BELLAGENTE 2017: L.U.C.A. aka Francesco De Bellis | BELLAGENTE 2017
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L.U.C.A. aka Francesco De Bellis | BELLAGENTE 2017

Questa intervista fa parte di BELLAGENTE 2017 — Ritratti di persone che fanno tanto bene a Roma, sezione Musica. L.U.C.A. è stato selezionato in collaborazione con il Mucchio.     «Sto mettendo insieme un po’ di tracce nuove, l’idea è quella di fare due dischi, uno bianco e uno nero, uno buono e uno cattivo, per un ipotetico film […]

Questa intervista fa parte di BELLAGENTE 2017 — Ritratti di persone che fanno tanto bene a Roma, sezione Musica. L.U.C.A. è stato selezionato in collaborazione con il Mucchio.

 

 

«Sto mettendo insieme un po’ di tracce nuove, l’idea è quella di fare due dischi, uno bianco e uno nero, uno buono e uno cattivo, per un ipotetico film horror» magari ambientato nel cuore di Trastevere, a due passi dal Gianicolo e dal Vaticano — dove nei sotterranei umidi di un vicolo c’è lo studio di Francesco De Bellis — in una Roma in emergenza rifiuti, un giorno che fa molto caldo. Secondo me non sarebbe male, potrebbe funzionare.

Abbiate pazienza, ho bisogno di almeno cinque minuti per introdurre ed elencare tutte le cose fatte dall’intervistato in questione e bisogna tornare indietro almeno fino alla metà degli anni Novanta, con il progetto, Mat101, un duo formato con Mario Pierro e Emiliano Tortora, successivamente divenuto Jolly Music, che passa dall’elettronica dance anni Ottanta, un po’ videogioco e un po’ Chicago e arriva alla disco psichedelica, alla surf e all’electroacoustic. Già, un sacco di roba, dove compaiono le prime campionature di vecchi dischi library comprati per poche lire a Portaportese. Poi c’è la collaborazione fondamentale con Marco Passarani, l’etichetta Pigna Music /Nature Records e c’è il progetto solista Francisco, ancora in auge, per tenere viva l’eredità dell’italo disco che ci porta fino ad oggi con il progetto L.U.C.A. uscito un anno fa con uno dei dischi più interessanti del 2016 I semi del futuro e la nuova etichetta Edizioni Mondo.

 

 

«Nella mia vita il progetto L.U.C.A. esiste da sempre, anche se è uscito solo di recente, è l’evoluzione naturale di Jolly Music, che già prevedeva una parte di colonna sonora e library rivisitata in maniera dance. Poi mi è capitato di fare dei piccoli lavori per documentari e cortometraggi e perciò anziché campionarli, ho iniziato a comporre colonne sonore.»

Io e Francesco ci sistemiamo in una sala del suo studio, mentre nell’altra gli Odeon — prossima uscita Edizioni Mondo — stanno smontando. Siamo seduti uno di fronte all’altro, sembra una specie di interrogatorio reciproco o forse sono solo io che mi lascio suggestionare: fa caldo siamo tutti un po’ unti e madidi come la maggior parte degli attori nei film degli anni Settanta. Fumiamo un sacco di sigarette e di tanto in tanto uno dei due si esalta e si alza dalla sedia per raccontare un aneddoto, è stata una bella chiacchierata, circondati da una decina di sintetizzatori.

«Prima ero pieno di strumenti, una montagna di synth, era diventata una specie di collezione. Avevo tutte le Casio possibili e immaginabili. Poi col tempo si trova il proprio set-up e diventa inutile aggiungere cose. Ad oggi non potrei fare a meno del mio piano Rhodes che sto distruggendo ma che fa ancora il suo lavoro, e poi il Solina [ARP String Ensemble nda] che è stato fondamentale per gli archi ne I semi del futuro, è uno dei pochi strumenti che riesce ad aprire a livello di frequenze quasi come archi veri, negli anni ’70 se non potevi permetterti un’orchestra usavi quello.»

Questa è la parte dove dovrei fare un po’ il secchione, quello che ci capisce e che ha studiato, la verità è che il mondo della library è talmente sconfinato e variegato che non avrebbe senso, né ci sarebbe modo, di fare un discorso approfondito qui. E questa è solo una scusa per nascondere il fatto che per una settimana non ho ascoltato molto altro oltre alla colonna sonora di Orgasmo Nero, film di Joe D’amato in pieno periodo erotico-esotico, composta da Cipriani nel 1980, che insieme a Umiliani, Rota, Ortolani, Alessandroni, Trovajoli e ovviamente Morricone, hanno influenzato la musica di De Bellis «ho ascoltato tantissima musica, davvero di tutto, specialmente nel periodo nel quale prendeva forma L.U.C.A., che era il periodo dei blog dove potevo scaricare tantissima musica gratis. Ho fatto scorpacciate di roba che non avrei mai potuto acquistare da nessuna parte, o perché introvabile o perché ormai troppo costosa. Sto parlando ovviamente soprattutto di colonne sonore o sonorizzazioni, che mi hanno formato e aiutato a comporre quasi in automatico in quella direzione lì.»

