Questa intervista fa parte di BELLAGENTE 2017 — Ritratti di persone che fanno tanto bene a Roma, sezione Design. Niccolò Adolini è stato selezionato in collaborazione con IED.

È un giovedì di Marzo, una di quelle giornate romane con il sole schietto e la brezza al profumo di primavera che ti fanno venir voglia di camminare a testa alta, sfiorando l’asfalto con lievità e la voglia di non perdere nemmeno un momento di quella bellezza. Armata di cellulare, auricolari, quaderno e penna, m’incammino verso Prati per conoscere Niccolò Adolini.
I giovani designer a Roma, si sa, sono cosa rara, un miraggio oserei dire, ma Niccolò non lo è. Arriva super puntuale a dispetto del mio cronico minuto d’anticipo olandese — ora in rehab romano — e con un grande sorriso e una leggera timidezza si presenta e subito iniziamo a parlare delle sue passioni. Prima tra tutte, il design.
La sua storia si fa subito interessante, mi parla del padre architetto e della sua indole da pendolare nel periodo passato all’Accademia di Architettura di Mendrisio, dove tra le aspirazioni del seducente cemento faccia a vista incontra il designer e architetto Riccardo Blumer. Da lì a poco capisce che l’architettura, seppure in lui così fortemente “radicata”, non sarà la sua strada e finisce per rivoluzionare il proprio percorso, prendendo spunto dall’intenso legame che nutre con Civita Castellana, la cittadina d’origine, e la natura.

Jeanine Chair, Adolini+Simonini
Mentre guardo il lento trenino verde che da Piazzale Flaminio parte verso un indefinito nord, un sorridente venditore ambulante spezza la visione con un’offerta imperdibile: tre paia di calzini, 5 euro. Niccolò non si fa distrarre e con gli occhi impazienti riprende a raccontarmi di come un piccolo comune del Lazio sia diventato uno dei più importanti distretti per la produzione di ceramiche, legato sia alla tradizione artigiana che alla grande diffusione con aziende internazionali come Ceramica Flaminia, Globo, Hidra. Il passaggio da Mendrisio a Roma è compiuto, la scelta dello IED (dove oggi insegna product design) arriva naturale: una scuola più pratica, più europea.
È il 2011, Niccolò Adolini si laurea, partecipa al concorso indetto dall’azienda Ceramica Flaminia, conosce Giulio Cappellini e dopo una settimana si trova catapultato nello studio milanese di Rodolfo Dordoni, pluripremiato designer e direttore artistico negli anni per Foscarini, FontanaArte, Cappellini. Ah!, lo stagismo questa nuova forma di vita degli under 30. «È stato un anno intenso, mi ha formato tantissimo, avevo molte responsabilità e contatto diretto con i clienti. Gli orari poi, dalle 9:00 all’infinito». Lo studio diventa la tua casa in un attimo, devi essere bravo a mantenere la tua autonomia, il tuo spazio di pensiero. Grazie a questo piccolo stratagemma, Niccolò inizia a confrontarsi con il collega coetaneo brasiliano, Daniel Simonini — stesse idee, stesse ambizioni, perché non tentare di realizzare i propri sogni assieme? Nottata dopo nottata, i due capiscono che è tempo di scegliere un nome e dare vita al loro progetto: sotto al sol leone dell’agosto 2012 nasce Adolini+Simonini.
«Abbiamo da subito iniziato a contattare le aziende di tutto il mondo, 3.500 mail inviate con una percentuale sconfortante di sole 90 risposte confuse e 3 progetti realizzati». Ma è in queste situazioni che l’ingegno si risveglia: Daniel propone di concentrarsi sul mercato brasiliano e la percentuale di risposte cambia drasticamente, toccando il 90%. Click! In poco tempo i due si trovano a disegnare un tavolo per Patio Brasil, un tavolo inizialmente quadrato magicamente diventato rotondo per problemi di comunicazione Europa-America Latina. Non sembrano esserci dubbi, soltanto un volo Milano-San Paolo avrebbe veramente portato il design italiano in Brasile e unito le capacità tecniche dei due alla voglia di imparare di un paese in forte crescita. «Siamo stati i primi europei a seguire il progetto sul posto, i nostri clienti hanno acquistato macchine a controllo numerico costosissime, ci hanno messo a disposizione un’infinità di materiali e legni di diverse essenze condividendo con noi la stessa voglia di crescere», dice Niccolò.

Hoop Lamp, Adolini+Simonini
Milano, 2013: l’appuntamento a cui non puoi mancare, il Salone Internazionale del Mobile che ogni anno centrifuga in città giovani ambiziosi e gente con trolley pieni di cataloghi alla ricerca della novità.
Adolini+Simonini sono stati invitati ad esporre una lampada da tavolo a Brazil S/A dove Emiliana Martinelli, proprietaria di Martinelli Luce, azienda famosa nel mondo dell’illuminazione, rimane colpita dalle geometrie della loro Hoop e propone immediatamente di studiare il prototipo per la produzione. «Cerchiamo sempre di realizzare cose semplici, con materiali non costosi e di facile reperibilità, è importante avere sotto controllo la parte economica fin dall’inizio del processo creativo». Il sogno si trasforma in realtà. Da allora, molti prodotti hanno seguito lo stesso destino, fino ad arrivare ad oggi. Riesco a strappare a Niccolò qualche anticipazione sulla nuova collaborazione con Emiliana Martinelli, Amarcord («sì, un omaggio al cinema di Fellini»), oggetto dal materiale innominabile capace di fondere forme iconiche alla ricerca tecnologica.
Di nuovo il venditore, di nuovi i calzini, siamo all’epilogo del nostro incontro. Ho promesso a Niccolò che non mi sarei dilungata e un po’ di dubbi me li sarei tolti su YouTube, per riuscire a comprendere il legame che ha fin da bambino con i cavalli. L’ho fatto. Sapete cos’è il team penning? No. È inutile che ci proviate, ve lo dico io, è la passione di un ragazzo per uno sport nato negli Stati Uniti, è la passione per selle, criniere e jeans, nonché il legame con la sua terra d’origine. Da questo al design il passo è breve, anzi nullo, perché racchiuso in una singola persona, quella che dopo quasi due ore di chiacchiere mi saluta per tornare nella sua Civita.
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Foto di Marco Rapaccini, Officine Fotografiche Roma.