Alla fine del 2010 una serie di proteste e manifestazioni si diffuse nei Paesi Arabi. Siria, Libia, Egitto, Tunisia, Iraq. I giornalisti la soprannominarono “la Primavera Araba”. I fattori che portarono alle proteste furono numerosi e comprendevano, tra le maggiori cause, l’assenza di libertà individuali, la violazione dei diritti umani e delle condizioni di vita. Una delle peculiarità di queste rivolte fu il ruolo dei social network, utilizzati dai protagonisti del Medio Oriente in sommossa, che permisero al resto del mondo di conoscere gli sviluppi delle proteste. A Roma, uno studente di filosofia che aveva frequentato il Centro Sperimentale di Fotografia Adams, creò attorno questo evento storico un progetto fotografico di notevole spessore.
Giorgio Di Noto, è questo il nome del protagonista della nostra storia, ha iniziato questo progetto alla fine del 2011, circa un anno dopo le prime manifestazioni, quando le documentazioni sulla rivolta si erano già diffuse su internet attraverso smartphone e videocamere. Utilizzando una macchina Polaroid, Giorgio ha rinquadrato e fotografato dal monitor del suo computer i singoli fotogrammi dei video condivisi sulla Primavera Araba, cercando così di sperimentare con la fotografia il rapporto tra linguaggio e contenuto delle immagini.
«Con questo progetto è stata la prima volta, e sono stato molto fortunato perché è successo agli inizi del mio percorso artistico, che si è accesa una lampadina in me durante la lavorazione. Dopo tentativi e prove con vari mezzi e processi, avevo intuito e trovato un rapporto ambiguo e affascinante tra l’estetica e il soggetto rappresentato e che questo poneva dei quesiti interessanti tra il mezzo che utilizzavo e l’argomento trattato».
Ovviamente come ogni opera artistica ben sviluppata, The Arab Revolt scuote e fa nascere molte domande (o a volte molte polemiche) che non trovano risposte assolute. Il cambiamento del fotogiornalismo, l’immagine che evolve nell’era 2.0, la virtualità che si scontra con la realtà, l’azione attiva sul campo del fotografo reporter, la post-produzione dell’immagine d’informazione. Temi che incitano gli attuali dibattiti sul presente e il futuro del fotogiornalismo internazionale.
«Il progetto The Arab Revolt ha avuto come principio il tentativo di rendere un oggetto concreto, quindi in una Polaroid che è un tipo di fotografia che risente dell’azione del tempo e deperisce con esso, un evento che aveva una matrice virtuale, che rimane lì per sempre nel web ma che passa davanti a noi velocemente. Il progetto non è nato come critica contro qualcuno, ma piuttosto è stato bello constatare come un lavoro fotografico potesse far nascere nuovi dibattiti in tutte le sfere che toccava».
Giorgio Di Noto è nato a Roma ventiquattro anni fa. Ci siamo incontrati in zona Ottaviano, in un negozio di fotografia dove lavora e coltiva la sua passione. In pochi anni è venuto a contatto con grandi professionisti del mestiere che hanno incoraggiato il suo interesse nella pratica e nella teoria e gli hanno permesso di approcciarsi alla camera oscura e alla stampa fotografica con i segreti del mestiere già in tasca. Tra stranieri di passaggio dopo una visita al Vaticano, curiosi d’osservare camere analogiche, abbiamo scambiato chiacchiere sui suoi progetti passati, futuri e sulla sua città natale.
«Ho studiato fotografia negli anni del liceo. Dopo il diploma ho fatto uno stage di una ventina di giorni come assistente a un fotografo stampatore ed è stato lì che il reale mondo della fotografia si è aperto di fronte a me. Ho avuto modo di apprendere in poco tempo le tecniche del mestiere, ma soprattutto ho avuto la possibilità di lavorare per un amante della fotografia non solo dal punto di vista tecnico ma anche nel suo aspetto teorico e storico, mi ha fatto conoscere la fotografia in tutte le sue sfaccettature. L’altra fortuna è stata poi quella di lavorare qua. Il contatto diretto con il mondo della fotografia romano, la partecipazione attiva agli eventi sulla disciplina, il contatto con gli appassionati, mi hanno permesso di approfondire tutti i discorsi che si erano sedimentati in me negli anni della formazione. E il tutto è successo in modo molto veloce, mi sento grato per questo».
Dopo qualche incursione in negozio di fedeli clienti pronti a condividere con noi i loro nuovi risultati fotografici, Giorgio riprende i discorsi interotti sulla fotografia e tutto il mondo che gira intorno ad essa. Chi crede sia solo un’immagine, perde la metà del suo piacere.
Dopo The Arab Revolt, non ha assolutamente abbandonato l’idea di continuare la ricerca sulla fotografia come mezzo di comunicazione di un pensiero, e ha continuato a portare di fronte al suo obiettivo fotografico storie di luoghi e di spazi, cercando di evidenziarne il loro particolare rapporto con l’uomo che li ha generati, come in The Valley e City n.0.
«Mi sono avvicinato alla fotografia per questo. Oltre all’attrazione immediata che ho provato nei confronti del mezzo fotografico in sé, con la sua camera oscura, i processi analogici ma anche digitali, la fotografia mi affascinava perché ha dentro di sé delle ambiguità e delle caratteristiche interessanti che si possono utilizzare per indagare il mezzo fotografico stesso».
Abbiamo parlato delle soddisfazioni raccolte in questi anni grazie alle mostre e ai premi per il suo lavoro fotografico, di Roma e dell’esperienza al Festival della Fotografia e della volontà di continuare a ricercare e creare.
«È difficile al momento immaginare di poter continuare a lavorare su nuovi progetti artistici qui in Italia. Trovare fondi per organizzare nuovi progetti collettivi è complicato nel nostro Paese. Quando hai un’idea qui, hai come la sensazione di dar fastidio, di dover combattere per creare qualcosa che dovrebbe far bene a te e agli altri».
Mi fa vedere i suoi nuovi esperimenti fotografici, giochi di magia con luce e stampe. Gli chiedo se desidererebbe liberarsi di qualche rospo in gola, se c’è qualcosa che gli preme far sapere tramite questa intervista. Tra un accenno di sorriso e un’esitazione mi fa: «Io ho molti dubbi su quello che ho detto. Possiamo ricominciare da capo?».
BELLAGENTE è un progetto Dude.
In collaborazione con Officine Fotografiche Roma.
Foto di Marco Rapaccini (Officine Fotografiche Roma).


