BELLAGENTE 2017: Eleonora Danco | BELLAGENTE 2017
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Eleonora Danco | BELLAGENTE 2017

Questa intervista fa parte di BELLAGENTE 2017 — Ritratti di persone che fanno tanto bene a Roma, sezione Cinema & Teatro. Eleonora Danco è stata selezionata in collaborazione con RIFF – Rome Independent Film Festival.     Non ti puoi permettere di perdere altro tempo. Questa storia del tempo è molto più complicata di quanto possa sembrare, […]

Questa intervista fa parte di BELLAGENTE 2017 — Ritratti di persone che fanno tanto bene a Roma, sezione Cinema & Teatro. Eleonora Danco è stata selezionata in collaborazione con RIFF – Rome Independent Film Festival.

 

 

Non ti puoi permettere di perdere altro tempo.

Questa storia del tempo è molto più complicata di quanto possa sembrare, se vivi in una metropoli incasinata come Roma. Spostamenti, mezzi pubblici, traffico, gente, ritardi imponderabili, appuntamenti incastrati tra mille impegni, ciascuno dei quali a sua volta richiede spostamenti, mezzi pubblici, traffico, gente, ritardi imponderabili. È il pensiero fisso di questi giorni, i primi che trascorro qui di nuovo da cittadina romana, dopo essere tornata dalla città del Nord Italia in cui ho vissuto per cinque anni. Ed è questo pensiero che mi fa compagnia sull’autobus, mentre arrivo ovviamente in ritardo a San Lorenzo, e in quei minuti di attesa davanti al Bar Gente, «quello nella piazza della chiesa, dove vanno tutti la sera», dove ci siamo date appuntamento io e Eleonora Danco.

Ci sediamo a un tavolino, rigorosamente all’ombra, fuori dal bar che dà sulla piazzetta, irriconoscibile a quest’ora della mattina. Una perfetto fondale per la nostra chiacchierata. Intorno a noi, i personaggi che occupano gli altri tavolini forniscono un ottimo campione umano romano: una comitiva di vecchie romanacce che prende il caffè; qualche ragazzone biondo in canotta e pantaloncino corto con la pelle arrossata da sole — turisti? Studenti? —; la coppia di amiche già super abbronzate che parla di uomini a volume strillato, metti che qualcuno si volesse fa’ i fatti propri. Mentre parliamo, Eleonora a volte si interrompe per commentare gli stralci di conversazione che provengono dai nostri — caratteristici, a tratti fastidiosi — vicini di tavolino. È immersa nel suo habitat, ma allo stesso tempo non smette di cartografarlo. «Ecco, queste non mi danno fastidio» dice riferendosi alla comitiva di vecchiette seduta accanto a noi «sono più vere», e io di colpo mi ritrovo come immersa in una sorta di placton che poi andrà a nutrire il suo lavoro.

Attrice, a teatro e al cinema, autrice, regista, scrittrice, performer. È dal 1998 che Eleonora Danco è in giro, calcando i palchi dei teatri italiani, così come le pellicole di alcuni tra i più noti registi italiani: Nanni Moretti, Cristina Comenicini, Gabriele Muccino, Daniele Luchetti. Autrice di numerosi lavori teatrali, di cui cura tutto — dalla scrittura del testo al disegno luci, all’interpretazione — è ora a lavoro su un nuovo testo teatrale che debutterà al Teatro India in autunno, dEVERSIVO, un nuovo film e un documentario sulle periferie romane. A breve la vedremo anche diretta nel prossimo film di Daniele Luchetti. Un bel po’ di cose in cantiere, insomma: «Per alcuni di questi progetti sto lavorando con Marco Tecce, mio storico collaboratore a cui devo moltissimo». Ma è probabilmente N-Capace, il suo primo film del 2014, che ne ha rivelato il talento visionario anche al di fuori delle sale teatrali. Scritto, diretto e interpretato da lei stessa, N-Capace ha ricevuto diversi premi, tra cui il Film Festival di Torino con due menzioni speciali, e le è valso la candidatura al David di Donatello e ai Nastri D’Argento come miglior regista esordiente.