In oltre vent’anni di carriera, De Bellis dà l’idea di essersi sempre divertito molto, mantenendo credibilità e serietà professionale e una non indifferente coerenza nonostante le numerosi evoluzioni. Ma — aggiungo una mia impressione —  sembra anche uno che riesce a stare nel suo mondo, senza diventare un eremita. Del resto, nel corso di questi anni a Roma, potresti averlo visto suonare al Lanificio o da Städlin, così come in un centro sociale o a un rave. Mondi diversi, frequentati da un pubblico decisamente diverso. «Io propongo sempre la mia musica, non cambia in base al luogo dove suono. Roma, se togli due o tre posti, sta diventando un mondo che non mi appartiene, è una città che sta subendo questa specie di imborghesimento di facciata, quando avevo vent’anni non ti potevi sbagliare: c’erano gli alternativi da una parte e i fichetti da un’altra, i due mondi non si potevano assolutamente mischiare. C’erano i locali fichetti e i centri sociali, fine. Ora si è un po’ tutto sovrapposto, puoi incontrare una persona in un locale della Roma bene e il giorno dopo ritrovartelo in qualche spazio occupato.»

E questo cosa comporta? «Non lo so, ma quello che conta è che ci siano i contenuti, non importa dove e come. A volte mi sembra che non ci sia tempo per i contenuti, perché è tutto finalizzato a scopare. Non vai in un posto per la musica che c’è o per il tipo di proposta che offre, vai lì a bere e dove sai che c’è la gente giusta e questa è una stronzata.» Gli chiedo se è un problema legato a questi anni: «io ho iniziato come dj, nei primi anni Novanta ero impazzito per la roba della Warp, quindi mettevo Autechre, Aphex Twin etc, che non erano di moda per il dancefloor, le persone non ballavano, anche se erano nomi grossi e vendevano nel mondo. È sempre andata per la maggiore la musica di merda e sarà così per sempre.»

Di sicuro Roma non vive un periodo di fermento culturale particolarmente memorabile: «non ti so dire se Roma sia peggiorata, non è mai stata piena di spazi, è comunque sempre stata una città ostica. Però forse negli anni è venuto a mancare l’appoggio istituzionale, un tempo per esempio c’erano i festival Dissonanze o Enzimi, che oltre a tutto quello che c’era, sono stati dei tentativi da parte del Comune o della Regione etc di costruire un legame con le nuove tendenze. Gli spazi si creano, muoiono, si ricreano altrove. Come ti dicevo prima però, in questo momento a Roma, non c’è nessuna volontà di creare contenuti, né da parte delle istituzioni, né dalla parte di chi organizza eventi. Sono convinto che se vai a vedere il numero di eventi che ci sono a Roma oggi rispetto a vent’anni fa, l’offerta e gli spazi sono aumentati, le persone che stanno in giro e fruiscono della vita notturna o della cultura, sono aumentate. Il problema è che sono diminuiti i contenuti, non si sta costruendo qualcosa, si batte il ferro finché è caldo; finché una cosa va di moda si spreme e poi si lascia morire nel nulla totale.»

Insomma, nonostante i riferimenti musicali di De Bellis siano proiettati verso il passato, lui non è affatto un tipo nostalgico o uno che passa il tempo a lamentarsi della situazione presente: «secondo me i problemi sono un po’ sempre gli stessi e non credo che le cose siano peggiorate, se dovessi dirti l’unico problema reale rispetto al passato, è che un artista minore oggi non riesce a vivere del proprio lavoro, vivere anche male s’intende. Se oggi fai un disco e lo ascoltano diecimila persone su Spotify, ti è andata male e non guadagni nulla. Un tempo se facevi un disco e lo ascoltavano duecento persone ti era andata male allo stesso modo, ma almeno pagavi le bollette.» E se invece non riesci a pagarle, non è la fine del mondo: «forse è un discorso banale, ma è la verità: sono sempre stato convinto che bisogna far diventare lavoro quello che è il tuo interesse e io da quando ho iniziato a 13 anni non mi sono mai staccato dalla musica. Le difficoltà negli anni sono state tante, così come i periodi d’oro che poi finiscono, di sicuro avrei sofferto di più a non seguire i miei interessi, perciò ti inventi di tutto, ti auto-inviti a pranzo dalle persone, ti fai prestare i soldi. Il vero fallimento è avere una cosa in testa e non realizzarla, lasciarla lì, incompiuta, per dover pensare a pagare le bollette. Per me viene prima la musica delle bollette, un paio di volte mi hanno anche staccato la luce, poi trovi i soldi e la paghi, è una rottura di coglioni, però ti tiene vivo. Per fortuna però, ora che ho 41 anni hanno smesso di chiedermi “quand’è che ti metti a fare un lavoro vero?”»

 

Foto di Marco Rapaccini, Officine Fotografiche Roma.

Edoardo Vitale
Edoardo Vitale
Scrive di musica, cinema e attualità su vari magazine.
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