Mentre passavo per una via Libetta deserta, ho sentito uscire da quei locali una canzone dei Black Sabbath. L’ho preso come un segno del destino perché in quel posto quasi nessuno dei frequentatori notturni avrebbe mai saputo dirmi chi sono i Black Sabbath. Ho capito allora che sarebbe stata una mattinata particolare. Non capita tutti i giorni di parlare con gente che fa il cinema, nel senso che apre una sala e che diffonde un messaggio culturale con il preciso intento di rompere le distanze tra discipline e attività che vengono solitamente tenute a debita distanza. Chissà perché.
Incontro una piccola delegazione del collettivo che ha fondato il cinema Kino, esattamente: Massimo Galimberti, Chiara Laudani, Serena Alfieri e Cristiano Gerbino. È palese che si tratta di gente che fa cinema: da come si muovono, da come sono vestiti, dai loro modi diretti. Si vede che mettono tutta la loro passione e tutto il loro impegno per la sala piccina che hanno aperto, una sala dove non riuscirebbero ad entrare nemmeno tutti i soci fondatori: 54 persone per 32 posti. Hanno una risata contagiosa, si divertono e durante il servizio fotografico sembra di essere sul set di Friends.
Appena ci sediamo mi faccio subito spiegare che cos’è il cinema Kino, aperto nel 2011 sulle ceneri di un vecchio cineclub al pigneto: «Il Kino», mi dice Massimo «è un luogo di ritrovo e di condivisione non solo cinematografica, un punto di aggregazione in cui puoi vedere film che molto probabilmente non hai visto, che non riesci a vedere e a cui non puoi attingere con facilità, ma è anche un luogo di sfogo, in realtà».
Molti sforzi sono stati fatti per puntare sulla qualità tecnica e tecnologica della proiezione, sia per rispetto del valore culturale e dell’identità dell’opera cinematografica che del lavoro che c’è dietro (e dentro) un film.
L’avventura di una sala del genere «nasce in maniera istintiva da un bisogno, un’urgenza, una necessità di creare una rete, una comunità», e con la precisa voglia di rompere confini e barriere tra ambiti all’interno del cinema dove regnava l’incomunicabilità.
L’intento iniziale era semplice «quasi banale: fare film in lingua originale e fare tutto quello che abbiamo visto e che vediamo nei festival, portare e condividere nella nostra piccola sala ciò che è introvabile». Così banale che hanno anticipato quello che sarebbe venuto pochi anni dopo. Hanno anticipato una tendenza che sarebbe esplosa solo successivamente, e solamente per «necessità», bruciando sul tempo l’industria del cinema mainstream, il tutto mentre le altre sale in lingua originale di Roma stavano chiudendo. Il Kino in qualche modo ha «costretto il sistema ad un confronto radicale», aggiunge Chiara, viste anche le strane dinamiche che si sono create grazie a una distribuzione in controtendenza con quella tradizionale.
In un posto come il Kino la programmazione è ovviamente il punto su cui ruota tutta l’attività, senza voler dimenticare il bistrot e il bar. Anche se sarebbe più corretto parlare di una filosofia di programmazione. Inizialmente i film erano scelti tra quelli usciti al massimo nei cinque anni precedenti, proprio per non riprodurre il cineclub classico e per non ricreare un clima da aula universitaria, e poi mi dice Cristiano «cerchiamo di non arrivare mai al mainstream, e ci possiamo permettere di mostrare film dal basso valore commerciale ma con un enorme interesse stilistico, culturale e artistico. La parola chiave era “Festival permanente”», e spesso anche con la presenza del regista o di un autore del film presenti in sala. Accanto a questo è stupefacente la capacità del Kino di riuscire a far entrare in confidenza lo spettatore con una sala cinematografica quale è a tutti gli effetti, grazie a un’apertura che «è di tutti coloro che ci sono. Di coloro che l’hanno tirato su, che poi include tutti coloro che ci sono dentro. Chi viene al Kino deve sentire quel posto come se fosse suo e sa di poter interagire e condividere».
Sin dall’inizio lo scopo dei ragazzi del Kino si presenta come propriamente politico: un gruppo di persone, per lo più della stessa generazione, con la voglia di «dimostrare, senza alcun finanziamento pubblico, che c’è una determinata attenzione e un mercato per questi prodotti. Volevamo dimostrare come si possa rendere vendibili questi prodotti cinematografici, volevamo trovare una indipendenza vera, soprattuto per non avere nessuna influenza. Volevamo dimostrare che il sistema culturale così strutturato è sbagliato, perché può vivere con lo sfruttamento dell’elemento culturale anche all’interno del sistema». Tanti però non hanno ancora capito questa sfida.
La capacità e l’efficacia di questo dinamismo sono tangibili con l’apertura della nuova sala al rione Monti, che rappresenta «un’ apertura naturale verso il centro della città, anche per i film italiani sottotitolati in inglese, che è una cosa che non fa nessuno». Il cinema sarà in via Urbana, vicino al Cinema Detour, con la volontà di creare una partnership per dar vita a «una grande via del cinema» aperta anche ad altre espressioni come la stand up comedy.
La storia di questo piccolo cinema guarda anche fuori dalla nostra città, è del 26 settembre scorso infatti l’apertura, da parte di una socia, di una sala Kino a Berlino, una piccola succursale nel cuore di un’enorme città europea per un piccolo cinema dal cuore enorme.
BELLAGENTE è un progetto Dude.
In collaborazione con Officine Fotografiche Roma.
Foto di Marco Rapaccini (Officine Fotografiche Roma).