 

 

N-Capace racchiude molte delle tracce dell’universo poetico e linguistico di Eleonora. I vecchi e gli adolescenti. I ricordi d’infanzia, le ansie dell’età adulta. Le nevrosi della nostra contemporaneità, la paralisi, l’impossibilità di essere all’altezza di una normalità scandita da convezioni sociali e standard che non riusciamo mai a raggiungere. Nel frattempo il tempo scorre, la vita scivola tra le mani e forse la cosa migliore che possiamo fare è rotolare dentro al letto e restarci il più a lungo possibile. Quel letto — simbolo di un’umanità esausta di sé stessa e delle proprie regole un po’ scellerate —, che spesso compare nei diversi lavori di Eleonora Danco, percorsi da motivi che tornano quasi ossessivamente, a individuare una zona d’indagine artistica definita ma potenzialmente sempre da approfondire. La stessa geografia in cui si muove è ben precisa, ineludibile: Roma soprattutto, e il mare di Terracina, dove è cresciuta.

C’è una differenza sottile tra il raccontarsi e il mostrarsi, tra sentire di avere qualcosa da dire e voler dire a tutti i costi qualcosa per sentirsi qualcuno. Eleonora parla di sé con naturalezza ma al tempo stesso con precisione e chiarezza, ed è divertente seguirla nelle parentesi che apre tra i discorsi: è una conversazione che rotola, come fa spesso lei sul palco, e ad ogni giro c’è un colore nuovo che appare. «Il mio lavoro è pieno di Roma, ma così come è pieno di mare. Il fatto di essere cresciuta all’aria aperta fino ai 18 anni ha molto a che fare con il mio teatro, che è fisico, performativo. Vivevo in una casa proprio di fronte al mare. Il mio corpo è cresciuto sentendo il suono della pioggia e delle onde, gli odori che cambiano a seconda della stagione…». Il rapporto di Eleonora con l’arte è in effetti un rapporto erotico, nel senso di carnale, corporeo, materico, come ammette lei stessa. Se tutto parte dalla scrittura, la lingua si fa ritmo e il testo architettura, immagine. «Per Nessuno ci guarda mi sono ispirata alla pittura di Pollock: volevo costruire un testo fatto per schizzi di colore… Ora invece sto lavorando a dEVERSIVO, ispirato alla pittura di Robert Rauschenberg per il montaggio emotivo delle sequenze sceniche. Un’autrice di teatro sta scrivendo un testo che non riesce a consegnare. Il conflitto che vive con la propria creatività. Il testo che sta scrivendo narra le avventure  di una performer di teatro  e il suo peregrinare in cerca di spazi e produzioni. L’autore si sdoppia continuamente tra se stessa e i personaggi che narra. Sullo sfondo c’è Roma. Le sue contraddizioni e struggimenti».

L’elemento visivo è essenziale e duplice: da un lato perché ha a che fare con i sensi, dall’altro perché crea una dimensione estetica, spesso onirica. N-Capace lo svela chiaramente, con i suoi quadri stranianti che puntellano i ritratti dei personaggi, così semplici, quotidiani e allo stesso tempo poetici e totalmente surreali. Un lungomare di Terracina su cui compaiono astronauti, letti disfatti, su cui vediamo pischelletti e pischellette rotolare sdraiati, facendo proprio uno stilema teatrale della stessa Danco. Un’aria salmastra che un po’ ricorda quella di un altro bagnasciuga, quello riminese di Fellini, punto di riferimento di Eleonora accanto a Buñuel e Godard. «D’altronde, tutto è nato dal disegno» mi confida quasi alla fine dell’intervista, mostrandomi delle foto di alcuni suoi disegni fatti da ragazzina, che raccontano di un’immaginazione fervida e particolarmente complessa, oltre che di una natura artistica sfaccettata. Me le mostra come se le stesse mostrando a un’amica.

Le immagini, quindi, ma anche una scrittura minuziosa, unico antidoto per andare oltre l’effimero insito nel corpo, nell’azione, in definitiva nel teatro stesso: «Tutto quello che faccio deve funzionare sulla carta, prima che in scena. Nella performance sperimento con il corpo il livello inconscio, quello che viene prima della parola. Ma non ho mai scritto un testo in fase di prova basandomi sulle improvvisazioni. La scrittura è un processo a sé, una volta completato il testo lo trasferisco sulla scena».

