono arrivare questi registri e scontrarsi in modo imbarazzante». Sarà sempre più così, la letteratura diventerà sempre più una sfida di questo tipo.

BELLAGENTE è un progetto Dude.

In collaborazione con Officine Fotografiche Roma.

Foto di Marco Rapaccini (Officine Fotografiche Roma).

Emanuele Atturo
È nato a Roma (1988) dove vive e lavora. Laureato in Semiotica, si interessa di cultura pop e sottoculture. È caporedattore della rivista L'Ultimo Uomo e scrive in giro.
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