Un teatro, quindi, il cui atto d’origine ha un che di fortemente letterario, anche nella pratica: «Quando scrivo ho bisogno di crearmi uno stato di trance. Si tratta di assumersi la responsabilità di andare fino in fondo alla propria urgenza, rifiutando le scorciatoie e le facilitazioni. In questo Pasolini era un maestro: bisogna sporcarsi le mani con quello che si fa. Sto lavorando a dEVERSIVO da circa un anno e mezzo e non ho mai scritto così tanto per un lavoro. Questo inverno mi sono imposta di mettere tutto da parte finché non avessi finito di scrivere: sono stata quasi due mesi chiusa in casa, uscivo solo per prendere un caffè. Ma quando poi finalmente stampi il foglio, e ti arriva quello che hai scritto, come se non fosse più tuo, ma qualcosa di nuovo di fresco, allora  tocchi una felicità unica, tutto ricomincia. Scrivere per me è una vera e propria lotta». Mentre parliamo, intorno a noi San Lorenzo si anima sempre di più. La comitiva di vecchiette ha lasciato il posto a un gruppo di ragazzi e ragazze americani, mentre sullo sfondo della piazzetta il via vai aumenta, e ogni tanto veniamo interrotte dal tipico rombo di scooteroni stile Duce sul T-max. Nella nostra bolla di chiacchiere, le parole di Eleonora mi arrivano dritte in testa, quasi taglienti. Penso a me e alla mia generazione, schiacciata tra l’ansia di esserci e i mille ostacoli dettati da un’epoca irrazionale. Ostacoli che nel nostro sguardo si trasformano in mura insormontabili, ai piedi delle quali ci accoccoliamo, insieme alla paura tremenda di affrontare noi stessi. Forse dovremmo recuperare un po’ di intimità. Sentirci nudi e magari riuscire così a scoprire la nostra, di luce. Certo, è rischioso, oltre che estremamente faticoso. A maggior ragione per chi ha a che fare con l’arte, che in Italia soffre tanto di problemi strutturali e sistemici, politici, quanto di cancrene e luoghi comuni. «L’artista di talento troverà sempre un suo spazio. È vero che le istituzioni dovrebbero prendersi la responsabilità di riconoscere e valorizzare determinati processi, di creare degli spazi — anche materiali — necessari alla ricerca artistica contemporanea, che è pari alla ricerca scientifica. Ma non credo che le istituzioni possano creare talenti. Il lavoro dell’artista è tormentato e conflittuale in quanto tale. La storia dell’arte è piena di esempi illustri di artisti che hanno lottato con le difficoltà. Penso a Caravaggio e a Vincent Van Gogh. Se dalla tua urgenza riesci a creare un linguaggio, a cogliere qualcosa  di universale, un riscontro prima o poi  ci sarà. Si deve essere pronti a rischiare. Un artista mette continuamente in discussione sé stesso». Mi chiedo se, prima o poi, non arrivi il momento in cui ci si stanca di sentirsi così scoperti. «Mentre scrivi, che sia per un film o per il teatro, è fondamentale guardarsi da fuori. Il rischio è quello di affezionarsi alle proprie parole finendo per ripetersi e perdere il rapporto con lo spettatore. Quello che cerco di trovare è l’impatto diretto, arrivare all’essenza passando dalla pancia. Per mantenere questa libertà ho fatto delle scelte professionali molto precise. A volte mi isolo. Ho bisogno sempre di avere una difficoltà, di ricominciare da zero. Di non esistere quasi. Ma ho un carattere che a volte mi rema contro. Perché è la vita stessa che ti fa ricominciare sempre da zero. Almeno nel mio lavoro è cosi».

E questo rapporto intimo e per certi versi crudele con sé stessi è lo stesso che Eleonora è riuscita a strappare dagli attori/non attori di N-Capace. Un livello di verità che però si raggiunge solo attraverso la tecnica e la disciplina. «Molti credono che i miei lavori siano istintivi, che nascano di getto. Non è affatto così. La mia scrittura è costruita in modo maniacale, così come la messa in scena. Tutto passa attraverso la mia visione ed è predisposto minuziosamente. In N-Capace quell’effetto di spontaneità ed intimità è stato possibile solo a partire da un lavoro sottilissimo di regia, oltre che sulle persone: ho dovuto renderli attori di loro stessi. Non mi interessa il personalistico, non me ne frega niente dei dettagli della vita degli altri. Per fare una cosa personale, vera, bisogna farsi drammaturgia, scrittura. Tirare fuori da sé qualcosa che possa andare oltre e raggiungere lo spettatore, anche se è qualcuno di completamente diverso da noi. La tecnica è fondamentale per trovare la propria voce e riuscire a creare qualcosa che arrivi al pubblico dalla pancia».

La stessa cosa cerca di trasmetterla durante i tanti seminari e i laboratori che tiene in giro per l’Italia. «Sono anni che lavoro sia con attori che con non attori, nelle scuole, nei centri anziani. Anzi, ho in programma uno spettacolo che nascerà proprio da uno di questi seminari con i ragazzi: si intitola Sons e coinvolge un gruppo di adolesenti. Gli ho chiesto di recitare i loro stessi genitori; non di intepretarli, ma proprio di diventare loro. Ne uscirà un’immagine impietosa di questi genitori di oggi, tra i quarantacinque e i sessanta anni, quasi tutti separati. I figli sembrano spettatori della vita dei loro padri e delle loro madri, che paiono affetti da nevrosi infantili. Il loro rapporto in quanto figli non è viscerale con i genitori ma sospeso». Ride mentre mi racconta qualche episodio di vita di questi ragazzini. Gli adolescenti la divertono proprio, e le storie della gente la incuriosiscono. Uno sguardo sull’essere umano un po’ da romanziere russo, calato in una concezione dell’arte e del teatro quasi classica: «Il teatro non è uno spazio politico quando cavalca l’attualità. Deve essere uno spazio pericoloso in cui illuminare l’essenza dell’essere umano nella sua forma più nuda e intima. Universale. E più è pericolosa, più è profonda e più è potente. Il conteporaneo scava nell’intimo e in questo modo resta attraverso il tempo. Pensa appunto a Shakespeare, o al teatro greco».

Di certo Roma è lo sfondo perfetto per chiunque voglia farsi un bagno di umanità. Mi viene in mente un titolo letto sulla mia home di Facebook, qualche giorno fa: Roma è un cadavere in putrefazione. Amala oppure vattene. Le chiedo se ci si riconosce, se ha mai pensato di vivere altrove. «Beh, se Roma è così io sono il primo dei cadaveri. Non ho mai vissuto in altre città, ma in questo senso mi sento un po’ una formica: dove mi metti, sto. L’importante è che abbia ciò che mi serve per scrivere, per il resto posso prendere da tutto. È la mia abitudine a combattere. Roma la detesto e la amo al tempo stesso. Una delle cose che più mi infastidisce sono alcuni scempi architettonici, vedi il Mercato di Testaccio o i cantieri della Metro C in centro, ma nonostante tutto resta bellissima. E poi l’altra cosa che noto è che le periferie sono davvero abbandonate a loro stesse. Quando ci si occupa di periferie è più per scolarizzarle che altro, mentre bisognerebbe fare tutto un altro tipo di intervento. Lo dico perché ci sto passando del tempo, in periferia: sto lavorano a un documentario sull’umanità che vive ai margini della città. Mi interessa indagare come si è poveri oggi in Italia».

Di nuovo le parole di Eleonora mi toccano da vicino. Mi fanno tornare in mente le immagini viste qualche giorno fa, mentre attraverso in autobus San Basilio. E poi mi viene in mente la monnezza, la bancarella della cartomante sotto i portici di Piazza Vittorio, il cielo profondo nei giorni di sole, la luce rosa sui fori, la gente che sbrocca in macchina, sugli autobus, in fila alla posta, dentro gli uffici comunali. Niente, non ce la possiamo fare: fascino e puzza dolciastra di morte, non se ne esce.

«In ogni caso, non mi sento in grado di dire cosa bisognerebbe fare per migliorare Roma. Il mio è un rapporto molto sensoriale, fisico, emotivo, con la città. Mi piace camminare, vagare, passo tantissimo tempo per strada. Le mie ambizioni non riguardano la qualità della mia vita, ma quella del mio lavoro. Per me vivere a Roma è come vivere in un grande circo vivo e depresso insieme, e in questa confusione io mi nutro. Poi che sia una città immobile, papalina, angosciosa, provinciale, in cui sembra che il tempo sia fermo, è vero da sempre». Sono passate quasi due ore da quando ci siamo sedute al tavolino, una versione meno intima di quel letto che torna sempre, che a questo punto sembra essere un posto in cui è vero che si sta sdraiati, ma dove succedono in realtà molte cose. Due ore di rotolamenti verbosi, tra illuminazioni e qualche risata, mentre intorno a noi l’estate di San Lorenzo si fa via via più rovente. Ci facciamo coraggio, nonostante il caldo decidiamo di rompere la bolla in cui ci siamo ritirate e di tornare al flusso disordinato di traffico, mezzi pubblici, gente, ecc. ecc. Attraversiamo insieme un pezzo di quartiere e ci salutiamo un po’ di fretta ma calorosamente. La lascio scappare verso il suo appuntamento, dall’altra parte della città. In ritardo, ovviamente.

 

Foto di Marco Rapaccini, Officine Fotografiche Roma.

Lorenza Accardo
Divisa tra Roma e Bologna, sogna di fare la popstar. Reduce dalla vertigine semiotica, collabora con alcuni festival di arti performative e scrive qua e là. @LouSophia7
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